Infami per omertà

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di Vincenzo Vinciguerra

In un Paese di malavita come il nostro la definizione di «infami» è riservata a coloro che «parlano» siano essi «collaboratori di giustizia», testimoni, parti lese a prescindere dalle loro motivazioni, dalle loro necessità, dal loro senso civico, dalla ricerca di giustizia, che dovrebbero, se valutate, selezionare coloro che «parlano» distinguendo fra quelli che lo fanno per il proprio tornaconto e quelli che agiscono per amore di verità e di giustizia, spesso pagando un prezzo altissimo.
In un Paese dove si fanno films e sceneggiati per esaltare delinquenti e delinquentoni con titoli come «L’onore e il rispetto», «Il coraggio e la passione», «Il fiore del male», «Il capo dei capi», «L’ultimo padrino» e così via, l’omertà è ovviamente spacciata come qualità per uomini che la presentano come prova della loro rettitudine, della loro dignità e, addirittura, del loro coraggio.
Non è così, non lo è quando gli obiettivi e le finalità del «parlare» hanno un senso etico e un fine nobile.

Certo, sotto questo profilo, sono infami coloro che lanciano accuse sul piano orizzontale, cioè verso i loro stessi correi, come hanno fatto i due noti «Jerry» Fioravanti e «Morticia» Mambro che hanno raccontato dettagliatamente quanto fatto da loro e senza di loro corredando il tutto con nomi e cognomi.
In questo modo «Jerry» è riuscito a far condannare quelli di «Terza posizione» affermando che lo volevano come capo della loro struttura «militare». Non a caso il giudice istruttore nella sua ordinanza di rinvio a giudizio scrisse che le dichiarazioni accusatorie di Valerio Fioravanti nei confronti di Roberto Fiore e dei suoi colleghi erano più «pregnanti» di quelle del fratello, ufficialmente «pentito», Cristiano.
Si premurò, «Jerry», di candidare all’ergastolo Gilberto Cavallini e Stefano Soderini informando i giudici che i due, rientrati da Milano a Jesolo, gli avevano detto di «aver fatto 13 in carrozzeria». In una carrozzeria, a Milano, difatti i due avevano ucciso il brigadiere dei carabinieri Lucarelli.
Ma, se si alza lo sguardo verso gli organizzatori del fasullo «spontaneismo armato», «Jerry» e «Morticia» ammutoliscono, si riscoprono omertosi irriducibili.
La «famiglia Adams» non è un caso isolato perché altri hanno seguito il loro esempio ben decisi a proteggere mandanti e organizzatori.
Il ministro degli Interni, Paolo Emilio Taviani, l’uomo che, insieme ad Aldo Moro e Giulio Andreotti, conosceva tutto sulle strutture segrete e clandestine per esserne stato uno dei promotori e fondatori, nel suo libro di memorie, pubblicato postumo, rivela l’esistenza di una organizzazione segreta del ministero degli Interni che annoverava molti militanti di estrema destra, indicando fra costoro, in maniera esplicita, Mario Tuti, da lui definito una «cellula impazzita».
Nel mese di maggio del 1975, Mario Tuti invia un memoriale ai giudici di Firenze nel quale indica un dirigente romano di Ordine nuovo come «Peppino l’impresario», informazione che consentirà ai magistrati fiorentini nel corso delle indagini sull’omicidio di Vittorio Occorsio di identificarlo in Giuseppe Pugliese, che effettivamente faceva l’impresario teatrale.
Quella compiuta da Mario Tuti ai danni di Giuseppe Pugliese è da considerarsi un’infamia, dettata da risentimento e rancore per non essere stato da lui aiutato nel corso della sua latitanza.
Mario Tuti, però, come ogni infame che si rispetti, sulla sua appartenenza all’organizzazione segreta del ministero degli Interni, che spiega bene perché nella sua abitazione potesse detenere, ufficialmente autorizzato dalla Questura, numerose armi da guerra, non ha mai detto una parola.
Non c’è solo la necessita di difendere la sua immagine di «terrorista nero» irriducibile inventata dalla stampa, ma quella di non mettersi contro un potere che, in carcere, non avrebbe avuto alcuna difficoltà a tappargli la bocca.
Un silenzio omertoso che scaturisce dalla menzogna sulla propria azione politica volta non contro il sistema ma a favore dello stesso, e dalla vigliaccheria di quanti, come lui, preferiscono favorire il potere piuttosto che, sia pure tardivamente, attaccarlo.
Hanno partecipato per anni a una lunga e complessa operazione varata dai servizi segreti americani, coadiuvati da quelli dei Paesi aderenti alla Nato e da quelli israeliani.
Non conoscono tutti i segreti perché hanno avuto un ruolo gregario, ma è certo che, almeno per quanto riguarda quello che è accaduto in Italia, molto avrebbero da dire.
