Principesse Rosse

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di Vincenzo Vinciguerra

Rosse come il colore delle bandiere che hanno sventolato, degli ideali nei quali hanno creduto e nei quali continuano a credere, sono le principesse che da oltre trent’anni vivono rinchiuse negli istituti di pena italiani, prima a Latina ora a Rebibbia.
Si chiamano Susanna, Maria, Barbara, Rossella, Vincenza.
Là dove i maschi si sono sbracati in pentimenti e in dissociazioni, loro – le ragazze – sono rimaste «irriducibili», ovvero non hanno rinnegato nulla, né il loro passato né, tantomeno, i loro ideali.
Chi scrive, i loro ideali non li ha mai condivisi, ma credere in altro non impedisce di ammirare la coerenza e la forza interiore di ragazze che stanno sacrificando la loro vita in luoghi d’infamia come i carceri italiani.
Una testimonianza di fede, la loro, sulla quale è giunto il momento di fare luce, specie se risulterà vero che l’amministrazione penitenziaria ostacola ogni loro rapporto con il mondo esterno, primo con quello giornalistico.

Una testimonianza, la loro, silenziosa, lontana dalla luce dei riflettori, bella e pura come la loro fede in un mondo migliore e più giusto, perché a questo sogno hanno sacrificato la loro esistenza, non ad ambizioni personali, voglia di potere, bramosia di ricchezza.
Se la donna è – e lo è – la Vita, l’Amore, la sua tenerezza, la sua dolcezza ancora più abietto appare il comportamento di uno Stato che spaccia la sua vendetta per giustizia e la sua paura per severità.
Su di loro hanno steso un velo di silenzio totale, assoluto, impenetrabile perché è tipico di una democrazia putrefatta il tentativo di cancellare dalla memoria collettiva i nemici che teme.
Hanno fatto asfissianti campagne stampa e televisive per ottenere un congruo sconto di pena per una madre che aveva ucciso il proprio figlio spingendosi, gente di sinistra, a chiedere per lei la grazia presidenziale per dimostrare che esiste la «pietà».
Qui non si tratta di «pietà» ma di giustizia, perché lo Stato italiano è il responsabile primo di quello che è accaduto negli «anni di piombo».
Una verità provata sul piano storico e, perfino, su quello giudiziario perché i funzionari di polizia, gli ufficiali dei carabinieri, dell’Esercito, dei servizi segreti militari e civili indiziati di reato, denunciati, processati, prosciolti per prescrizione di reato, condannati, superano per numero di almeno tre volte quello degli uomini dello Stato uccisi dai «terroristi».
Non è ai politici che bisogna rivolgersi perché ne prendano atto dato che la richiesta presuppone che li crediamo intellettualmente onesti, ma ci sono storici, giornalisti, esperti che questa verità la conoscono e, per conformismo, preferiscono tacere.
Le ragazze hanno ucciso?
In tanti, in questo Paese e in quegli anni, abbiamo ucciso per motivazioni ideali, un numero di persone di gran lunga inferiore a quello che lo Stato ha ucciso e fatto uccidere dai suoi killer e dai suoi stragisti, oggi tutti in libertà perché assolti per insufficienza di prove o per aver scontato in tempi rapidissimi una pena superiore a quella inflitta alle ragazze della sinistra armata.
Blaterano di giustizia, gli italici politici?
Quando ci spiegheranno perché Francesca Mambro, detta «Morticia», ha potuto scontare con 18 anni di carcere otto ergastoli per 95 morti ammazzati, prenderemo in considerazione la buona fede di questi «giustizieri» a comando.
Perché le «principesse rosse» sono ancora in carcere?
Per la semplice ragione che, a differenza di tante altre, non ritengono di dover rinnegare i loro ideali, non si sono «pentite» politicamente come pretende uno Stato che è laico a parole e confessionale nei fatti.
Perché questa è la «colpa» che stanno espiando: non pentirsi.
Ma, perfino la Corte di cassazione, anni fa, ha decretato che quando una persona ha scontato almeno 30 anni di carcere, matura il diritto di ottenere i benefici di legge senza dover esprimere «pentimenti» e autocritiche.
Mai sentenza di Cassazione è stata più disattesa dai Tribunali di sorveglianza che esigono il «ravvedimento», la richiesta di perdono, l’invocazione alla clemenza da parte dello Stato di piazza Fontana, Brescia, l’Italicus e Bologna, solo per citare alcuni fatti di cui gli uomini dello Stato sono stati protagonisti.
Lo Stato non ha mai ammesso di aver scatenato una «guerra a bassa intensità» in questo nostro Paese, e nessuno lo ha mai obbligato a dichiararla conclusa, previa richiesta di perdono al popolo italiano per quanto di male gli ha fatto.
È venuto il momento che si cominci a pretendere che venga ufficializzata la realtà di una guerra che pure è affermata in tanti libri di storia e in numerose sentenze giudiziarie.
Il modo giusto per giudicare quanti hanno partecipato a una guerra nella quale sono stati indotti a partecipare perché era la migliore gioventù, quella che crede e sogna che si possa un giorno creare un mondo migliore e più giusto, è quello di riconoscerli per quello che sono stati: combattenti senza uniforme, soldati politici.
Le «principesse rosse» di Rebibbia hanno combattuto e continuano a farlo, in silenzio, con una dignità che in questo Paese ben pochi hanno.
Meritano rispetto, sostegno e solidarietà.

Opera, 15 gennaio 2019

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