Il Movente

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di Vincenzo Vinciguerra

C’è un movente nel sequestro e nell’omicidio di Aldo Moro che è sempre rimasto in ombra.
Se gran parte della verità sulla morte del presidente della Democrazia cristiana sta emergendo per merito di storici come Paolo Cucchiarelli, Stefania Limiti, Simona Zecchi, e di investigatori come il tenente colonnello Massimo Giraudo, la parte che riguarda il probabile coinvolgimento dei servizi segreti israeliani non è stata ancora scritta.
Gli indizi non mancano, però non sono sufficienti per formulare una accusa che deve reggere sul piano storico, così che Israele per 40 anni lunghi anni – e ancora oggi – rimane sullo sfondo di una vicenda che la classe dirigente e la magistratura non hanno interesse a illuminare.
I motivi che hanno provocato il sequestro e la morte di Aldo Moro sono quasi tutti conosciuti: il rispetto dei patti di Jalta, preteso sia dagli Stati uniti che dall’Unione sovietica, la necessità americana di non trovare ostacoli nell’installazione dei missili da crociera nel nostro Paese, la politica filo-araba del Partito comunista che trovava nel presidente della Dc, prossimo a occupare il posto di presidente della Repubblica (con i voti del Pci), un interlocutore attento e solidale.

A questi, che già da soli offrono giustificazione all’omicidio di un politico di primo piano, che non si era reso consapevole dell’effetto destabilizzante della sua azione nell’area del Mediterraneo, se ne può aggiungere un altro.
Un motivo, forse, di secondo piano che si affianca a quelli principali ma che tocca, in modo diretto e specifico, gli interessi di Israele che, come è noto, vive di rappresaglie e di vendette verso nemici veri o presunti.
La politica filo-araba di Aldo Moro, il cosiddetto «Lodo Moro», difatti, non prevedeva soltanto la protezione dei palestinesi in Italia, la loro scarcerazione se arrestati, a prescindere dalla gravità delle loro azioni, né si limitava a fornire aiuti umanitari ai profughi palestinesi e sostegno politico sul piano internazionale per giungere al riconoscimento ufficiale, sul piano diplomatico, dell’Olp, ma si spingeva al rifornimento di armi ai guerriglieri palestinesi che agivano sul terreno.
L’ex sottosegretario al ministero degli Esteri, Mario Pedini, il 13 agosto 1987, racconterà al giudice istruttore veneziano, Carlo Mastelloni, che più volte vennero accolte «richieste dell’Olp per cessione di armi Beretta, elicotteri Augusta, materiale elettronico…».
Un mese più tardi, il 15 settembre 1987, sarà ancora più preciso un ex funzionario del ministero degli Esteri, Giacomo Leggio, che allo stesso magistrato dirà che all’Olp venivano, di solito, fornite «mitragliette Beretta corte, pistole Beretta… bombe a mano con esplosivo di fabbricazione austriaca… A livello di materiale elettronico, ricetrasmittenti Iret idonee alla guerriglia. All’Olp – prosegue Leggio – necessitava anche materiale di avvistamento, visori notturni all’infrarosso prodotti dalla Galileo».
L’Italia di Aldo Moro, con la fornitura di materiale bellico all’Organizzazione per la liberazione della Palestina, violava la propria neutralità nel conflitto armato che opponeva quest’ultima a Israele.
È vero che l’Italia aveva svuotato gli arsenali per fornire di munizioni gli israeliani durante la guerra dell’ottobre 1973, ma il doppio gioco condotto dall’Italia, non rendeva meno grave la scelta di rifornire di armi e di materiale anche sofisticato i palestinesi che lo utilizzavano contro gli israeliani.
Quanti israeliani sono stati uccisi con le armi fornite dagli italiani?
La domanda se la sono posta certamente anche i dirigenti israeliani che, nel novembre del 1977, presentano all’ambasciatore italiano a Tel Aviv una protesta formale per la fornitura di elicotteri italiani ai palestinesi.
L’Italia nega, ma sappiamo che, viceversa, gli elicotteri li forniva all’Olp e che, di conseguenza, gli israeliani erano ben informati sul punto.
Il 31 ottobre 1977, sulla Sila, era caduto per ragioni mai chiarite un elicottero, guidato dal miglior pilota elicotterista dei carabinieri, che trasportava il generale comandante dell’Arma dei carabinieri, il generale Enrico Mino.
Non è una coincidenza il fatto che era stato proprio il generale Mino a rendere possibile l’allontanamento del colonnello Herbert Kappler dall’ospedale militare del Celio nel mese di agosto dello stesso anno, suscitando le rabbiose reazioni della comunità ebraica romana e di Israele.
Per compiere questa operazione, Mino aveva allontanato dall’incarico di capo di Stato maggiore dell’Arma, che deteneva dal 1° novembre 1967, caso unico ed eccezionale nella storia dei carabinieri, il generale Arnaldo Ferrara, di razza e religione israelita.
Un doppio affronto per Israele e gli ebrei italiani, quello compiuto dal generale Enrico Mino che, con straordinaria e tempestiva puntualità, muore il 31 ottobre 1977 nell’inspiegabile caduta dell’elicottero sul quale viaggiava.
Nel mese di novembre del 1977, come abbiamo visto, Israele ufficializza, con una protesta formale, la sua conoscenza delle forniture belliche italiane ai palestinesi.
Nello stesso periodo, con sospetta coincidenza temporale, i brigatisti rossi iniziano a controllare gli spostamenti di Aldo Moro, scelto come prossimo bersaglio.
Certo, è troppo poco per esprimere certezze, ma è sufficiente per trarre da quanto descritto una riflessione sul possibile movente specifico che gli israeliani possono aver avuto per agire contro Aldo Moro, al di là di quella violazione dei patti di Jalta che Stati uniti e Unione sovietica non potevano consentire.
Per uno Stato, quello di Israele, che non ha mai esitato a massacrare donne e bambini palestinesi in nome della difesa della propria sicurezza, partecipare all’eliminazione fisica di un politico italiano che aveva rifornito di armi i palestinesi, non avrebbe costituito un problema.
E se c’era servizio segreto straniero che più «infiltrati» aveva nel mondo della sinistra armata, prime le Brigate rosse, era proprio quello israeliano, il più idoneo ad agire sul terreno.
Così è stato?
A differenza dei sefarditi de Il Corriere della sera, di qualche sciacallo giudiziario di nostra conoscenza, degli storici del «quanto mi paghi buana», non trasformiamo i sospetti in certezze e gli indizi in prove, ci limitiamo a formulare, sulla base di fatti, un’ipotesi di lavoro.
Sono trascorsi quarant’anni, tanti, forse troppi per giungere a una verità incontrovertibile e priva di ombre, ma non è una buona ragione per rassegnarsi.
Non per noi.

Opera, 15 settembre 2018

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