I Falliti

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di Vincenzo Vinciguerra

È giusto fare, al termine di un anno, un bilancio di quanto è accaduto nel suo corso.
Il mio è un bilancio positivo: sono ancora qui, combattivo come sempre, come sempre indifferente alle pressioni, dirette e indirette, di un ambiente penitenziario per il quale la mia permanenza in carcere è divenuta un incubo e una sconfitta.
Mentre i pulciosi botoli dell’estrema destra si consolano a vicenda fantasticando sulla mia avvenuta scarcerazione avvenuta chissà quando e chissà perché, buona parte dei secondini di Opera sono obbligati a prendere atto del loro fallimento.

Bisogna dare atto che hanno provate tutte le ignominie di cui sono capaci, ultima delle quali, in ordine di tempo, impedirmi di fare una visita oculistica per un intero anno.
Hanno forse voluto festeggiare l’inizio del 40° anno di carcere volontario, se una visita oculistica richiesta il 17 novembre 2017 l’ho fatta il 13 novembre 2018.
È giusto segnalare che in un anno si sono mossi, prima, un appuntato la cui onestà e il cui senso del dovere dovrebbero essere portati a esempio ai suoi superiori gerarchici, poi il direttore, Silvio Di Gregorio, informato da una mia lettera di quanto stava accadendo.
Che dire?
Gli anni non sono passati invano, perché sono sempre più numerosi i segnali che provano come la verità sulla guerra politica da me affermata fin dal mese di giugno del 1984 sia condivisa da un numero sempre maggiore di storici, esperti, giornalisti, persone serie e per bene.
Quanti si illudono che potranno formare un governo di centro-destra con Matteo Salvini, presidente del Consiglio, per riscrivere a loro comodo la storia della guerra politica italiana, come già preannunciato da Giorgia Meloni, si sbagliano.
Ammesso, perché effettivamente è possibile, che alle tante disgrazie italiane si debba aggiungere un governo di centro-destra con Salvini, Meloni e il mummificato Berlusconi, la pretesa di riscrivere la storia a colpi di maggioranza parlamentare si rivelerà fallace.
I nuovi leghisti dell’estrema destra, difatti, non potranno più modificare ciò che sul piano storico e giudiziario è emerso in oltre mezzo secolo.
Un conto è scrivere libri, dal contenuto spesso grottesco, nel tentativo di creare una mitologia di destra, un altro è affrontare la realtà che emerge da migliaia di documenti che inchioda l’estrema destra al ruolo di forza di potere alla pari delle mafie.
Gli attacchi portati alla mia persona con i metodi infami che sono propri di un verminaio umano e politico non hanno avuto altro risultato che evidenziarne le congenite imbecillità e codardia.
La pretesa che io mi debba ritrovare in «libertà» ne è l’ultima dimostrazione in ordine di tempo.
La libertà mi appartiene. È una libertà interiore, che non si può imprigionare né sopprimere.
Perché mai dovrei sentire il bisogno di uscire fuori dal carcere se sono libero nella mia cella?
Concetto difficile da comprendere per codardi che si ritrovano ad avere come figure mitiche chi dal carcere è uscito in ginocchio e piangendo.
Non lo comprendono – non lo possono comprendere – i pulciosi botoli dell’estrema destra e non possono farlo nemmeno i carcerieri che da 36 anni, dei quali 25 passati a Opera, hanno esibito, senza mai fermarsi, il loro pur vasto repertorio di infamie.
Non sono intimidibile né condizionabile: sono, appunto, un uomo libero come lo sono sempre stato, che vive di ideali e di sogni che non svaniscono, questi ultimi, all’alba perché appartengo alla categoria di chi sogna a occhi aperti.
È normale che coloro che vivono seguendo le regole elementari dell’esistenza (mangiare, bere, dormire e defecare), decisi a stare sempre dalla parte del più forte, attenti a non uscire fuori dal coro, le mie scelte non le possano comprendere né accettare.
Le «piccole scimmie saltellanti», dentro e fuori dal carcere, queste scelte sono obbligate a negarle perché sono sideralmente distanti dalle loro che vivono nel fango le loro misere esistenze di umani mammiferi.
Nella solitudine di una cella si concentra l’intero universo con le sue stelle e le sue galassie, senza limiti di spazio e di tempo perché chi ci vive ha un cuore, una mente e un’anima.
Non si tratta, per carità, di ritenersi e di spacciarsi per un super-uomo. No, si tratta si riconoscersi per quello che si è: un uomo, che nulla ha da spartire con gli umani mammiferi che mangiano bevono, dormono e defecano dentro e fuori dal carcere attendendo trepidanti il momento di una morte che per loro è la fine.
E, invece, è solo la conclusione di una morte che hanno scambiato per vita.
Non hanno vissuto: hanno mangiato, bevuto, dormito e defecato, fuori e dentro un carcere.
Le loro critiche, le loro infamie, le loro offese si infrangono contro le pareti di una cella in cui si vive per sognare e per combattere.

Opera, 08 dicembre 2018

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