Dignità nazionale

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di Vincenzo Vinciguerra

La Seconda guerra mondiale è finita sul territorio italiano il 2 maggio 1945 ma, per volontà di una classe dirigente asservita alla potenza egemone, il popolo italiano non è ancora uscito dal tunnel della sconfitta.
Popolo di vinti e di umiliati, incapaci di scuotersi dal giogo che gli è stato imposto, inconsapevoli ormai di aver avuto nel passato una dignità e un orgoglio nazionali.
Una diagnosi confermata dall’avvento del governo del cambiamento in peggio, quello che a dire dei suoi esponenti pretende di affermare una politica di riscatto nazionale con lo slogan «prima gli italiani».
L’avvento dei «sovranisti» ha inflitto agli italiani una nuova umiliazione, quella di essere obbligati a ricordare la «Settimana della memoria».
Memoria degli italiani? No, quella del popolo ebraico.

Fino all’anno scorso, esisteva la «Giornata della memoria» dedicata al ricordo dell’ingresso delle truppe sovietiche nel campo di concentramento tedesco di Auschwitz in Polonia, scelta per ricordare la cosiddetta «Shoah».
Qualcuno in questo governo ha deciso che dal 2019, una giornata per ricordare eventi che riguardano il popolo ebraico non era sufficiente e l’ha così trasformata nella «Settimana della memoria».
Se per le ricorrenze degli italiani è sufficiente una giornata, spesso mezza, con il solito retorico messaggio del presidente della Repubblica, è giusto chiedersi perché sia necessaria una settimana per celebrare il ricordo della persecuzione degli ebrei in Europa da parte dei tedeschi?
Con buona pace dei tanti cialtroni pronti a denunciare una volontà antisemita in questo articolo, la domanda è legittima e non pone in discussione la «Shoah» limitandosi a rammentare che essa è memoria di un popolo che non è il nostro.
Gli ebrei italiani – è giusto ricordarlo – sono stati deportati in Germania solo dopo l’8 settembre 1943, quando il tradimento di Casa Savoia rese inevitabile per i tedeschi l’instaurazione di un dominio militare sul territorio italiano non ancora occupato dalle armate anglo-americane.
Gli italiani, inoltre, non hanno avuto alcun ruolo nella costruzione dell’universo concentrazionario germanico in Europa, così che il ricordo di Auschwitz non gli appartiene.
La «Settimana della memoria» che si sviluppa in una propaganda ossessiva, opprimente del ricordo del popolo ebraico, è imposta solo all’Italia, così come la «Giornata della memoria» è obbligatoria in Germania, il tutto accompagnato da leggi che prevedono il carcere per coloro che osano dubitare della veridicità delle cifre e dei racconti sulla «Shoah».
Solo Italia e Germania sono costrette a ricordare la memoria degli ebrei perché entrambe sono uscite sconfitte nella Seconda guerra mondiale che per aver provocato 56 milioni di morti meriterebbe – essa – di essere ricordata con una giornata della memoria.
La grottesca decisione di trasformare la giornata dedicata alla «Shoah» in una settimana, quella di portare migliaia di studenti italiani ad Auschwitz a spese degli italiani, quella di collocare pietre d’inciampo con i nomi dei deportati ebrei ovunque è possibile, e sempre a spese degli italiani, rispondono a scelte politiche che con il passato e la «Shoah» non hanno niente a che vedere.
Hanno tutto a che vedere con il presente che vede i dirigenti politici italiani sempre più asserviti allo Stato d’Israele e alle comunità ebraiche che ne rappresentano la «quinta colonna» all’interno degli Stati nazionali.
La visita dell’ex comunista, ex secessionista, ex antimeridionalista Matteo Salvini in Israele che, per eccesso di servilismo, ha perfino messo in pericolo la vita dei soldati italiani schierati sul confine fra Libano e Israele, definendo gli Hezbollah libanesi «terroristi islamici» spiega bene la totale sudditanza di questo governo nei confronti dell’amministrazione americana guidata da Donald Trump che nella politica internazionale in Medio Oriente – e non solo – si lascia guidare dal governo israeliano.
Lo slogan del governo attuale e dei sovranisti è quello di «prima gli americani, poi gli israeliani», per ultimi, se proprio necessario, includono anche gli italiani.
Dirigenti politici che hanno il senso della dignità e dell’orgoglio nazionali non impongono al proprio popolo il ricordo esasperato ed esasperante di una memoria che non gli appartiene.
Una memoria che è patrimonio storico di un popolo che opprime e massacra i palestinesi al cui olocausto nessuno intende dedicare una «Giornata della memoria».
Non possono – e non vogliono dire – che i perseguitati di ieri sono diventati gli spietati persecutori di oggi, e che il ricordo della «Shoah» è lo scudo dietro il quale occultano i loro delitti.
Così, mentre l’italico politicume si commuove a comando nel ricordo delle »donne della Shoah», io, come italiano che vivo nel presente, dedico il mio ricordo all’infermiera palestinese di venti anni uccisa da un cecchino israeliano mentre soccorreva un ferito, una per tutte le ragazze palestinesi che gli ebrei non hanno esitato ad ammazzare nel corso di decenni di oppressione e di massacri.
Se dobbiamo ricordare una persecuzione del passato per imposizione di una sgangherata classe dirigente, è preferibile lottare contro una persecuzione del presente: quella condotta dagli israeliani contro i palestinesi.
È una questione di dignità personale, in attesa che in un numero sempre maggiore di italiani si risveglino la dignità e l’orgoglio nazionali.

Opera, 25 gennaio 2019

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