Nel posto sbagliato

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di Vincenzo Vinciguerra

Mi dicono che, il 27 ottobre prossimo, in questo carcere di Opera si presenterà un gruppo di familiari delle vittime del cosiddetto «terrorismo», per parlare ai detenuti.
Ci sarà Agnese Moro che, però, non potrà incontrare Mario Moretti perché il vicedirettore onorario di questo carcere è dal 1997 in semi-libertà e non ha alcun interesse a un confronto che non è in grado di sostenere.
Verrà anche Manlio Milani, presidente dell’associazione dei familiari delle vittime della strage di Brescia, il quale stringerà le mani di quanti, carcerieri, hanno reso difficile e precaria l’esistenza in questo istituto del sottoscritto che ha la colpa, gravissima ai loro occhi, di aver dato un contributo, di cui non sanno in quale misura e per quali ragioni, alla verità sul massacro di piazza della Loggia del 28 maggio 1974.
Dai giornali, dalla televisione, dalle «voci» diffuse ad arte al loro interno, gli risulta che «parlo» e, quindi, devo risponderne a loro che sono gli alfieri dell’omertà.

Vengono, Milani, Moro e i loro amici in un mondo estraneo alla società e alla Nazione, nemico di ogni verità, ignaro della storia che ai carcerieri non interessa, sempre disponibili a favorire chi tace e chi mente perché si distinguono dai loro custoditi solo per le funzioni e per l’ubicazione: in cella, i primi, fuori loro.
E se queste sono osservazioni relative all’incontro di costoro con i carcerieri di Opera, altre è giusto farne per quello con i detenuti.
Per quali recondite ragioni, i familiari delle vittime del cosiddetto «terrorismo» si debbano rivolgere a una massa di individui, che come i carcerieri, nulla sa di storia e niente le interessa, non si comprende appieno.
Parleranno a una platea di truffatori, spacciatori di droga, rapinatori, ladri, lenoni, uccisori di donne e di bambini, che esultano per ogni carabiniere o poliziotto morto ammazzato, non importa da chi, nel passato e nel presente.
Certo, nell’incontro con i carcerieri e i detenuti nulla trapelerà di questa realtà: Milani e i suoi amici vedranno visi attenti, compunti, ascolteranno parole di solidarietà e di conforto, e se ne andranno senza rendersi conto di aver favorito ancora una volta – una volta di più – la propaganda di uno Stato che tanto ha fatto per ammazzare i loro familiari e ha premiato i loro uccisori in cambio del loro silenzio e della loro complicità.
Avrebbero fatto meglio, in passato, e lo farebbero ancora oggi, i familiari delle vittime del «terrorismo» a recarsi ogni settimana, come le madri di Plaza de Mayo a Buenos Aires, dinanzi a palazzo Chigi a protestare contro i governi che favorivano ogni depistaggio e coprivano tutte le verità.
Sono ancora in tempo a farlo, invece di sprecare il loro tempo per venire in un luogo di infamia alla ricerca di una ipocrita solidarietà.
Potrebbero chiedere agli attuali governanti, i Ricci e le Moro, conto della mancata estradizione in Italia di Alessio Casimirri richiesta, per la prima volta, dal governo di Matteo Renzi, cioè dopo oltre trent’anni.
Non lo fanno perché sono attenti a non imbarazzare, come sempre, chi comanda ma pretendono di essere creduti quando affermano di volere verità e, magari, giustizia.
Dovrebbero essere loro, i familiari delle vittime del «terrorismo», ad affermare che in questo Paese c’è stata una guerra civile, e non fenomeni di criminalità politica, iniziando a proporre la costituzione di un’associazione dei familiari delle vittime dello Stato.
E, queste ultime, sono tante, tutte debitamente ignorate.
Non c’è mai stato un giornalista che si è recato a casa dei familiari di Giorgiana Masi, di Roberto Franceschi, di Cesare Pardini e così via a chiedere se ritengono di avere avuto giustizia, se lo Stato ha offerto loro un risarcimento, se ha dato loro la possibilità di esprimere pubblicamente il loro dolore per i figli e le figlie ammazzati da poliziotti e carabinieri dal grilletto facile, senza alcun’altra giustificazione.
No, di questi non bisogna parlare, su di loro l’ordine perentorio è di tacere.
E non parliamo di «terroristi»!
Nemmeno per gli innocenti, cioè per gli estranei alla contesa politica, i familiari delle vittime del «terrorismo» hanno mai avuto una parola di comprensione e di pietà, che esigono che siano riservate in esclusiva solo a loro e al loro dolore.
A differenza loro, noi rispettiamo il dolore di tutti e per questa ragione chiediamo ancora verità e giustizia per tutti, senza distinzioni, i caduti di una guerra che lo Stato italiano e i suoi alleati internazionali hanno scatenato in questo Paese per i loro interessi non condivisibili e, tantomeno, rispettabili.

Opera, 17 ottobre 2018

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