Stura Boton

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di Vincenzo Vinciguerra

In Veneto, lo «stura boton» è l’atto di stappare una bottiglia per liberarne il contenuto che, in questo caso, non è un vino generoso ma un macaco al quale è demandato il compito di uscire fuori e gridare gli slogan imposti dallo stappatore.
La frase completa, difatti è: «Stura boton, fora macaco».
In questo caso, ci siamo chiesti chi ha sturato il «boton» che ha dato il via alla tesi della strage di Bologna compiuta dai palestinesi per conto della Libia di Muammar Gheddafi.
In questo modo abbiamo trovato una notizia risalente all’11 agosto 1980 che ci informa che l’Agenzia Telegrafica Ebraica, nel suo bollettino, scrive che la strage del 2 agosto 1980 è stata compiuta da una organizzazione palestinese.

La notizia è stata ripresa e pubblicata da Giorgio Pisanò sulla rivista Candido, ed è rimasta accantonata per diversi anni prima che il «macaco» saltasse fuori dalla bottiglia e iniziasse a presentarla come la verità alternativa alla responsabilità di Valerio «Jerry» Fioravanti e Francesca «Morticia» Mambro.
I depistaggi iniziano in maniera semplice lanciando una notizia a mezzo stampa come in questo caso e in quello della strage di Ustica quando, con telefonata a Il Corriere della sera, si avvalorò la tesi della bomba «fascista» che, esplodendo accidentalmente, aveva provocato la caduta del Dc-9 Itavia.
Anche per la strage del 2 agosto 1980, a Bologna, si è sostenuto che la valigia all’interno della stazione ferroviaria esplose per motivi accidentali.
Ustica e Bologna hanno in comune il fatto che l’informazione sulla presenza del Dc-9 Itavia è stata avvalorata dalla descrizione dell’orologio «Baume & Mercier» che Marco Affatigato portava al polso, informazione fornita da Marcello Soffiati, agente operativo della Cia e militante di Ordine nuovo a Verona, legatissimo a Carlo Maria Maggi, che lo aveva chiesto in regalo allo stesso Affatigato ottenendo un rifiuto, quindici giorni prima a Nizza.
I veneti di Ordine nuovo sono, quindi, presenti nel depistaggio delle indagini sulla strage di Ustica e la «famiglia allargata degli Addams» è, in quel periodo, presente in Veneto, sotto la protezione degli ordinovisti di Stato, di regime, della Cia, del Mossad, del Sismi e del Sisde.
Una protezione accordata a personaggi che già i giudici di Bologna hanno definito «spontaneisti a parole», giustamente perché Fioravanti, Mambro e compari sono pienamente partecipi all’attività degli ordinovisti veneti.
Difatti, il 30 marzo 1980, la banda dei finti «spontaneisti» penetra nella sede del distretto militare di Padova, da dove sottrae armi dopo aver sparato a un piede del sergente maggiore Gabriele Sisto.
La banda rivendica l’azione ma non a nome degli inesistenti «Nar», bensì a quello delle «Brigate rosse», in perfetta sintonia con i dettami della «strategia della tensione».
Sarà un caso, ma questo è un episodio che nessuno cita mai, tantomeno lo fanno i sefarditi de Il Corriere della sera impegnati a «provare» che la strage di Bologna l’hanno compiuta i palestinesi o il gruppo di «Carlos» per favorire Gheddafi.
Invece, l’attacco al distretto militare di Padova, compiuto con l’avvertenza di ferire a un piede un sergente invece di ammazzarlo come era abitudine della banda, rivendicato a nome delle «Brigate rosse» è fondamentale per comprendere come fra gli stragisti veneti e la «famiglia Addams» ci fosse totale unità di intenti anche sul piano operativo.
Certo, Valerio «Jerry» Fioravanti, Francesca «Morticia» Mambro e Luigi Ciavardini hanno avuto la fortuna di essere condannati, con sentenza passata in giudicato per la strage del 2 agosto 1980 a Bologna, ricavandone pubblicità, benefici penitenziari di ogni genere, ritorno in libertà dopo il periodo minimo previsto per i condannati all’ergastolo, quindi la responsabilità di quella strage riveste per loro un’importanza relativa, così come per Gilberto Cavallini che una eventuale condanna non la sconterà mai.
Rimane, pertanto, solo un problema di verità storica non da trovare ma da affermare definitivamente perché le ombre che una notiziola sul bollettino dell’Agenzia Telegrafica Ebraica, ripresa da un uomo notoriamente legato ai servizi segreti come Giorgio Pisanò, non possono e non debbono restare in eterno: vanno diradate, fugate definitivamente.
È giunto il momento di rimettere il tappo al «boton» e di rinchiudere il macaco perché non alimenti ancora la confusione per servire interessi che si contrappongono a quelli degli italiani.
I bolognesi, per esempio, possono farlo fin da ora non acquistando più Il Corriere della sera, e invitando tutti coloro che non vivono in una bottiglia in attesa che il padrone di turno sturi il «boton» a fare altrettante.
Sarebbe un buon inizio.

Opera, 17 settembre 2018

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