La guerra infinita

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di Vincenzo Vinciguerra

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ringrazia il presidente del Brasile per aver concesso l’estradizione di Cesare Battisti.
Una decisione, scrive, che «contribuisce a rendere giustizia alle vittime».
Non è il solo, Sergio Mattarella, a esultare per una decisione che dovrebbe portare in carcere, per scontare un ergastolo, un uomo che ha ormai 64 anni, dei quali 37 passati in latitanza, perché il plauso è generale.
Io non esulto.
Non sono ideologicamente affine a Battisti e, umanamente, il personaggio mi è anche antipatico, ma portarlo in carcere è la negazione della giustizia.
Cesare Battisti è uno delle centinaia di italiani perseguiti penalmente in Italia ma liberi di risiedere, lavorare e rifarsi una vita in Francia per un accordo intercorso fra i governi italiani e quelli francesi.

Un accordo che presuppone che per i governi italiani e francesi i latitanti italiani erano perseguitati dall’italica giustizia e andavano, pertanto, tutelati.
Nessuno, politico o storico che fosse, ha mai spiegato come sia stato, possibile – e per quali ragioni – che i governi italiani proteggessero, garantendo loro la libertà in terra dl Francia, a centinaia di persone che la magistratura italiana ricercava perché accusati di «terrorismo» e di «eversione», così che la sola spiegazione possibile è che per i politici italiani queste persone erano più «vittime» che «carnefici».
Fra queste persone vi era Cesare Battisti, evaso dal carcere di Fossombrone nel mese di ottobre del 1981, che si era rifatto una vita a Parigi, aveva scritto libri, uno dei quali pubblicato perfino in Italia, e aveva accettato la sua condizione di esule a vita.
Poi, nel 2004, dopo ben 23 anni, il governo italiano lo seleziona fra tanti e decide che deve «fare giustizia», cioè lo deve estradare in Italia per fargli scontare un ergastolo.
Se per i governi italiani era stato giusto lasciarlo libero per 23 anni, per quali recondite ragioni dovremmo considerare giusto fargli iniziare a scontare un ergastolo a distanza di oltre 40 anni dai fatti che lo hanno visto protagonista?
Cesare Battisti, in realtà, deve essere sacrificato sull’altare di una fasulla giustizia che vuole dare soddisfazione ai familiari delle vittime.
Una giustificazione ipocrita perché i governi italiani hanno sempre selezionato in modo accurato anche i familiari delle vittime ai quali dare o negare giustizia.
Lo provano le vicende di Alessio Casimirri e Alvaro Lojacono (via Fani e sequestro e omicidio di Aldo Moro), di Giorgio Pietrostefani (omicidio Calabresi), dell’Italicus e delle stragi per le quali una parziale giustizia è stata possibile dopo decenni contro i governi italiani.
Questa volontà di «dare giustizia» ai familiari delle vittime è un modo subdolo per perpetuare la leggenda di un attacco «terroristico» allo Stato democratico.
Una pretesa per negare che in questo Paese ci sia stata una guerra «a bassa intensità», non dichiarata dai presunti «terroristi».
Non è così.
Come in ogni guerra le vittime sono da entrambi i lati, poi ci sono quelle estranee alla contesa, i cosiddetti «danni collaterali» per usare la terminologia della Nato, e, infine, in Italia, c’è la categoria dei testimoni morti per avvelenamento, per incidenti stradali, per cadute dalle finestre e debitamente «suicidati».
Quattro sono, quindi, le categorie delle vittime e, di conseguenza, dei loro familiari ai quali dare giustizia.
Qualcuno si è recato a casa dei familiari della diciannovenne Giorgiana Masi per chiedere se ritengono che lo Stato abbia fatto qualcosa per dare loro giustizia?
Non l’ha mai fatto nessuno, perché Giorgiana è stata uccisa a Roma, il 12 maggio 1977, dalla polizia.
Quante vittime come lei? Tante, troppe per uno Stato che si rappresenta come «aggredito» quando, viceversa, è stato l’aggressore.
I loro familiari non hanno diritto ad avere giustizia, magari circoscritta alle scuse dello Stato e al riconoscimento cha i loro cari sono stati delle vittime innocenti?
Anche questo lo Stato non lo può fare?
Farlo significherebbe riconoscere, anche implicitamente, delle responsabilità in un conflitto nel quale, come sempre e come ovunque accade, non è stata rispettata alcuna regola.
La guerra è questa, perché negarlo ancora?
La guerra civile è iniziata il 25 luglio 1943 passando attraverso varie fasi e sarebbe giunto il momento di dichiararla conclusa.
Certi capitoli sono stati chiusi senza alcuna pubblicità, con pudore dettato dalle circostanze.
Così, in piena emergenza «terroristica», il presidente della Repubblica Sandro Pertini, nel mese di settembre del 1978, ha concesso la grazia a Giulio Paggio e Natale Burato.
Il primo era stata il capo della «Volante rossa» a Milano, il secondo un suo gregario. Entrambi erano condannati all’ergastolo, per molteplici omicidi, non tutti accertati, commessi dall’estate del 1945 fino al mese di gennaio del 1949.
La «Volante rossa» era una formazione paramilitare del Pci chiamata a svolgere servizio d’ordine anche in occasione di manifestazioni pubbliche, e sarà proprio il Pci a far espatriare clandestinamente Paggio e Burato in Unione sovietica e in Cecoslovacchia quando a loro carico saranno spiccati i mandati di cattura.
Paggio e Burato non faranno un solo giorno di carcere e, benché la legge preveda che per avere la grazia per «ragioni umanitarie» i condannati debbano aver espiato almeno due terzi della pena (nel loro caso 30 anni) Pertini concede loro la grazia perché sono anch’essi «terroristi» ma di osservanza comunista, quella ortodossa.
Un gesto di palese ingiustizia nei confronti dei familiari delle vittime della «Volante rossa» che però, oggi, ci consente di suggerire al presidente della Repubblica Sergio Mattarella e al governo di concedere la grazia a Cesare Battisti, che alcuni anni di carcere li ha fatti, per affermare la volontà di dichiarare conclusa una guerra civile che dura da 73 anni.
Non esiste una guerra in cui i familiari di tutte le vittime abbiano mai avuta giustizia, men che mai in questo Paese in cui perfino il potentissimo democristiano, Sergio Mattarella, oggi presidente della Repubblica non ha avuto giustizia per l’omicidio di suo fratello non deciso e non eseguito dalla mafia.
Chiudiamo il capitolo della guerra e riscriviamo, secondo verità, la nostra storia eliminando le zone d’ombra e, come vengono giornalisticamente definiti, i «misteri d’Italia».
È così che si potrà avviare un cambiamento autentico che dia a questo nostro Paese un destino e un futuro degni di essere vissuti.

Opera, 17 dicembre 2018

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