Umanità

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di Vincenzo Vinciguerra

Dal 14 dicembre scorso, da quando ho incontrato Mariachiara Pernisa e Morgan Menegazzo e i loro bravi collaboratori, che hanno iniziato a girare un documentario sulla guerra politica italiana, rivedo i loro volti, riascolto le lo domande, risento le mie risposte che mi lasciano come sempre insoddisfatto.
Avrei potuto dire di più e avrei potuto farlo meglio, ma vivo da troppi anni in un mondo sub-umano, e gli intervalli di tempo fra un incontro con persone intelligenti e un altro sono troppo lunghi per non lasciare un segno.
In tutti questi anni ho avuto modo di incontrare numerose persone, anche preparate, certamente intelligenti, alcune provviste di grande onestà intellettuale, con le quali ho parlato di fatti e di opinioni concernenti la guerra politica.
Questa volta, però, nei miei interlocutori ho avuto la inaspettata sorpresa di veder prevalere, nelle loro domande, la ricerca del «lato umano».
Non mi ero mai posto il problema dell’«umanità» in una guerra che è, per antonomasia, inumana e disumana.

Non conosco guerre «umane», e se in un uomo prevale il lato umano è giusto che si faccia da parte, che non vi partecipi perché chi combatte fatalmente, prima o poi, uccide, toglie vite disposto a perdere anche la propria.
Ma Morgan, che conduceva l’intervista, questa realtà della guerra la conosce, quindi le domande, suggerite dalla sua intelligenza e dalla sua sensibilità, tendevano a esplorare se prima e, soprattutto, dopo la guerra sentimenti umani e umane esperienze hanno contraddistinto la mia vita.
È sorta subito una difficolta: vivo nel mio tempo ma non mi riconosco in esso.
In questo mondo di oggi sono in troppi a raccontare sulle pagine di Internet, in televisione, sui giornali e sulle riviste le loro esperienze umane, i loro sentimenti, le loro emozioni, le loro gioie e, in modo particolare, i loro dolori.
Io non potrei mai farlo dinanzi a un microfono e a una cinepresa.
Ho innato il pudore dei sentimenti, delle emozioni siano esse liete che dolorose, soprattutto se dolorose.
Se la scelta vale per prima della guerra, vale anche suo corso perché questa guerra non è finita.
Nelle guerra convenzionali, quando finiscono, i soldati tornano alla vita civile, dismettono le armi e le divise, prendono le distanze dagli orrori della guerra di cui sono stati anche protagonisti perché sono decine e decine di migliaia gli uomini che durante i conflitti hanno ucciso civili, donne e bambini compresi, violentato, torturato, massacrato tacitando la loro coscienza con il senso del dovere compiuto e l’obbedienza agli ordini ricevuti.
Riacquistano la loro umanità, questi uomini, divenendo nella loro stragrande maggioranza buoni padri di famiglia, cittadini rispettosi delle leggi e delle regole della civile convivenza.
Le guerre politiche e ideologiche possono concludersi con la vittoria, mai con la sconfitta.
Si combatte per un sogno, quello di un mondo migliore e più giusto, a prescindere dalle ideologie che lo alimentano.
Perché un soldato politico si fermi, deponga le armi, si dichiari vinto, deve svanire il suo sogno dentro di sé, perché non c’è nemico che possa ucciderlo.
La speranza di Morgan, legittima se si pensa a quanti si sono pentiti e dissociati poco importa se con sincerità o meno pur di ottenere i benefici di legge, se in carcere, o vantaggi propagandistici se fuori, si è infranta necessariamente contro la logica di una guerra che per me prosegue.
Il mio sogno non si è spento, anzi nel mondo in cui vivo oggi esso si alimenta e si rafforza.
Nel mondo del capitalismo trionfante, chi sogna un mondo giusto non si può arrendere.
In un mondo sempre più americanizzato, cioè degradato da una sub-cultura imperialistica che ha fatto della società una giungla di arroganza, di egoismo, di odio, di risentimenti che troppo spesso esplodono in forme di violenza cieca che si dirige contro innocenti, un sogno non può svanire.
Chi combatte non conosce pentimenti o rimorsi: li lascia ai vinti, a coloro che hanno svenduto i loro sogni per vivere fuori dal carcere, prigionieri di se stessi e della loro codardia.
È normale che persone di estrema sensibilità e intelligenza abbiano creduto che dopo quasi quarant’anni si fosse aperto in me uno spiraglio di «umanità», quella che ha condotto Renato Curcio a dichiarare che giunge il momento di provare anche pietà per sé stessi.
Non è così: la pietà, se e quando possibile, la provo per gli altri, mai per me stesso.
Bisogna, inoltre, conoscere questo Stato, questo apparato burocratico camaleontico che cambia livrea ma non abitudini né condotta, per rendersi conto che questo popolo necessità di verità, perché sola dalla sua affermazione potrà ottenere il riscatto, l’indipendenza e la libertà.
Ne hanno fatti tanti di documentari sulla guerra politica, pochi onesti e interessanti (a esempio, quello girato da Valentina Longo) ma nessuno è riuscito a cogliere appieno la responsabilità di uno Stato e di un regime che non hanno esitata a scatenare una guerra «a bassa intensità» per i loro scopi.
Di questa guerra che non si vuole riconoscere sono ignote perfino le cifre dei caduti, dei feriti, dei processati, dei condannati, degli incarcerati.
Non è iniziata, questa guerra, nel 1969 ma nel luglio del 1943 e non si è più conclusa perché oggi continua sul filo dell’informazione e della disinformazione.
Parlano solo di coloro che sono stati uccisi dei presunti «terroristi», ma mentono anche su questi perché dal loro elenco devono detrarre quelli ammazzati dall’estrema destra e dalla mafia, da due colonne portanti del regime e dello Stato.
L’incontro con Morgan e Mariachiara, e i loro collaboratori, ha rappresentato un momento di luce nell’oscurità di questa carcere di ignominia, che nemmeno l’esibito squallore morale e intellettivo di chi ha spacciato l’intervista per un interrogatorio giudiziario ha potuto offuscare che mi fa sperare concretamente che il loro documentario possa rappresentare una svolta epocale nella ricostruzione di quanto è accaduto in Italia.
Una ricostruzione che, dopo averli conosciuti, penso che porrà l’accento anche sul lato umano di chi ha combattuto questa guerra dall’una e dall’altra parte, ma che vorrà salvaguardare prima di ogni altra cosa la verità.
Ignoro le loro impressioni e le loro conclusioni al termine dell’incontro, ma le mie, nei loro confronti, sono di fiducia e di speranza.
Una fallace illusione, l’ennesima?
Credo di no.

Opera, 22 dicembre 2018

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