Ipocrisia

image

di Vincenzo Vinciguerra

Assistiamo alla saga dell’ipocrisia, al festival delle menzogne, allo spettacolo di uno sciacallaggio politico sul corpo di Desirée Mariottini, sul caso di Stefano Cucchi, su quello di Bernardo Provenzano.
È amaro dirlo, ma il caso della sedicenne Desirée non è certo il primo che si verifica in questo Paese, anzi è solo l’ultimo in ordine di tempo perché la cronaca è costellata di casi del genere sui quali tutti speculano per quindici giorni e, poi, dimenticano.
Nulla toglie all’indignazione e allo sconcerto dinanzi alla morte di un’adolescente, il fatto che frequentasse spacciatori di droga che sono, anche in questo caso, di colore per la semplice ragione che i malavitosi italiani forniscono la droga e loro la vendono nelle strade e nelle piazze nell’indifferenza delle forze di polizia che tutto vedono, tutto sanno e nulla fanno.

Avranno anche le loro ragioni, poliziotti e carabinieri, perché arrestare i piccoli spacciatori significa sprecare tempo perché, dopo poco tempo, sono nuovamente in piazza a vendere droga, impuniti e impunibili.
C’è tutto un sistema da riformare, cosa che non è stata fatta da un partito come la Lega Nord che al governo c’è stata per anni insieme al pregiudicato Silvio Berlusconi e ai suoi sodali.
L’ancora alleato del pregiudicato Berlusconi, oggi ministro degli Interni Matteo Salvini invece di recarsi sul luogo dove è stata uccisa Desirée per ragioni meramente elettoralistiche, avrebbe dovuto chiedere conto ai responsabili dell’ordine pubblico a Roma delle ragioni per le quali nulla hanno mai fatto per chiudere quel luogo e mettere in galera gli spacciatori.
Altro che «ruspe» e «pugno di ferro»!
Per ora si vedono solo facce di bronzo per le quali lo sfruttamento dei morti si traduce in voti, almeno così sperano.
Jessica, uccisa a Milano da un italiano, Pamela, uccisa a Macerata non si sa ancora bene come, sono già state dimenticate di fatto: ora c’è Desirée sulla cui fine si cerca di racimolare voti e consensi.
Poi si dimenticheranno anche di lei, per ricominciare alla prossima vittima.
Nauseante!
Dispiace per la sorella di Stefano Cucchi che conduce una sacrosanta battaglia per ottenere giustizia, ma suo fratello era uno spacciatore professionista, un malavitoso che ha rispettato il codice di comportamento del suo ambiente non denunciando i carabinieri che lo avevano pestato in caserma.
Se non sono bastati nove anni per fare luce sulla sua morte, il primo responsabile è proprio Stefano Cucchi rimasto fedele al comportamento che impone ai delinquenti professionisti di rispettare la regola del silenzio e dell’omertà perché, in fondo, le botte in caserma o in commissariato fanno parte delle regole del gioco.
È necessario dirlo per comprendere perché nelle caserme, nelle questure, nei carceri italiani il pestaggio degli arrestati e dei detenuti è stato sempre ritenuto un diritto inalienabile, addirittura un dovere dal quale nessuno doveva ritenersi esentato.
Con buona pace di quanti vantano la democrazia italiana che ha imposto il rispetto dei diritti umani e civili,   questi in Italia non sono mai stati rispettati da parte di chi interpreta il ruolo di tutore della legge fuori e dentro il carcere.
Una realtà, questa, conosciuta da tutti tanto che, anni fa, quando Arnaldo La Barbera era in servizio a Venezia, la rivista Panorama gli dedicò un articolo che iniziava con l’affermazione che l’arrestato non vedeva l’ora di essere portato in carcere per «sottrarsi alle legnate dello “sbirro”», cioè di La Barbera.
È ipocrita, oggi, scandalizzarsi per quanto è avvenuto nel caso di Stefano Cucchi da parte di un’Arma dei carabinieri che la violenza sugli arrestati l’ha sempre esercitata in modo sistematico contando sulla magistratura e la politica per negarla o circoscriverla a casi isolati, esattamente come la polizia o i secondini.
La violenza e l’omicidio sono state prerogative di questa Repubblica fin dal suo sorgere, e nessuno sembra avere la volontà di rinunciarci perché fa parte del suo patrimonio genetico.
Non è solo uno Stato violento e omicida, è anche uno Stato sciacallo, come dimostra il caso di Bernardo Provenzano al quale è stato rinnovato il regime al 41-bis quando ormai era incapace di intendere e di volere.
Uno stolido atto di sciacallaggio per dimostrare che questo Stato (quello dell’alleato di Matteo Salvini, Silvio Berlusconi e del suo compare Marcello Dell’Utri) lotta senza compromessi contro la mafia.
Bernardo Provenzano è stato quarant’anni latitante con l’autorizzazione dello Stato italiano, infierire su di lui quando ormai non era più in grado di comunicare con terzi, nemmeno con i familiari è stato un gesto semplicemente vano.
Ci sono alcune migliaia di mafiosi che vivono nelle sezioni di alta e media sicurezza, che non hanno alcuna restrizione nei colloqui e nei rapporti con l’esterno, che continuano a comandare in carcere come hanno sempre fatto, con il denaro e con l’intimidazione, così che il 41-bis si rappresenta, sul piano della sicurezza, come un bluff perché quanti vi sono ristretti sono ormai fuori dal gioco.
Il 41-bis è solo un mezzo per ottenere collaboratori di giustizia: perché non ammetterlo?
Lo vieta l’italica ipocrisia, la stessa che si sforza di rappresentare il carcere come luogo di recupero, di rieducazione, di rispetto per la personalità e la dignità del detenuto e dei suoi diritti umani e civili.
E chi ci crede?

Opera, 26 ottobre 2018

Rispondi

Effettua il login con uno di questi metodi per inviare il tuo commento:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...