Ottobre 1977

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di Vincenzo Vinciguerra

Si parla molto del 1977, l’anno di Autonomia operaia, della cacciata di Luciano Lama dall’Università di Roma, degli scontri di Bologna, dell’uccisione da parte della polizia di Giorgiana Masi.
Sfuggono, invece, all’attenzione degli storici altri avvenimenti che, viceversa, andrebbero approfonditi perché la loro comprensione potrebbe consentire di chiarire quanto di rilevante è accaduto successivamente, soprattutto in relazione al sequestro e all’omicidio di Aldo Moro.
Prima di giungere al quel mese di ottobre, occorre però fare un passo indietro, retrocedere al mese di luglio del 1977, esattamente al 26 di quel mese, quando il generale comandante dell’Arma dei carabinieri, Enrico Mino, destituisce dalla carica di capo di Stato maggiore dell’Arma il generale Arnaldo Ferrara.

Chi era costui?
Nominato capo di Stato maggiore dell’Arma dei carabinieri nell’estate del 1969, quando con il grado di colonnello comandava la Legione Lazio, Arnaldo Ferrara s’insedia nella carica il 1° novembre 1969, nel pieno della guerra non dichiarata fra Egitto e Israele nel Sinai.
Una scelta ponderata quella del governo e dei vertici militari perché Ferrara è ebreo, fratello di un deputato del Partito repubblicano che rappresenta in Italia gli interessi di Israele.
Arnaldo Ferrara, caso eccezionale nella storia dei carabinieri, resterà al comando dello Stato maggiore dell’Arma per quasi dieci lunghi e tragici anni, fino, appunto, al 26 luglio 1977.
Nessuno ha mai indagato sul personaggio che da colonnello è divenuto generale di Corpo d’armata senza mai muoversi dalla sedia di capo di Stato maggiore dell’Arma. Il generale Gianadelio Maletti lo definirà una «eminenza grigia» rifiutandosi, però, di dire altro. Un personaggio di rilevante importanza nel mondo politico e militare italiano di quegli anni se è vero – come è vero – che per lui sarà inventata la carica di consigliere militare della presidenza della Repubblica che sarà chiamato a ricoprire nel settembre del 1978 da Sandro Pertini.
La motivazione della sua rimozione da una carica che gli garantiva il controllo pressoché totale sull’intero settore della sicurezza nazionale, risiedeva nelle pressioni che la Germania federale da tempo faceva sui governi italiani perché consentissero al colonnello Herbert Kappler di rientrare in patria.
Herbert Kappler era il colonnello tedesco che, per ordine del Comando supremo germanico, aveva diretto la rappresaglia per l’attentato di via Rasella a Roma nel marzo del 1944.
In base alle convenzioni internazionali, sottoscritte da tutti i Paesi belligeranti, l’uccisione di un soldato in uniforme in una zona occupata comportava la fucilazione di dieci civili. Nell’attentato di via Rasella, ordinato dal comitato militare del Cln, composto da Sandro Pertini, Giorgio Amendola e Riccardo Bauer, morirono 33 poliziotti alto-atesini del battaglione «Bozen».
Per il Tribunale militare che, nel 1948, processò Herbert Kappler, i morti nel momento della rappresaglia erano 32, quindi avrebbe dovuto passarne per le armi 320, non i 335 che effettivamente furono fucilati alle Fosse Ardeatine.

I 15 civili uccisi in più determinarono la condanna all’ergastolo del colonello Kappler.
Però, fra i 335 fucilati delle Fosse Ardeatine, vi erano anche 75 ebrei, così che, negli anni, la comunità ebraica romana si appropriò della strage trasformandola in un simbolo della Shoah e chiedendo per essa l’ovvia e scontata vendetta.
Herbert Kappler si trovava ricoverato, in stato di libertà, presso l’ospedale militare del Celio, a Roma, in condizioni fisiche gravissime, e il cui controllo era affidato ai carabinieri che svolgevano le funzioni di polizia militare.
Per consentire l’allontanamento dell’ufficiale germanico dall’ospedale serve, quindi, la collaborazione dei carabinieri che non potrà mai essere concessa se a capo di Stato maggiore permane l’ebreo Arnaldo Ferrara.
Da qui la necessità di allontanarlo promuovendolo vice comandante dell’Arma, carica più che altro onorifica.
Il 15 agosto, rimosso Arnaldo Ferrara, gli uomini dell’«Anello», la struttura clandestina a disposizione della presidenza del Consiglio, prelevano Herbert Kappler all’ospedale militare del Celio e lo riportano in patria.
Ne segue una tempesta politica che investe il solo ministro della Difesa, Vito Lattanzio, obbligato a dimettersi.
Per comprendere il furore vendicativo degli ebrei italiani e degli israeliani nel vedersi sfuggire Kappler, destinato peraltro a morire entro pochi mesi, è giusto ricordare come si siano rivalsi sul capitano Erich Priebke il cui processo rappresenta una pagina di vergogna politico-giudiziaria senza precedenti nella storia italiana.
Il sospetto che gli israeliani non abbiano atteso venti anni per pareggiare il conto esiste, ed è fondato.
Difatti, il responsabile della destituzione di Arnaldo Ferrara (una durissima perdita per i servizi segreti israeliani) e della «fuga» di Herbert Kappler dal «Celio» di Roma, legato ad Aldo Moro, il generale Enrico Mino non sfugge all’appuntamento con la morte il 31 ottobre 1977, quando l’elicottero sul quale viaggiava, guidato dal migliore ufficiale elicotterista dell’Arma, si schianta sui monti della Sila.
Come nel caso della esplosione in volo dell’aereo sul quale viaggiava il presidente dell’Eni, Enrico Mattei, si parlerà di incidente, peraltro inspiegabile, del malfunzionamento dell’altimetro, ma il dubbio del sabotaggio resta, avvalorato dal precedente dell’aereo del Sid, l’«Argo 16», esploso sul cielo di Marghera nel novembre del 1973, come risultato di una operazione pacificamente attribuita negli ambienti militari e di sicurezza italiani ai servizi segreti israeliani in concorso con quelli americani.
In quell’autunno del 1977 ci sono i segnali di una offensiva israeliana e americana contro una politica italiana non del tutto allineata alle direttive americane sul Medio Oriente, così che l’«affronto» inflitto agli israeliani con la «fuga» di Kappler e il danno derivato dalla destituzione del generale Arnaldo Ferrara si salda con la fornitura di armi concessa dagli italiani ai palestinesi, di cui Israele viene a conoscenza proprio in quel periodo.
La prima risposta giunge con l’«inspiegabile» incidente in cui muore il generale Enrico Mino, per la seconda bisognerà attendere il 16 marzo 1978.
Ma è nel mese di ottobre del 1977 che Mario Moretti e i suoi sodali iniziano a controllare i movimenti di Aldo Moro.
Una scelta oculata perché è proprio Aldo Moro il protagonista degli accordi segreti con i palestinesi, forniture d’armi comprese.
Qualcuno potrebbe ipotizzare che sia solo una fortuita coincidenza che le malevole intenzioni della Cia e del Mossad nei confronti di Aldo Moro si sommino, in quel mese di ottobre, a quelle altrettanto ostili verso lo stesso personaggio politico delle Brigate rosse di Mario Moretti.
Noi non lo crediamo.

Opera, 1 dicembre 2018

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