“L’Espresso”: la mano dei Servizi

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di Vincenzo Vinciguerra

Parafrasiamo il titolo dell’articolo pubblicato da L’Espresso il 29 luglio 2018 («Bologna 1980: La mano dei servizi») a cura di Paolo Biondani e Giovanni Tizian, per dire che troppo spesso a inquinare le inchieste giornalistiche sugli eventi della guerra politica italiana degli anni Sessanta e Settanta sono proprio gli stessi servizi, sia civili che militari, di cui i giornalisti denunciano nei loro articoli i depistaggi.
Non è paradossale perché risponde a una tattica difensiva che gli esperti della disinformazione conoscono perfettamente: quella di mischiare insieme menzogne e verità, così che le prime facciano perdere efficacia e credibilità alle seconde.
Non dubitiamo della buona fede di Paolo Biondani e Giovanni Tizian, ma ci chiediamo per quali ragioni in un articolo che riguarda i depistaggi sulla strage di Bologna del 2 agosto 1980, i due abbiano voluto parlare dell’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972, avvalorando la menzogna che sia stato compiuto da un appartenente alla struttura «Gladio», con implicito ma chiarissimo riferimento al sottoscritto.

Perché questo dicono quando scrivono, riferendosi a un detonatore a strappo proveniente a dire del Felice Casson dal Nasco di Aurisina, che rappresenta il «segno che, sotto l’ombrello di Gladio, operavano nuclei ristretti non militari, segretissimi, autorizzati a usare l’arsenale di Stato».
Gli estremi per una querela per diffamazione ci sono tutti, ma non ho l’abitudine di rivolgermi alla giustizia «borghese» per far valere le mie ragioni, preferendo invitare i due giornalisti – se in buona fede – a pubblicare i riscontri giudiziari su quanto affermano, cioè sul prelevamento da parte mia, o di terze persone in contatto con me, di un detonatore a strappo dal deposito bellico di Aurisina.
Quando affermano che «le indagini del pm veneziano Felice Casson hanno già dimostrato (come si legge nella sentenza d’appello diventata definitiva) che il particolarissimo innesco dell’autobomba era uscito da un arsenale friulano di Gladio», scrivono un falso plateale.
Il Felice Casson, difatti, ha indagato (si fa per dire) sulla struttura in questione dal 6 dicembre 1989 al 30 novembre 1990, quando fu obbligato a trasmettere gli atti alla procura della Repubblica di Roma, competente per territorio, perché era inesistente il collegamento fra «Gladio», il sottoscritto e l’attentato di Peteano.
Il Casson non potrà più indagare su «Gladio», quindi il fantomatico detonatore da dove salta fuori?
Il «compagno» di Violante, in effetti, si inventa una seconda inchiesta a carico dell’ammiraglio Fulvio Martini e del generale Paolo Inzerilli, per «favoreggiamento» nei confronti di personaggi dell’estrema destra, non di chi scrive, che puntualmente, il 10 ottobre 1991, è costretto a dismettere inviando gli atti per competenza alla solita procura della Repubblica di Roma.
Non lo avrebbe fatto se, nel corso di questa seconda inchiesta, avesse trovato un collegamento fra me, l’attentato del 31 maggio 1972, e «Gladio».
Ed è lapalissiano che un detonatore proveniente dal Nasco di Aurisina sarebbe stato sufficiente per consentirgli di proseguire le indagini: ma la «prova» non c’era.
Non ci sarà alcuna «dimostrazione» neanche nell’ultima tranche della inchiesta che il Casson conduceva sull’attentato di Peteano, che si concluderà il 24 febbraio 1993 con un nulla di fatto.
In tre inchieste condotte dal Felice Casson, la «prova» che il detonatore usato il 31 maggio 1972, provenisse dal deposito di Aurisina non c’è, se ci fosse stato il personaggio l’avrebbe esibita nel milione di interviste fatte per favorire la sua carriera politica.
Ci sono state, viceversa, solo affermazioni reiterate, ribadite, ripetute senza che siano mai state avvalorate da un solo documento giudiziario prodotto dal Felice Casson.
Una verità che appare anche dall’articolo di Biondani e Tizian i quali, difatti, non citano a sostegno delle loro affermazioni il riscontro fornito da Felice Casson, ma una «sentenza d’appello diventata definitiva», che sarebbe quella emessa dalla Corte di appello di Venezia il 6 maggio 1991 a carico di Mingarelli, Chirico e Napoli.
Fosse stato vero quanto affermato da quella Corte di appello, il Casson non avrebbe dovuto inviare a Roma gli atti dell’inchiesta su Martini e Inzerilli il 10 ottobre 1991.
Non solo il detonatore non c’è, ma non c’è nemmeno il «Nasco» di Aurisina.
A dirlo è il generale Pasquale Notarnicola, lo stesso che per ragioni sulle quali nessuno ha inteso indagare, il 6 dicembre 1989 (qualche settimana dopo l’uscita nelle librerie del mio libro, Ergastolo per la libertà) si presenta dal Casson e gli dice che esiste un collegamento fra l’attentato di Peteano e «Gladio».
Ma Notarnicola non parla di Aurisina, del Nasco 203, del detonatore, dice altro che è sempre sfuggito all’attenzione di storici veri o presunti.
Il 6 dicembre 1991, al sostituto procuratore della Repubblica di Bologna, Libero Mancuso, il generale Pasquale Notarnicola riferisce:

