La Repubblica dei Depistaggi

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di Vincenzo Vinciguerra

Bontà loro, giornali e telegiornali hanno dato la notizia che tre poliziotti, già alle dipendenze del defunto questore Arnaldo La Barbera, sono stati rinviati a giudizio dal giudice istruttore di Caltanissetta per concorso nel depistaggio delle indagini sulla strage di via d’Amelio a Palermo dove morirono il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta.
Una notizia scarna, ridotta all’essenziale, dalla quale non si comprendono le motivazioni del rinvio a giudizio, gli elementi di prova in mano ai magistrati, la logica di un depistaggio che, certo, non ha visto come unici protagonisti quattro poliziotti uno dei quali – il più alto in grado – felicemente defunto.
Venuto alla luce un depistaggio investigativo, è scattato immediatamente – come di regola – quello mediatico per impedire agli italiani di conoscere i dettagli di un’operazione scattata negli anni Novanta per impedire l’accertamento della verità su una strage di mafia.

In quella strage, oltre al magistrato Paolo Borsellino, morirono cinque agenti di polizia. Oggi, tre loro colleghi sono chiamati a rispondere del depistaggio delle indagini, sulle motivazioni e le circostanze della loro morte.
Da anni, ormai, la mafia è stata una delle colonne portanti del regime insieme all’estrema destra, è rappresentata come l’anti-Stato, ed è quindi palese l’imbarazzo sul piano politico e mediatico dinanzi a un depistaggio operato da uomini della polizia di Stato.
Nessuno fino a oggi ha indicato nel questore Arnaldo La Barbera, un «duro» della polizia, e nei suoi subalterni dei collusi con la mafia, dei corrotti sul libro paga delle cosche, di conseguenza nessuno è in grado di spiegare le ragioni reali della loro azione.
Vedremo cosa riusciranno a inventare magistrati, politici e giornalisti per giustificare un depistaggio che dovranno – e vorranno – presentare come frutto di deviazioni e opera di devianti.
Non è così, non lo è mai stato.
Dietro ogni depistaggio che ha segnato la vita di questa Repubblica fin dal suo sorgere, c’è sempre una «ragion di Stato», una strategia del potere, un disegno politico che non si vuole svelare, che deve essere protetto a ogni costo.
Dall’«oro di Dongo» all’uccisione di Salvatore Giuliano, appaltata dal colonnello dei carabinieri Ugo Luca all’«alta mafia», da piazza Fontana alle stragi mafiose del 1993, i depistaggi sono una costante della storia italiana post-bellica che confermano l’esistenza di uno Stato che non è «doppio» né «parallelo», che è uno solo ma ha due volti, uno democratico e l’altro totalitario.
Le commemorazioni sono un esercizio retorico di menzogne e mezze ammissioni di cui tutti si fanno complici perché nessuno ha mai avuto il coraggio di chiamare in causa dirigenti politici, magistrati, vertici militari e di polizia per svelarne le responsabilità che sono, spesso, palesi.
Per l’attentato di Peteano dove, il 31 maggio 1972, sono morti tre carabinieri solo per la mia scelta sono emerse le responsabilità di alti ufficiali dell’Arma mentre quelle dei vertici sono state occultate da Felice Casson, con il concorso di altri suoi colleghi e dell’affiliato alla loggia P2, il vicequestore Giuseppe Impallomeni.
Per quell’attentato il Casson ha inventato prima la responsabilità della loggia P2, poi quella di Gladio, perché carabinieri fedeli alla Repubblica (nessuno però fino a oggi ha provato l’infedeltà dei gladiatori) non avrebbero mai depistato le indagini su un attentato nel quale erano morti tre loro colleghi.
Ora si ritrovano con appartenenti alla polizia di Stato che hanno depistato le indagini in una strage in cui, oltre a un magistrato, sono morti ben cinque dei loro colleghi.
Se il depistaggio delle indagini sull’attentato del 31 maggio 1972 è stato deciso ai vertici dei corpi di polizia, dei servizi segreti, con l’assenso delle autorità politiche per occultare i rapporti con l’estrema destra, quindi per nascondere quella che era una strategia politica, quello sulla strage di via d’Amelio, a Palermo, compiuta da mafiosi, occulta i rapporti fra lo Stato e le cosche e l’inserimento di queste ultime in una strategia politica.
Il depistaggio non è solo quello della manipolazione delle prove e della loro sottrazione dagli atti giudiziari, è anche quello tipico della magistratura nel suo complesso che si ingegna a inventare ogni volta «deviazioni» e «collusioni», «infedeltà» e tradimenti, pur di non riconoscere che se questori, generali dei carabinieri, alti funzionari dei servizi segreti occultano prove, proteggono colpevoli, «suicidano» testimoni, lo fanno perché motivati dalla «ragion di Stato».
Ed è giunto il momento di affermare questa verità a voce alta, facendo crollare il castello di menzogne eretto in oltre 70 anni di storia di questa Repubblica sulla cui bandiera hanno scritto la parola «infamia».
Cancelliamola.

Opera, 2 ottobre 2018

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