Norimberga

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di Vincenzo Vinciguerra

Hanno fatto una guerra mondiale, costata 56 milioni di morti, per stroncare per i secoli a venire la potenza tedesca e l’imperialismo giapponese deciso a ripulire l’Asia dalla presenza dei dominatori bianchi.
Hanno cancellato il fascismo dalla storia e dalla memoria per eliminare alla radice la sua istanza di giustizia sociale, e l’hanno sostituito con una destra estrema che, fin dal luglio del 1946, si è posta agli ordini della borghesia italiana per riacquistarne i favori lottando contro il comunismo.
I vincitori non si sono fermati dopo la vittoria militare ma hanno inventato una parodia di giustizia in nome della quale hanno giudicato i vinti, da Norimberga a Tokyo, come «criminali» per reati inesistenti quali i «crimini contro la pace», quelli di «guerra» ecc. ecc.
Cancellato il diritto romano e ristabilito quello barbarico, si sono premurati, i vincitori, di eliminare fisicamente tutti gli esponenti di primo piano delle nazioni sconfitte, per raggiungere lo scopo di un annientamento totale del nemico.

In Italia, un gruppo di «peones» del fascismo, molti dei quali durante la Repubblica sociale italiana avevano condotto il doppio gioco, aveva circoscritto le proprie meschine ambizioni al compito di favorire la borghesia proteggendola dal comunismo nella speranza di essere da questa, un giorno, riabilitato e ammesso nel gioco politico che conta.
È negli anni Sessanta che esplode la megalomania di tanti che per età non avevano partecipato alla guerra, allevati all’interno delle federazioni del Msi nella più crassa ignoranza della storia, affascinati dagli studi di Julius Evola che hanno preteso di trasformare in una nuova ideologia, convinti di avere le doti intellettuali per prendere parte in veste di protagonisti alla battaglia per la difesa dell’Occidente.
Era, in fondo, il prosieguo della strategia dettata da Pino Romualdi nel luglio del 1946, perché si battevano per la borghesia ma, ormai affascinati dall’avventura dell’Oas, pensavano di poterlo fare allineandosi alle forze militari e di polizia.
Il sospetto di essere i burattini e non i burattinai non li sfiora nemmeno oggi.
Eppure, questi sono stati e continuano a essere: i burattini di un gioco tragico.
Una mossa decisiva da parte dello Stato maggiore delle Forze armate per indurre i «camerati» a credere di essere ormai introdotti in un ambiente ideologicamente e politicamente affine, fu quella di denominare, nel 1966, il Servizio segreto militare come Servizio informazioni difesa (Sid), la identica denominazione che aveva durante la Repubblica sociale italiana.
Non sapevano, però, che il Sid repubblicano aveva collaborato solo con gli alleati e i partigiani contro i fascisti e il governo della Rsi, agli ordini di un colonnello dei carabinieri che finirà i suoi giorni come sindaco democristiano di un paese della Calabria.
Il Sid, pertanto, era la garanzia di un nuovo doppio gioco.
I servizi segreti militari e civili italiani erano, inoltre, subalterni a quelli americani e Nato, circostanza che i megalomani di destra sapevano sentendosi partecipi del grande gioco internazionale non come comprimari ma, addirittura, come protagonisti.
Se i presidenti degli Stati uniti avessero ascoltato i consigli di «mago Zurlì» e del «Caccola» la storia sarebbe stata diversa (si dicono oggi i due) ma in realtà i due li conoscevano solo quelli che li usavano come informatori e come bombaroli.
Tanto più che a vigilare sull’estrema destra vi erano i servizi segreti israeliani e il capo di Stato maggiore dell’Arma dei carabinieri, l’ebreo Arnaldo Ferrara.
E con questi la possibilità che qualcuno dei megalomani potesse salire dalla strada sul marciapiede affermando di essere «nazista» (perché fascista per loro era riduttivo) era semplicemente inesistente.
Appare, pertanto, patetica la loro speranza di poter essere chiamati, un giorno, a «più alti destini», specie quando i megalomani (vedi «mago Zurlì», fra altri) ostentavano fotografie nelle quali apparivano vestiti in divisa di ufficiali delle Ss.
Le Ss non lo meritavano!
l vincitori hanno piegato Italia, Germania e Giappone ai loro voleri, hanno cancellato la loro memoria per sostituirla con la propria, imposto di ricordare solo la loro memoria (vedi la Shoah) come atto di espiazione e di contrizione, e questi megalomani pensavano che a loro sarebbe stato concesso di entrare in un governo italiano!
I «camerati» di «mago Zurlì» e del «Caccola» sono entrati, in effetti, nei governi italiani, per volere di un pluripregiudicato del calibro di Silvio Berlusconi, ma come fieri antifascisti.
La strategia dettata Pino Romualdi nell’estate del 1946 era, quindi, destinata al fallimento fin dall’inizio.
Non c’è spazio per i vinti e per i loro eredi, se pur ne è rimasto qualcuno, nel panorama politico italiano fino a quando non sarà stata ristabilita la verità storica e non ci saremo ripresa la nostra memoria.
I megalomani di ieri e i vecchi falliti di oggi non lo hanno ancora compreso.
Dallo Stato democratico e antifascista, che di loro ha fatto quello che ha voluto, hanno avuto comunque molto fra protezioni giudiziarie, buona stampa, trattamento privilegiato in carcere, dove prima ce li hanno mandati e poi li hanno tirati fuori, e la libertà di continuare a dichiararsi fascisti, nazisti, antidemocratici.
È la paga riservata ai servi condannati al silenzio e all’omertà, perché i megalomani di ieri e i vecchi falliti di oggi la verità sul loro conto e su quello che hanno fatto, con chi e per conto di chi, non potranno mai raccontarla.
Per la verità serve coraggio. E questi quando mai ne hanno avuto?

Opera, 20 dicembre 2018

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