«Durante la mia permanenza nel servizio non ho mai saputo nulla dei cosiddetti “Nasco”. Ricordo solo che nel 1979 l’ammiraglio Martini mi fece cenno al fatto che in passato aveva dovuto spostare un deposito situato nel Nord-Est per evitare che fosse rintracciato dalla magistratura che indagava su Peteano. Di tutto ciò ho parlato in un verbale reso il 6 dicembre 1989 al dr. Casson».

In altre parole, il 6 dicembre 1989, Notarnicola racconta al Casson che l’ammiraglio Fulvio Martini gli aveva riferito di aver dovuto spostare un Nasco per timore che venisse scoperto dai magistrati che indagavano sull’attentato di Peteano.
Ora, è noto che il Nasco di Aurisina è stato scoperto nel mese di febbraio del 1972, quattro mesi prima dell’attentato di Peteano, e a esso non si riferiva l’ammiraglio Martini che colloca la «spostamento» di un Nasco in epoca successiva al 31 maggio 1972.
Aurisina è, di conseguenza, il parto della fantasia interessata del «piduista onorario» Felice Casson al quale Notarnicola ha riferito quello che ha poi confermato al giudice di Bologna due anni dopo, il 6 dicembre 1991.
Un magistrato avrebbe cercato di scoprire quale Nasco avesse spostato l’ammiraglio Fulvio Martini e per quali ragioni lo avesse fatto, ma il Felice Casson si è inventato il collegamento fra me e un Nasco scoperto nel mese di febbraio del 1972. Inventato di sana pianta, perché negli atti giudiziari (testimonianza del generale Pasquale Notarnicola) si parla di un Nasco da scoprire, non di uno già scoperto; di un Nasco spostato dopo l’attentato del 31 maggio 1972, non di uno venuto alla luce quattro mesi prima che l’attentato venisse compiuto.
Un magistrato sarebbe venuto a conferire con me per comprendere, se possibile, quello che, secondo Notarnicola, era avvenuto, ma il Casson, dopo aver letto Ergastolo per la libertà, la faccia di presentarsi da me non l’ha mai avuta.
Serve altro per dimostrare che la favola di Aurisina e del detonatore è stata creata con il duplice scopo di fare propaganda a Felice Casson, in vista della sua carriera politica, e per «provare» che io ero un «gladiatore»?
Accusa, quest’ultima, necessaria per togliere credibilità a quanto affermava: operazione che, dopo tanti anni, posso dichiarare fallita, con buona pace di Casson, della P2, dei servizi segreti militari e civili, di certi magistrati amici del Casson, e di tanti giornalisti che la «bufala» l’hanno propagandata e continuano a farlo, oltre che del disgraziatissimo governo di Matteo Renzi.
Sono 27 anni che il Casson imperversa raccontando la menzogna del collegamento fra me e Aurisina, rappresentato da un detonatore a strappo, e non c’è stato nessuno che ha avuto lo scrupolo di verificare le sue dichiarazioni: sarebbe stato sufficiente leggere il verbale nel quale è riportata la testimonianza del generale Pasquale Notarnicola.
In fondo, faceva comodo a tutti, primi i servizi, spiegare le motivazioni del depistaggio delle indagini sull’attentato di Peteano con la mia appartenenza o contiguità con «Gladio».
Un modo, il più meschino e codardo, per evitare di porsi domande e cercare una verità troppo scomoda per essere detta, sia pure 46 anni dopo.
La professionalità dei giornalisti che pretendono di scrivere di storia non si basa solo sulla buona fede, ma sullo scrupolo di provare quanto affermano.
In questo caso, l’ennesimo, lo scrupolo e la professionalità sono mancati.
Ora, invitiamo infine giornalisti e il direttore L’Espresso a rendere nota l’attendibilità di Felice Casson, pubblicando per esteso il giudizio espresso sul suo conto dal procuratore della Repubblica di Venezia in occasione della riunione del Consiglio superiore della magistratura che doveva decidere sulla promozione del personaggio a consigliere di Cassazione.
Avranno così la prova, questa sì provata, che Felice Casson non è credibile come magistrato e, tantomeno, come testimone di fatti sui quali non ha mai nemmeno indagato, sui quali si è fatto solo intervistare.
Avranno anche modo, nell’occasione, per commentare la credibilità del Consiglio superiore della magistratura e dell’Ordine giudiziario all’interno del quale si può fare carriera solo con le interviste.
Povera Italia!

Opera, 10 settembre 2018

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