Ombre Bianche

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di Vincenzo Vinciguerra

Il libro scritto da Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, «Ombre nere», edito da Rizzoli, ricostruisce con lucidità le vicende dell’omicidio del presidente della Regione Sicilia, Piersanti Mattarella, avvenuto a Palermo il 6 gennaio 1980.
Scorrevole come un romanzo, il libro rilancia in maniera documentata la tesi dell’omicidio politico compiuto da militanti del Movimento sociale italiano romano e milanese (Valerio Fioravanti e Gilberto Cavallini) per conto di una entità che non è mafiosa, o, meglio, non è soltanto mafiosa.
L’analisi che i due bravi autori fanno per giungere a una conclusione che è necessariamente, viste le sentenze emesse dalla magistratura in proposito, ipotetica, ripercorre il rapporto che intercorre fra l’estrema destra italiana e la criminalità organizzata che, all’epoca, aveva come partito di riferimento la Democrazia cristiana.

È condivisibile la tesi dei due autori che Piersanti Mattarella sia stato ucciso perché promotore, in Sicilia, di quell’apertura al Pci che era già costata la vita ad Aldo Moro ma, senza entrare un contrasto con questa, si potrebbe anche aggiungere che il presidente della Regione Sicilia abbia svolto indagini personali sull’omicidio di Michele Reina, segretario provinciale della Democrazia cristiana a Palermo, avvenuto il 9 marzo 1979.
In questo caso il movente dell’omicidio è duplice: politico, inteso cioè a bloccare l’apertura a sinistra, e processuale, con l’eliminazione di un testimone che, forse, aveva acquisito elementi di verità sulla morte di Reina.
L’attuale presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, qualcosa su questo punto dovrebbe sapere, perché non appare credibile che i dirigenti democristiani, a Roma come a Palermo, non si siano chiesti perché sia stato ucciso Michele Reina, da chi e per conto di chi.
Per la sua posizione e la sua autorevolezza, Piersanti Mattarella era in grado di svolgere una discreta quanto delicata indagine sulla morte di Michele Reina che, però, in un ambiente altamente inquinato come quello democristiano dalla massiccia presenza mafiosa non è passata inosservata.
Del resto, se ben ricordo, anche in occasione dell’omicidio di Michele Reina, è stata ipotizzata la presenza di un killer che aveva una notevole somiglianza con Valerio Fioravanti.
Nulla di certo, per carità, solo un riferimento doveroso e necessario per dire che la verità sull’omicidio di Piersanti Mattarella si potrà ottenere, forse, un giorno anche lontano, prendendo in considerazione l’ipotesi che, in quel 1979, un unico centro di potere ha commissionato a mercenari dell’estrema destra tre omicidi: Michele Reina, il 9 marzo 1979, a Palermo; Mino Pecorelli, il 20 marzo 1979, a Roma; Piersanti Mattarella, il 6 gennaio, a Palermo.
Un’ipotesi troppo ardita? Forse, ma non trascurabile se si ricercano i tasselli necessari per ricomporre il mosaico partendo dai dati acquisiti con certezza, primo il rapporto organico fra l’estrema destra e la malavita organizzata a Roma, come a Milano e Palermo.
Se mai la mafia palermitana decide di agire contro esponenti politici lo fa per vendicarsi per gli impegni presi e non mantenuti, come nel caso di Salvo Lima, o contro avversari politici che le arrecano danni gravi, come Pio La Torre, ma i democristiani non erano nemici, anzi, erano i suoi referenti a Palermo come a Roma.
La criminalità organizzata non colpisce gli amici e gli amici degli amici, salvo nel caso che l’input per farlo non parta dallo stesso ambiente politico.
E anche in questo caso lo fa con le debite precauzioni, attenta a non apparire come la mano omicida, limitandosi, eventualmente, a lasciar fare sul proprio territorio senza intervenire.
Nel caso dell’omicidio di Piersanti Mattarella sono certamente mafiosi quelli che fanno giungere ai servizi segreti l’informazione che il killer è venuto da fuori e che è un «terrorista».
