La Rabbia e le Lacrime

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di Vincenzo Vinciguerra

Gli anni passano e anche i Maggi muoiono, andando a ricostituire nell’altro mondo quell’organizzazione ordinovista che tanto ha fatto a favore dello Stato democratico e antifascista e contro il popolo italiano.
Non intendo commentare la dipartita di un Maggi ricordando i suoi rapporti con i servizi segreti italiani, la Cia e il Mossad, quanto l’articolo che gli ha dedicato uno sconosciuto Andrea Pasqualetto sul solito Corriere della sera.
Le sue lacrime non si vedono ma si intuiscono. La sua rabbia, invece, traspare con chiarezza.
Chi era Maggi per Pasqualetto?
«Un dottore… peraltro molto amato dai suoi pazienti», un «fascista» e, infine, «un terrorista nero» ma, specifica il Pasqualetto, «per la giustizia».
Uh modo esplicito per prendere le distanze dalle condanne riportate dal Maggi, soprattutto dall’ultima, quella che gli ha inflitto l’ergastolo per la strage di Brescia del 28 maggio 1974.

Perché per i Pasqualetto e amici la verità giudiziaria e quella storica non necessariamente coincidono quando si tratta, beninteso, di gente come Maggi che è stato sempre protetto da vivo e deve continuare a esserlo da morto.
Falso, inoltre, l’accostamento del nome dell’individuo all’attentato di Peteano, perché il Maggi è stato scagionato da ogni sospetto di partecipazione sia pure indiretta al fatto proprio da me, difatti non è mai stato indiziato e tantomeno condannato.
È stata una decisione della magistratura veneziana a far unificare due diversi procedimenti, quello che riguardava lui e i suoi colleghi, e quello che riguardava me in un unico processo in Corte di assise.
Maggi non avrebbe mai agito contro lo Stato e i suoi rappresentanti, perché una democrazia autoritaria si poteva ottenere permettendo ai governi di intervenire per dare alla popolazione sicurezza in cambio di una minore libertà.
Obiettivo questo che per i Maggi e colleghi si raggiungeva ammazzando civili innocenti nelle piazze, sui treni, nelle banche e nelle stazioni ferroviarie.
Perché mai avrebbe dovuto parlare Carlo Maria Maggi?
Le regole del gioco sono chiare: chi tace viene protetto, chi parla viene distrutto.
Il silenzio ha permesso a Maggi di fare la morte del Signore, mentre se avesse parlato avrebbe anticipato la dipartita.
Inoltre, il Maggi sapeva di poter contare su una rete di protezioni anche pubblicamente esibite.
È sufficiente ricordare quanto ha fatto Felice Casson per bloccare l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana nella quale era imputato, con altri, proprio Maggi.
Si e prodigato all’estremo Felice Casson per vanificare i risultati di quell’indagine condotta dal giudice istruttore Guido Salvini, per togliere credibilità ai testimoni di accusa, per impedire che si giungesse al riconoscimento delle responsabilità individuali nella strage di piazza Fontana.
Il Casson ha interferito anche nelle inchieste sulla strage di via Fatebenefratelli del 17 maggio 1973, a Milano, e in quella di Brescia sulla strage di piazza della Loggia del 28 maggio 1974, nelle quali erano imputati sempre il Maggi e i suoi colleghi.
A Carlo Maria Maggi conveniva il silenzio, come a tutti coloro coinvolti in una strategia dettata dallo Stato anche se elaborata a Washington.
Per omertà si vive e per il divenire del tempo si muore.
Scompaiono gli uomini e le generazioni, rimane la memoria e la storia, che nei decenni a venire faranno luce sull’oscurità di un periodo storico che ancora, purtroppo, non è finito.
La morte dei Rauti, degli Almirante, dei Romualdi, dei Signorelli e dei Maggi per età o per malattia non mi riguarda e non m’interessa, mi lascia indifferente.
Mi interessano, invece, la loro vita e le loro azioni ancora coperte dal segreto di Stato non perché desideri condannare la loro memoria, ma per la verità che bisognerà pur dare, prima o poi, a questo popolo ancora ingannato dai sefarditi del Corriere del sera e dai loro colleghi della stampa.
E quando la verità emergerà nella sua interezza saranno ben altri i nomi degli strateghi e dei capi che hanno varato le strategie del terrore in Italia e non solo.
Dei Maggi e colleghi resteranno solo i fuochi fatui.

Opera, 28 dicembre 2018

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