2018

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di Vincenzo Vinciguerra

A fine anno è prassi fare un bilancio degli eventi positivi e negativi accaduti in 12 mesi.
A tanti – se non a tutti – può sembrare singolare che un uomo che vive in un deserto morale e intellettivo come il carcere – e quello di Opera in particolare – possa avere un bilancio da fare.
Eppure è così.
Anche chi ha scelto di vivere «infra gente zotica e vil», se non è un detenuto ma un uomo che ha conservato la propria libertà ha sempre, alla fine di ogni anno, un bilancio da fare.
Quello del 2018 ha già una nota positiva: sono ancora qui, non piegato, non prostrato da oltre 39 anni e 3 mesi di carcere, non rassegnato dinanzi a quello che vedo accadere in un Paese sempre più alla deriva, non disposto a rinunciare a una battaglia, iniziata tanti anni fa, per dare agli italiani la verità sul loro passato e sul loro presente che viene ancora negata.
Cosa porta via il 2018?

Nulla che non potrà ripresentarsi nel 2019: da amicizie affermate a parole e negate nei fatti, allo squallore morale e intellettivo di tanti secondini che in un ambiente lavorativo serio sarebbero stati espulsi con disonore e qui invece fanno carriera, a un impegno costante che gli ostacoli frapposti da amici e nemici non riescono a fermare, al compimento di un dovere – quello di lottare – che prescinde da ogni speranza e non si alimenta di illusioni.
Il 2018 ci ha portato l’amaro regalo di un governo di incompetenti, di incapaci e di chiacchieroni che rappresentano un pericolo per il Paese, a prescindere dalla personale onestà di tanti di loro, perché non sono all’altezza dei compiti che sono stati chiamati ad assolvere.
Dopo il fallimento del centro-sinistra, abbiamo un governo di centro-destra che favorisce la Lega Nord, un partito da sempre legato al pluripregiudicato Silvio Berlusconi, che si propone ancora oggi come partito di opposizione e di governo, in modo da potersi presentare, in ogni momento, alle elezioni politiche anticipate con i sodali di sempre con buona pace dei dirigenti dei 5 stelle che hanno dato a Matteo Salvini la guida del ministero degli Interni.
Per i convertiti a un nazionalismo di facciata che fino a pochi anni fa sognavano la secessione della Padania, la cacciata dei meridionali dal centro-Nord, perfino la guerriglia contro lo Stato unitario, presentarsi come coloro che riportano legge e ordine nel Paese, che bloccano l’emergenza immigrazione e contrastano la criminalità è stata una fortuna dovuta all’insipienza dei 5 stelle.
In realtà nulla è cambiato: gli immigrati sono tutti qui, la criminalità fa quello che vuole, compreso l’omicidio di un fratello di un pentito nel giorno di Natale giusto per santificare la festa, i femminicidi sono all’ordine del giorno, le tifoserie violano l’ordine pubblico come sempre e, forse, con più impunità di ieri.
La propaganda fa leva sull’emotività delle masse e non sulla razionalità degli individui così che un Matteo Salvini sceglie di andare in giro con un giaccone della polizia di Stato, si presenta a ogni disgrazia e mangia Nutella alla faccia dei milioni di italiani che neanche con il reddito di cittadinanza e l’aumento delle pensioni se la potranno permettere.
Nel 2019, purtroppo, dovremo sopportare ancora Salvini e Nutella, sempre che negli italiani non si risvegli quella dignità che da troppi anni si è in loro sopita.
La Palestina, visionando il panorama internazionale, è scomparsa dalle cronache delle televisioni e dei giornali, tragedia dimenticata e da dimenticare per non infastidire Israele e gli Stati uniti.
Dal Vaticano, un brav’uomo si affanna a predicare pace e bontà senza forse rendersi conto che non è più il Vicario di Cristo in terra, non è più un ponte fra il cielo e la terra ma solo l’amministratore delegato di una multinazionale dei santini e dei rosari corrosa al suo interno dall’infamia della pedofilia.
Come mi diceva un prete, nel carcere di Prato, «non sono gli uomini che si devono elevare al cielo, ma è il cielo che si deve abbassare verso gli uomini». Ci sono riusciti a quanto pare se oggi l’ex Chiesa Cattolica Apostolica Romana agonizza nel fango della propria impotenza.
Chi guarda più in cielo? Nessuno sembra più interessato a levare lo sguardo verso l’alto per trarre ispirazione da un mondo che nessuno crede piò divino.
Dei di noi stessi, artefici del nostro destino, scegliamo noi se camminare guardando verso il basso o alzando gli occhi a ricercare fra le stelle le risposte che qui non troviamo, non coloro che si fanno domande, che hanno ideali, che ancora credono in qualcosa che non sia l’effimero di una vita che un giorno comunque finirà.
Anche il 2018, nel congedarsi, ci dice che la solitudine è compagna fedele dei forti, che all’interno di una cella si può racchiudere il mondo e l’universo interi lasciando ai deboli e ai codardi che vivono fuori la scelta ignominiosa racchiusa nel motto «meglio un cane vivo che un leone morto».
Ma anche i cani muoiono.
E lasciano il ricordo del nulla che sono stati e che sarà perpetuato dai loro eredi educati a rappresentare il niente.
I ricordi del passato non condizionano il presente e il futuro di chi giorno dopo giorno non ha programmi né progetti ma solo sogni che svaniranno con lui un giorno o lontano che sia.
Per ora i sogni vivono, così è stato nel 2018, così sarà nel 2019 senza porre limiti di tempo perché oggi siamo qui. Domani chissà.

Opera, 29 dicembre 2018

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