I Delle Chiaie e i Freda, viceversa, imperversano da anni sulla stampa spacciandosi per «nazionalrivoluzionari», «fascisti», «nazisti» e così via.
Ancora oggi si affannano a dire che hanno sempre lottato contro il sistema, il potere e i suoi apparati clandestini e segreti e, invece, ne facevano parte a pieno titolo come tantissimi altri di estrema destra.
Convinti, come tanti, di poter scrivere la loro storia personale  solo con le parole, illusi di poterlo fare dalla disinformazione di un regime che necessita per ragioni difensive di continuare a presentarli come propri nemici, fingono di non accorgersi che i fatti li inchiodano in un ben diverso ruolo da quello da loro affermato e propagandato.
C’è una lettera-testamento di Junio Valerio Borghese che chiama esplicitamente in causa Giulio Andreotti e Gilberto Bernabei per il  tentato «golpe» del 7-8 dicembre 1970.
Inviata alla Commissione parlamentare d’inchiesta e non alla magistratura romana, il contenuto della lettera è stato immediatamente dichiarato inattendibile.
Oggi sono morti tutti o quasi i protagonisti di primo piano di quella operazione, ma il gregario del principe Junio Valerio Borghese che almeno questa verità la conosce, Stefano Delle Chiaie, continua a tacere senza avvertire la necessità di difendere la memoria del suo capo di cui si considera ancora oggi un fedelissimo.
Omertà mantenuta fin quasi all’estremo di un vita che sta per concludersi.
Certo, parlare del «golpe» Borghese del 7-8 dicembre 1970 richiamerebbe alla memoria quello del 12-14 dicembre 1969, e il «Caccola» questo non se lo può consentire.
Tantomeno se lo può permettere Franco Freda che, in posizione gregaria, a quegli eventi ha preso parte in prima persona fidando in una impunità che poi è venuta a mancare.
Altri sono stati protetti a oltranza, iniziando da Pino Rauti, lui e Ventura no, perché contavano poco: erano sacrificabili, con buona pace per la sua megalomania e mitomania.
Non è che li abbiano abbandonati. Il Sid li ha protetti perché doveva coprire la presenza di Guido Giannettini, il giornalista missino che era un suo agente civile.
La divisione Affari riservati ha fatto la sua parte per occultare prove e indizi in modo da garantirgli almeno una assoluzione per insufficienza di prove.
Fa riflettere che a incastrarli per primo sia stato un giudice, Giancarlo Stiz, amico personale di Giulio Andreotti, convinto fin dal primo momento della loro colpevolezza.
Quando sarà assolto dalla Corte di assise di appello ai Bari, per insufficienza di prove, nel 1985, il procuratore generale che aveva rappresentato la pubblica accusa dirà ai giornalisti che i suoi avvocati difensori avevano lavorato bene ma che bisognava tenere presente che il personaggio «gode di incredibili protezioni».
Peccato che l’alto magistrato non abbia voluto aggiungere altro per far comprendere la qualità e l’origine di queste «incredibili protezioni».
Protezioni che sono proseguite nel tempo, in particolare sui mezzi di comunicazioni di massa, per salvaguardare la sua immagine di «nazista» e «antidemocratico».
I fatti non contano per un «mago Zurlì» ormai vecchio, che vive di ricordi fasulli, di rancore e risentimenti, sicuro – almeno lo speriamo – che la sua esistenza si concluderà miseramente con il marchio del confidente dei servizi e di correo nell’eccidio di piazza Fontana.
Parlare? Figurarsi!
Meglio morire blaterando menzogne e tirando a campare il più a lungo possibile.
Eppure la verità ci consentirebbe di rimettere in discussione la presenza delle basi militari americane in Italia, di ridiscutere i trattati di alleanza, di riesaminare la nostra stessa permanenza all’interno della Nato, di restituire indipendenza ai servizi di sicurezza militari e civili, in una parola di riprenderci quella sovranità nazionale perduta al termine della Seconda guerra mondiale.
Un obiettivo ambizioso, difficile da raggiungere.
Manca il contributo della plebe dell’estrema destra con i suoi megalomani che si spacciano per figure di alto profilo politico perfino internazionale o per aristocratici chiamati a formare le élites destinate a dominare le masse.
Nella plebaglia dell’estrema destra non ci sono combattenti ma solo gregari, che si illudono di essere capi, al servizio di quello Stato democratico e antifascista che tanto gli deve per il passato e per il presente.
Non sono irriducibili.
Sono infami per omertà.

Opera, 25 dicembre 2018

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