Una visione unitaria

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di Vincenzo Vinciguerra

Dall’«oro di Dongo» alla strage di via D’Amelio, a Palermo, la storia italiana è un susseguirsi di «misteri» e depistaggi.
Anche gli storici più onesti hanno cercato di dare spiegazione a ognuno di essi senza mai riuscirci appieno, perché tutti sono incorsi nell’errore di valutarli al di fuori del loro contesto reale.
Hanno, cioè, questi storici, inquadrato i fatti come se fossero allegati l’uno dell’altro, attribuendoli a singole persone o gruppi che, nella più ardita delle ipotesi, erano collegati a personaggi politici anche di primo piano o a centri di potere genericamente definiti «occulti».
Il risultato è sotto i nostri occhi: abbiamo la storia della «banda Giuliano», della mafia «buona» di Calogero Vizzini e, poi, di Stefano Bontate, quella «cattiva» di Salvatore Riina, la «Gladio rossa» e quella bianca, l’«eversione nera» e quella «rossa», la banda della Magliana e «Mafia Capitale», la corruzione politica, Andreotti e Lima, Berlusconi e Dell’Utri, la P2 e la massoneria «deviata», i servizi segreti «deviati», la democrazia sotto attacco, lo Stato debole e incapace.

Una frammentazione di fatti ed episodi che ha permesso sempre ai responsabili, che si sono alternati ai vertici nel corso degli anni, di creare uno scudo difensivo che nessuno, fino a oggi, è riuscito a infrangere.
Se, per ipotesi, si riuscisse ad avere la verità su tutti gli episodi «misteriosi» che costellano la storia dell’Italia del dopoguerra, non si avrebbe comunque la verità assoluta, la sola in grado di cambiare le sorti e il destino di questa Nazione.
È forse mancata la lucidità, nei migliori, per comprendere che questo regime, sorto dal tragico inganno dell’8 settembre 1943, ha sempre avuto il pieno controllo di tutte quelle forze che, propagandisticamente, nel corso degli anni ha poi raffigurato come nemiche.
Perfino il Partito comunista, il nemico per antonomasia, la «quinta colonna sovietica» in Italia, la Democrazia cristiana e i suoi alleati hanno evitato di porlo fuori legge perché, da un lato, serviva come «spauracchio» per acchiappare voti e, dall’altro, erano consapevoli che avrebbe sostenuto sempre il regime di cui era uno dei partiti fondatori.
Con le mafie, poi, i dirigenti politici italiani avevano stabilito patti inossidabili fin dal 1943 affidando a esse il controllo dell’ordine pubblico e il sostegno a quello politico, improntato al più acceso anticomunismo.
Forze di regime, quindi, le mafie italiane che affiancavano quelle di polizia e gli apparati di sicurezza, tant’è che la struttura militare denominata «Gladio» era presente nel centro-nord e non nel Sud Italia e nelle isole. I suoi compiti informativi e di controllo del territorio erano, difatti, espletati delle mafie.
Quando qualcuno, fra gli appartenenti alle forze di polizia, moriva per mano mafiosa, era perché non aveva compreso la realtà, pensava di dover combattere contro la criminalità organizzata, come è accaduto al vicequestore Boris Giuliano.
Morto lui, il ministero degli Interni ha subito inviato a Palermo il vicequestore Giuseppe Impallomeni, affiliato alla loggia P2, sospettato di aver percepito tangenti a Firenze, in modo da rassicurare gli amici e gli amici degli amici sul ripristino della normalità nei rapporti fra Questura e mafia.
Quando, dopo il pentimento giudiziario di Tommaso Buscetta, i mafiosi palermitani guidati da latitanti di Stato, come Bernardo Provenzano e Salvatore Riina, reagiscono con la violenza che gli è propria non lo fanno perché intendono colpire lo Stato ma perché dallo Stato si sentono traditi.
Con tanti meriti acquisiti nel corso di un quarantennio, vogliono metterli in galera?
Inaccettabile per Riina e compari!
Se il Partito comunista garantiva la stabilità del regime a sinistra, il Movimento sociale italiano, sorto sul modello del Movimento sociale francese da cui aveva tratto lo stesso simbolo (la fiamma tricolore) e parte della struttura organizzativa (Raggruppamento giovanile e Volontari nazionali), lo garantiva all’estrema destra.
Il Movimento sociale italiano non ha mai perso il controllo dei gruppi della destra extraparlamentare che, da parte loro, si configuravano come forze paramilitari del regime con compiti prevalentemente informativi e, quando sarà necessario, operativi.
La loggia massonica Propaganda due (P2) riuniva circa 3.000 fedelissimi dello Stato e del regime che operavano sotto la supervisione americana.
Tutte queste forze, nel corso degli anni, sono state presentate come quell’antiStato, mentre, al contrario, sono state le élites dello Stato e del regime che senza il loro apporto non sarebbe forse sopravvissuto così come ancora oggi lo conosciamo e lo sopportiamo.
La verità sulla storia italiana non si potrà mai raggiungere se si continua a invertire le parti, a presentare come nemici gli amici dello Stato, perché è in questo modo che è stato possibile alla coppia Berlusconi-Dell’Utri subentrare a quella rappresentata da Andreotti-Lima, segno evidente che nulla è cambiato rispetto al passato prossimo e remoto.
Tant’è che al governo, e al ministero degli interni, c’è oggi un politico che è da sempre alleato dei Berlusconi e dei Dell’Utri, nel segno di una continuità che solo l’emergere della verità potrà finalmente interrompere.

Opera, 30 ottobre 2018

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