Portella della Ginestra

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di Vincenzo Vinciguerra

I sefarditi del Corriere della sera esultano perché, dopo un mezzo secolo, hanno trovato uno che si è fatto venire qualche dubbio leggendo una recensione di Paolo Mieli.
Il fatto è questo: Mieli ha commentato con toni trionfalistici un libro nel quale si cerca di dimostrare che gli americani con la mafia hanno avuto poco a che fare.
A quel punto, l’ex comunista Emanuele Macaluso ha rieditato un suo libro, pubblicato venti anni fa, con il titolo «Portella della Ginestra. Strage di Stato», aggiornando il titolo in «Portella della Ginestra. Strage di Stato?».
Nella redazione del Corriere della sera hanno festeggiato un evento che ritengono storico perché il punto interrogativo prova – secondo loro – che il vecchio ex comunista è stato assalito dai dubbi, folgorato sulla via di Damasco dall’apparizione luminosa di Paolo Mieli.
Hanno, quindi, accantonato il millesimo articolo dell’anno sulla Shoah, per dedicarne uno, intriso di elogi, a Emanuele Macaluso che, scrivono, è uno che non ha mai creduto al «doppio Stato», allo «Stato parallelo», e non è un esperto di «trame nere» e «servizi deviati».

Fosse vero, bisognerà convenire che Macaluso in vita sua non ha mai capito niente, ma non è questo che ci interessa.
Premesso che solo a vedere Paolo Mieli passa la voglia di invitarlo a pranzo al ristorante per il costo eccessivo che ne deriverebbe, dobbiamo dire che costui è specializzato nel raccontare una storia che è la negazione della verità.
Su Portella della Ginestra da anni si assiste al tentativo di spacciarla come «strage fascista», da un lato, e dall’altro alla volontà di attribuirla al solo Salvatore Giuliano ispirato da latifondisti rimasti, manco a dirlo, ignoti.
Sono due menzogne che si fondono in una perché il fascismo è finito sulla piazza di Dongo il 28 aprile 1945 quando tutti i suoi dirigenti di primo piano sono morti sull’attenti e gridando «Viva l’Italia» (il raffronto con Aldo Moro sarebbe impietoso) falciati dal fuoco dei partigiani.
Affermare l’esistenza di un fascismo sopravvissuto nel dopoguerra è propalare una menzogna funzionale a un potere che, al momento opportuno, si è presentato come aggredito dagli «opposti estremismi».
Salvatore Giuliano si muoveva in un ambiente in cui mafia, polizia, carabinieri si prodigavano in Sicilia (e non solo, ovviamente) per imporre un ordine politico democristiano e ferocemente anticomunista.
Se le Madonne piangevano, Giuliano e i mafiosi sparavano e ammazzavano perché tutto era utile al conseguimento dell’arretramento elettorale delle sinistre, primo il Pci.
Le protezioni politiche di cui godeva Giuliano erano essenzialmente democristiane perché non erano liberali e monarchici a controllare le forze di polizia e la magistratura, il cui più alto esponente a Palermo, il procuratore generale Pili, lo incontrava e lo «confortava».
D’altronde, nemmeno un Mieli si può consentire di smentire che il ministro degli Interni, Mario Scelba, non aveva in animo di far arrestare Salvatore Giuliano.
Voleva il ministro degli Interni indurre Giuliano a espatriare con gli uomini della sua banda, e tanto cercò di ottenere fino all’ultimo, affidando il compito all’ispettore generale di Pc Ciro Verdiani.
Se il colonnello dei carabinieri, Luca, si proponeva di uccidere Salvatore Giuliano con l’aiuto dell’«alta mafia», Verdiani cercava di salvarlo inducendolo a espatriare.
Entrambi, Luca e Verdiani, erano agli ordini di Mario Scelba.
Quando, nel corso del processo di Viterbo, Ciro Verdiani confermò di aver mantenuto rapporti con Salvatore Giuliano fino all’ultimo tenendo informato il ministro degli Interni, Mario Scelba, di quanto faceva, nessuno lo smentì.
Perché Mario Scelba voleva concedere a Salvatore Giuliano la possibilità di salvarsi?
A carico di Salvatore Giuliano non c’era solo la strage di Portella della Ginestra ma anche l’uccisione di alcune centinaia di persone, fra le quali almeno 120 poliziotti e carabinieri.
Se Salvatore Giuliano fosse stato il rappresentante dell’«Antistato», il feroce fascista che agiva per conto di ignoti mandanti, Scelba non avrebbe inviato l’ispettore generale di Pc Ciro Verdiani a mantenere i contatti con lui per indurlo a espatriare.
Giuliano muore perché non scappa, e non scappa perché crede ancora nelle protezioni politiche, giudiziarie e di polizia di cui ha sempre goduto.
La strage di Portella della Ginestra non l’ha fatta per i fascisti, ma per la Democrazia cristiana. E su quei morti nessuna Madonna ha versato lacrime.
Nemmeno oggi, il Comando generale dei carabinieri rende noto il luogo e i nomi di coloro che hanno ucciso Salvatore Giuliano, perché i segreti ignobili devono essere seppelliti per sempre.
Non era il solo Salvatore Giuliano a conoscere i segreti, perché li conosceva anche Gaspare Pisciotta.
Il traditore che lavorava per i carabinieri, che in Corte di assise a Viterbo aveva dichiarato che «banditi, polizia e carabinieri» erano come la Santissima Trinità, che non accettava la condanna all’ergastolo, non a caso decide di parlare nell’imminenza della nomina di Mario Scelba a presidente del Consiglio, nel mese di febbraio del 1954.
Lo inganna il sostituto procuratore della Repubblica di Palermo, Francesco Scaglione, che si reca all’Ucciardone senza cancelliere e si fa anticipare da Gaspare Pisciotta quelle che dovrà verbalizzare dopo.
Non sappiamo a chi Francesco Scaglione riferisce il contenuto delle dichiarazioni di Gaspare Pisciotta. Sappiamo, però, che qualcuno, rimasto ignoto, avvelena quest’ultimo con un caffè alla stricnina, così che Scaglione disporrà solo la sua autopsia.
Il segreto sulle protezioni politiche e la morte di Salvatore Giuliano rimane integro, quello sulla morte di Gaspare Pisciotta pure perché un secondino indiziato per il suo omicidio verrà scagionato dopo che, sempre all’Ucciardone, nei primi giorni di marzo del 1954 è eliminato con un caffè alla stricnina anche Angelo Russo, componente della banda di Salvatore Giuliano.
Tre morti per un segreto?
No, perché Francesco Scaglione, ormai procuratore della Repubblica di Palermo, sarà ucciso nel mese di maggio del 1971; Carlo Alberto Dalla Chiesa, capo di Stato maggiore del Comando forze repressione banditismo agli ordini del colonnello Luca, morirà a Palermo nel mese di settembre del 1982.
E non saranno i soli.
Emanuele Macaluso e Paolo Mieli non credono al «doppio Stato». Condivido, perché lo Stato è uno solo, quello che ammazza con «metodologie occulte» quanti tengono segreti per esso pericolosi.
Con la disinformazione e la menzogna si ammazza anche la verità, così che la strage di Portella della Ginestra viene spacciata par «fascista» o per un operazione banditesca disposta dai soliti ignoti mandanti, mentre è la prima strage di Stato, e non è stata l’ultima.

Opera, 22 dicembre 2018

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