Informazione esatta se, con tanti pentiti di peso e di spessore, nessuno ha mai indicato il nome del killer, conosciuto da pochissimi magari a Roma e non a Palermo.
La pista mafiosa è sostenuta dalla Questura di Palermo nella quale nel posto chiave di capo della Squadra mobile vi era il vicequestore Giuseppe Impallomeni, affiliato alla Loggia P2, presenza inquietante e significativa sulla quale, purtroppo, nemmeno gli autori del libro hanno posto la loro attenzione non per scelta ma perché su di essa è calato il più totale silenzio dopo che, da Palermo, Impallomeni è stato trasferito a Venezia dove è divenuto, come capo della Digos, il più prezioso collaboratore di Felice Casson nelle indagini sull’attentato di Peteano.
Perché gli uomini della P2, prima Impallomeni e poi il questore Nicolicchia, si impegnano allo spasimo per affermare la pista mafiosa nell’omicidio Mattarella?
Perché sanno che la pista porta a un vicolo cieco. Difatti, saranno condannati solo i componenti della «cupola» mafiosa sulla base del «teorema Buscetta» non per prove acquisite, ma i killer resteranno ignoti.
Anche le modalità dell’azione omicidiaria non corrispondono a quelle della mafia i cui picciotti non necessitano di rubare al volo una macchina, modificare le targhe, agire a viso scoperto lasciando in vita i testimoni, segno tangibile che non erano palermitani.
È a Roma che bisogna cercare il movente, l’organizzazione e gli esecutori materiali iniziando, però, dall’omicidio di Michele Reina, passando per quello di Mino Pecorelli per approdare, infine, a quello di Piersanti Mattarella.
Bisogna illuminare, secondo verità, quel verminaio umano rappresentato dall’estrema destra che, sul finire degli anni Settanta, s’identificava con la malavita più o meno organizzata che operava a Roma.
Privi di ideali e di progetti politici, i militanti dell’estrema destra agivano ormai spinti dall’impulso dell’odio verso i «rossi» ma anche, per la prima volta nel dopoguerra, da quello nei confronti di poliziotti e carabinieri che, abbandonate le buone maniere di un tempo, li massacravano di botte all’interno di commissariati e caserme.
Armi, soldi, odio e vendette: queste le motivazioni che, a posteriori, la propaganda di regime ha cercato di rappresentare come opera di idealisti che agivano come cani sciolti, spontaneisti senza padroni quando, viceversa, i punti di riferimento all’interno del mondo dell’estrema destra li avevano. Ed erano i peggiori che mai potessero avere.
Gli stessi che avevano loro indicato come esempio da seguire e come alleati i banditi della Magliana dai quali erano ormai indistinguibili.
Non è più il caso di parlare di «ombre nere» o di «eversione di destra» o, tantomeno, di «neofascisti», ma solo di sbandati senza arte né parte disponibili a fare ogni cosa, anche i killer su commissione.
Riconosciuta l’omogeneità di un mondo criminale, senza distinzioni fra banditi e neofascisti, si deve anche accettare che se Danilo Abbruciati, delinquente di Stato, va a sparare al vicepresidente del Banco Ambrosiano a Milano, altri delinquenti di Stato e di servizio possano aver ucciso su commissione Mattarella, Pecorelli e anche Reina.
Le motivazioni: denaro, favori e protezioni che rimangono valide ancora oggi come dimostra il caso di Massimo Carminati, amico degli amici, non camerata dei camerati.
In conclusione, il libro di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza va letto per trarre esempio di come si scrive la storia, quella vera, spesso – troppo spesso – diversa e contrapposta a quella redatta nelle aule giudiziarie.
Difatti, il mio solo e unico dissenso risiede nel titolo: le «ombre» non sono «nere», bensì bianche come il colore dello scudo crociato, emblema della Democrazia cristiana.

Opera, 19 novembre 2018

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