Cabaret

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di Vincenzo Vinciguerra

Quando vedo la faccia di Matteo Salvini e lo sento parlare avverto il desiderio di reincarnarmi nel dantesco conte Ugolino ma non posso, purtroppo.
Questa volta, l’attuale ministro degli Interni, Matteo Salvini, amico e alleato del pregiudicato Silvio Berlusconi, compagno di alleanza del delinquente Marcello Dell’Utri, compagno di partito del tangentista e ladrone Umberto Bossi, ha superato se stesso.
Hanno arrestato in Bolivia (gli altri, non lui) Cesare Battisti e lo hanno riportato in Italia dove ad attendere il suo arrivo sono andati Matteo Salvini e il ministro della Giustizia, Alfonso Bonafede, che hanno espresso la loro soddisfazione per la cattura del latitante il quale, hanno garantito, finirà i suoi giorni in carcere.
Da un ministro della Giustizia, sarebbe lecito attendersi il rispetto della Costituzione che stabilisce che la pena abbia finalità rieducative, tanto che ai condannati all’ergastolo è concesso di ottenere la liberazione condizionale dopo aver scontato 26 anni di carcere raggiungibili con lo sconto di pena della liberazione anticipata.
L’ergastolo come pena di morte non è previsto dal nostro ordinamento giuridico e penitenziario.

Alfonso Bonafede non lo sa, glielo diciamo noi.
Le sue e le loro (aggiungiamo quelle di Salvini) non sono solo parole, perché in accordo con il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, hanno ottenuto di estradare Cesare Battisti dalla Bolivia senza farlo transitare dal Brasile per aggirare la clausola di dovergli commutare la pena in trent’anni di reclusione, pena massima prevista dal codice penale brasiliano.
Per cogliere il grottesco di questo affannoso prodigarsi per garantire a Cesare Battisti l’espiazione della condanna all’ergastolo, è sufficiente ricordare che si tratta di un uomo di 65 anni.
Così che, se Battisti fosse rientrato in Italia con una condanna a 30 anni di reclusione, detratti i cinque scontati fra Italia e Brasile, ne avrebbe dovuti fare altri 25 per uscire dal carcere all’età di 90 anni.
Troppo presto, per Salvini, Bonafede e Conte?
Questo è, a quanto si vede, il governo del cambiamento in peggio perché mai si era visto lo spettacolo offerto dai tre in occasione dell’arresto di un latitante, certo non di peso come potrebbero essere quelli di Giorgio Pietrostefani e Alessio Casimirri.
Il primo, ricordiamolo, è fuggito in Francia con il consenso del ministero degli Interni e il plauso di Massimo D’Alema; il secondo è da anni rifugiato in Nicaragua e la sua estradizione è stata richiesta, per la prima volta, dal governo presieduto da Matteo Renzi nel 2013-2014, perché nessuno aveva ritenuto di doverla richiedere prima, e sono passati 40 anni.
Latitanti importanti: il primo potrebbe parlare dei rapporti intercorsi fra Lotta continua e il ministero degli Interni; il secondo potrebbe raccontare i segreti del sequestro e dell’omicidio di Aldo Moro.
Hanno sprecato energie e denaro per catturare Cesare Battisti, quando Giorgio Pietrostefani e Alessio Casimirri sono sempre stati a portata di manette.
Il problema però non è quello di andare a prendere altri latitanti, è viceversa quello di riconoscere, con onestà, che giustizia e guerra sono incompatibili specie quando a pretendere di amministrare la prima sono gli stessi che hanno dichiarato la seconda.
Giustizia?
Fra pentiti, dissociati, intoccabili, assolti per insufficienza di prove quando le prove c’erano tutte; scarcerati, beneficati, premiati per omertà con lo Stato, mai processati perché inseriti nei più alti livelli dei corpi di polizia e delle Forze armate, della politica, della burocrazia, della massoneria atlantica, gli unici rimasti in carcere sono le «principesse rosse» di Rebibbia, qualche loro compagno nel carcere di Trani, e ora Cesare Battisti.
La sola giustizia possibile sarebbe quella di chiudere un capitolo tragico della nostra storia, per non restare l’unico Paese al mondo che dopo mezzo secolo continua ad avere carcerati (quattro gatti) e latitanti, diversi dei quali detentori di segreti che lo Stato non può permettersi di svelare.
Con buona pace del secessionista ricreduto, Matteo Salvini, di Alfonso Bonafede e Giuseppe Conte, delle loro vanterie, delle loro promesse, delle loro passerelle per auto-esaltarsi, Cesare Battisti ha già tracciato la strada che percorrerà in carcere: sono vecchio, sono malato, sono cambiato, non sono innocente anche se non ho fatto tutto quello che mi attribuiscono, ha dichiarato.
È la via della dissociazione di fatto, quella del pentimento politico, quella che lo porterà entro una decina di anni a usufruire dei primi benefici di legge.
È l’Italia dei furbi, quella dei fessi vota Lega Nord e Matteo Salvini.

Opera, 16 gennaio 2019

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