Piazza Fontana

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di Vincenzo Vinciguerra

Sono passati 49 anni dalla strage all’interno della Banca dell’agricoltura di Milano, in piazza Fontana.
Anche quest’anno, come il precedente, gli studenti milanesi non hanno organizzato il corteo per ricordare l’anniversario del massacro.
Come ogni anno le reti Rai e Mediaset hanno debitamente ignorato l’anniversario confermando che il cambiamento affermato dal governo in carica non si è verificato all’interno della loro redazioni.
Uniche eccezioni, la trasmissione di un servizio dettagliato su «La7», in onda il 12 dicembre a cura di Andrea Purgatori, e la presenza del presidente della Camera dei deputati a Milano, lo stesso giorno, per partecipare alla manifestazione organizzata per ricordare la strage.

Due piccole oasi in un deserto di indifferenza e di omertà che confermano la volontà del potere di far dimenticare quel massacro sul conto del quale ci si ostina a negare la verità.
Una verità che non è quella dell’Anpi e del sindaco di Milano, quella che pretende che la strage fu fascista e operata dai fascisti, ma che fu di Stato, compiuta cioè da uomini che operavano nell’interesse di uno Stato che, in quel momento, voleva ristabilire «legge e ordine» trasformando una democrazia parlamentare in una democrazia autoritaria.
Mentono quanti affermano che non si conoscono i nomi degli esecutori perché tre di essi hanno un nome e un volto: Franco Freda, Giovanni Ventura e Carlo Digilio.
Si conoscono anche i nomi di quanti hanno ostacolato la ricerca della verità che stava emergendo dalle indagini condotte dal giudice istruttore di Milano, Guido Salvini, primo fra i quali quello di Felice Casson, la cui azione ha reso possibile l’assoluzione per insufficienza di prove di Carlo Maria Maggi e di Delfo Zorzi.
Sono noti anche i nomi di due ufficiali del Sid che hanno protetto Guido Giannettini, Giovanni Ventura e Marco Pozzan: il generale Gianadelio Maletti e il capitano Antonio Labruna.
Sono conosciuti anche i nomi dei funzionari della polizia di Stato che hanno tentato di insabbiare le indagini sul conto di Franco Freda: Elvio Catenacci, direttore della divisione «Affari riservati», Bonaventura Provenza, capo dell’ufficio politico della Questura di Roma; Antonino Allegra, capo dell’ufficio politico della Questura di Milano.
Sono tutti uomini dello Stato. E se costoro si sono ritenuti in dovere di proteggere organizzatori ed esecutori della strage del 12 dicembre 1969, è perché anche questi ultimi erano al servizio dello Stato.
Degno di nota è il fatto che l’attuale presidente della Camera dei deputati, Roberto Fico, abbia chiesto scusa anche «per quegli apparati dello Stato che hanno fatto di tutto per celare la verità», senza inventarsi – ed è la prima volta per un esponente delle istituzioni – che erano «deviati».
Un segnale positivo, ma non basta.
Serve molto altro. Serve trovare per la prima volta il coraggio della verità, della rilettura dei fatti, dello sgombero dei luoghi comuni come quello relativo all’«anarchico innocente» Pietro Valpreda, alla morte per suicidio di Giuseppe Pinelli – perché suicidio fu –, persona per bene che ha pagato la sua ingenuità e la fiducia concessa a quanti non la meritavano.
È necessario, oggi, avere la forza di mettere in evidenza il ruolo dei servizi segreti americani, militari e civili, di quelli israeliani e francesi, di quanti apparati di sicurezza di Paesi esteri hanno concorso a quella «guerra a bassa intensità» che ha insanguinato l’Italia per un ventennio.
In questo Paese ci sono, anche fra giovani e giovanissimi, sempre più persone che la verità la desiderano e la cercano non credendo più alla propaganda del regime.
E vogliono la verità perché si rendono conto che la sua affermazione non è fine a se stessa, non vale solo per riscrivere nel modo giusto la storia d’Italia, ma è necessaria per ritrovare indipendenza e sovranità nazionale.
Abbiamo perso una guerra, quella del ’40-‘45, tutti quanti insieme, fascisti e antifascisti, e, a distanza di 73 anni, le classi politiche dirigenti nulla ancora fanno per uscire dal tunnel di una sconfitta che pesa ancora oggi.
La strada della verità è quella che, più di ogni altra, ci consentirà di uscire da questo tunnel, dall’oscurità di questo tempo in cui tutti abbiamo subito il fardello di una disfatta militare di cui dobbiamo liberarci ora e per sempre.
E non saremo mai liberi se così non sarà.

Opera, 15 dicembre 2018

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