La storia occulta

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di Vincenzo Vinciguerra

Leggo «La Repubblica della stragi», scritto da autori vari e curato da Salvatore Borsellino.
Il suo contenuto si può definire una pagina di storia autentica di una Repubblica che è nata da una sconfitta militare, da una guerra civile, da un massacro di innocenti di cui nemmeno si conosce oggi l’elevatissimo numero.
Il libro tratta un periodo storico che va dal 1978 al 1994, escludendo quello precedente che non viene citato né giudicato perché non rientra nell’economia del lavoro, ma è giusto dire che non si può comprendere il «patto di sangue» fra Stato, mafia, P2 ed eversione nera se non si conviene che esso non viene siglato nel 1978 bensì negli anni dell’immediato dopoguerra.
Non si giunge a comprendere una trattativa fra Stato e mafia se si esclude che la seconda sia stata un supporto fondamentale per la classe dirigente a partire dal 1943.

La mafia è sempre stata una componente del potere alla pari dell’estrema destra che non si è mai rappresentata – e non dovrebbe più esserlo – come «eversione nera», esattamente come la loggia P2 che ha interpretato il ruolo politico dell’intera Massoneria italiana.
Non si parla di forze che si sono collocate al di fuori o, addirittura, contro lo Stato, ma di poteri palesi che hanno agito nell’interesse dello Stato che coincideva con quelli di cui erano portatori.
Solo accettando questa realtà si può comprendere appieno quanto raccontato dagli autori de «La Repubblica delle stragi» che ricompongono un mosaico i cui tasselli hanno un unico denominatore comune: il mantenimento a ogni costo di un equilibrio politico, prima, e del suo riequilibrio, dopo, quando eventi internazionali hanno determinata la fine di una classe dirigente ritenuta dalla potenza egemone non più idonea a governare l’italica colonia.
Detto questo, rendiamo volentieri merito agli autori del libro e al suo curatore per i fatti narrati con precisione e ricchezza di documentazione perché rappresentano un contributo alla verità che si cerca di affermare vincendo la resistenza di un potere che è ancora vivo, imperante, vigile e complice di quelle forze (mafie, Massoneria ed estrema destra) che sono ancora oggi la base sulla quale esso si sostiene.
Non sono mai stati indicati come mafiosi o eversori neri o piduisti i politici che hanno ritardato di ben 23 anni l’approvazione del reato di depistaggio, proposto nel luglio del 1993 dal giudice istruttore di Milano Guido Salvini, e approvato solo per la volontà e l’impegno di Paolo Bolognesi nel 2016.
Un ritardo che dovrebbe far riflettere chi ancora insiste sulle «deviazioni» dei servizi segreti e di funzionari delle forze di polizia, perché denuncia la consapevolezza da parte degli Scalfaro, dei D’Alema e complici che «deviazioni» non ci sono mai state, e che i «depistaggi» non sono opera di corrotti e collusi che agiscono per il proprio tornaconto ma di ufficiali e funzionari che agiscono per ordini superiori.
Fa riflettere quanto si scrive ne «La Repubblica delle stragi» sul conto di Francesco Di Maggio, nominato vicedirettore del Dap su consiglio del capo della polizia Vincenzo Parisi, dal governo presieduto da Carlo Azeglio Ciampi l’11 giugno 1993.
Non aveva titoli per essere nominato vicedirettore del Dipartimento dell’amministrazione penitenziaria, il Di Maggio, perché non era magistrato della Corte di cassazione come imposto dalla legge, ma un oscuro giudice con soli dieci anni di carriera alle spalle.
Ma aveva, evidentemente, un «merito»: quello di non aver svolto alcuna indagine sull’autoparco della mafia di Milano, in via Salomone, pur avendo tutti gli elementi per farla.
Nel processo per la trattativa fra Stato e mafia, sia Francesco Di Maggio che Vincenzo Parisi sarebbero stati imputati se non fossero deceduti, e Oscar Luigi Scalfaro, Giovanni Conso, Carlo Azeglio Ciampi perché no?
Fu il Presidente della Repubblica, Oscar Luigi Scalfaro, a consentire la nomina di Francesco Di Maggio a vicedirettore del Dap emanando un decreto che, in via straordinaria, lo promuoveva a dirigente generale dello Stato.
Un provvedimento eccezionale che trova logica spiegazione nella consapevolezza di Scalfaro, Conso e Ciampi del compito che doveva assolvere Francesco Di Maggio.
E chi ha favorito la carriera di Arnaldo La Barbera? Gli stessi vertici del ministero degli Interni che nel 1979 inviarono a dirigere la Squadra mobile di Palermo il vicequestore Giuseppe Impallomeni e, tempo dopo, lo trasferirono a Venezia per depistare le indagini sul mio conto. Esiste una continuità nel tempo che, purtroppo, sfugge a osservatori peraltro attenti e onesti.
Ricordiamo il caso dell’ispettore generale di Ps, Ciro Verdiani, che mantenne i rapporti con Salvatore Giuliano fino all’ultimo giorno e che, interrogato nell’aula della Corte di assise di Viterbo al processo per la strage di Portella della Ginestra, li ammise specificando che di questi aveva sempre tenuto informato il ministro degli Interni Mario Scelba.
Parliamo di anni ormai lontani e di vicende che sono pressoché dimenticate, salvo scoprire che il copione è sempre il medesimo recitato da personaggi che sono sempre stati al vertice del potere ma sono sempre rimasti puntualmente impuniti.
Questa è la democrazia.
Un sistema di potere che è riuscito a perpetuarsi fino a oggi usando, in maniera spregiudicata, gli strumenti che possiede per trasformarsi da carnefice in vittima, fino a far apparire uno Stato parallelo, uno Stato doppio, che trama, congiura, uccide, massacra, depista senza prendersi la briga di spiegare perché lo faccia.
Dobbiamo credere che da oltre settant’anni in questo Paese esistano due Stati contrapposti, in perenne lotta fra di loro, senza che l’uno, quello «buono», riesca a prevalere sull’altro, quello «cattivo»?
Non offendiamo oltre l’intelligenza degli italiani e diciamo apertamente che esiste un solo protagonista, un potere senza scrupoli asservito a interessi extranazionali e proteso solo a rafforzarsi, non importa a quale prezzo.

Opera, 22 ottobre 2018

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