L’Eterno Depistaggio

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di Vincenzo Vinciguerra

Il 17 gennaio scorso, la sorella di Mino Pecorelli e il suo avvocato si sono recati presso la procura della Repubblica di Roma dove hanno depositato l’istanza intesa a richiedere la riapertura delle indagini sull’omicidio del giornalista avvenuto, a Roma, quarant’anni or sono.
La loro iniziativa scaturisce da un fatto non nuovo, bensì ignorato da 27 anni e venuto alla luce grazie all’impegno intelligente e tenace della bravissima giornalista Raffaella Fanelli.
Il fatto è questo: in una lettera avevo scritto a Raffaella Fanelli che la pistola con la quale era stato ucciso Mino Pecorelli era stata consegnata a una persona residente a Milano.
Una dichiarazione generica, per la semplice ragione che avevo dimenticato le brevi dichiarazioni rilasciate al giudice istruttore Guido Salvini, nel carcere di Parma, il 27 marzo 1992, relative a quanto mi aveva confidato Adriano Tilgher nel carcere di Rebibbia, nel novembre del 1982, sul ricatto cui era fatto oggetto da Domenico Magnetta, militante milanese di Avanguardia nazionale, che pretendeva di essere scarcerato nel più breve tempo possibile minacciando, in caso contrario, di consegnare le armi del gruppo che lui deteneva insieme alla pistola che aveva ucciso Pecorelli.

Nella mia ottica, la dichiarazione poneva in evidenza solo l’omertà di Tilgher che appariva come ricattato e persona informata sui fatti, così come Magnetta che non avrebbe risposto nemmeno di detenzione di arma perché il reato nel 1992 era caduto in prescrizione.
Una dichiarazione che non mandava in galera nessuno, caduta nell’oblio più totale, tanto da averla dimenticata perfino io, perché nessuno – ripeto nessuno – ha ritenuto di doverla prendere in considerazione benché attinente a uno dei cosiddetti «misteri d’Italia».
L’impegno della giornalista Raffaella Fanelli che ha intervistato il giudice Guido Salvini ha riportato alla luce il verbale e la notizia, come è possibile leggere sul sito di Estreme conseguenze del 5 dicembre 2018.
Notizia meritevole di attenzione? Certo, perché Domenico Magnetta il 27 novembre 1979, insieme a Massimo Carminati, partecipa alla rapina alla filiale della Chase Manhattan Bank a Roma, a conferma che fra i due esistevano rapporti di amicizia e di malavita.
Tralasciando quelli che erano i rapporti di fiducia fra i due, il fatto che esige oggi una spiegazione è che, il 4 aprile 1995, a Magnetta è sequestrato dalla polizia un piccolo arsenale di armi e di munizioni fra i quali spiccano una pistola calibro 7,65 e quattro silenziatori artigianali.
È con una pistola calibro 7,65 munita di silenziatore, che venne ucciso Mino Pecorelli.
Chi ha occultato il verbale del 27 marzo 1992, chi ha preferito far dimenticare le mie dichiarazioni, chi ha scelto di non prenderle in considerazione, porta la responsabilità di non aver disposto una perizia su quella pistola e su quei silenziatori.
Sarebbe stato un atto dovuto, obbligato da parte di magistrati che indagano su un fatto gravissimo e avrebbero avuto il dovere di non trascurare nulla, nemmeno un indizio.
Questa perizia è stata ora richiesta dalla sorella di Mino Pecorelli e dal suo avvocato.
Al depistaggio giudiziario si è immediatamente aggiunto quello giornalistico.
Il 17 gennaio, difatti, il TG5 ha spiegato che le indagini sono state fatte e i riscontri sono stati negativi, così come ha ribadito il TG1, mentre più prudente è stato il TG2 che ha detto senza dire, mentre il TG3 ha ignorato la notizia.
Non c’è stato un solo ascoltatore che abbia compreso perché la sorella di Mino Pecorelli e il suo avvocato abbiano richiesto la riapertura delle indagini e la perizia su una pistola.
La disinformazione è stata completata dal TG1 che ha parlato del «detenuto Vincenzo Vinciguerra» il quale ha «riferito» (a chi e quando?) «di aver ascoltato in cella» ecc. ecc., il tutto senza date perché dire la verità nei telegiornali del governo del cambiamento (in peggio) è vietato.
Dinanzi a un fatto così clamoroso come le mancate indagini sulle mie dichiarazioni del 27 novembre 1992, i giornalisti televisivi avrebbero dovuto almeno intervistare la loro collega Raffaella Fanelli, e forse l’avrebbero fatto se non ci fosse stato in mezzo il mio nome.
Se dovessi raccogliere tutte le infamie giornalistiche che mi riguardano dovrei completare almeno un migliaio di libri. E a queste si aggiungono quelle penitenziarie, di cui tratteremo a parte.
Il mio nome è tabù per i giornalisti italiani, con le dovute eccezioni, specie perché non se la sentono di informare i loro lettori/ascoltatori che dopo 39 anni e 4 mesi sono ancora qui, in una cella, per mia volontà e per disprezzo nei confronti dello Stato italiano.
In quanto a loro, sarebbe opportuno, quando periodicamente si presentano in piazza per difendere l’etica e la correttezza dell’informazione, innaffiarli con acqua di fogna per ragioni igienico-sanitarie.
Perché, difatti, sporcare acqua pulita e potabile?

Opera, 18 gennaio 2019

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