Uomini delle istituzioni

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di Vincenzo Vinciguerra

Da quanti anni affermiamo e scriviamo che in Italia, dal 1946 in avanti, non c’è mai stata un’opposizione dell’estrema destra in Italia allo Stato e al sistema ma solo una opposizione politica ai governi quando di centrosinistra? Tanti, da perderne il conto.
I fatti inquadrati nel loro giusto contesto e la loro lettura ci danno ragione. La propaganda del regime, oggi come sempre, ci si oppone creando addirittura l’immagine dell’Anti-stato per spiegare il fenomeno della cosiddetta «eversione di destra».
Il tempo è galantuomo e qualche galantuomo di trova, eccezionalmente, perfino fra i magistrati italiani. È il caso del sostituto procuratore generale Francesco Piantoni che, per  tanti anni, ha indagato sulla strage di Piazza della Loggia del 28 maggio 1974, a Brescia.

Cosa dice, oggi, Francesco Piantoni a commento della morte di Carlo Maria Maggi?

«É come se lui e gli altri del gruppo [di Ordine nuovo – Nda] si fossero sentiti uomini delle istituzioni a tutti gli effetti. Un tutt’uno con lo Stato. Con chi li ha aiutati e coperti fino alla fine. Paradossalmente, nella logica di Maggi e degli altri, quelli che perseguivano erano proprio fini istituzionali».

Non è paradossale.
Perché gli uomini dell’estrema destra, senza distinzioni di gruppi e di sigle, a cominciare dal Movimento sociale italiano, hanno sempre agito in nome e per conto dello Stato democratico e antifascista.
Un indizio, se non vogliamo considerarla una prova, ci viene da un articolo de Il Giorno di Milano del 22 giugno 1967, intitolato «Via gli studenti e chiavi alla Ps», nel quale Vittorio Cossato racconta che le forze di polizia hanno potuto sgomberare l’Università occupata dagli studenti grazie alla denuncia presentata da un cittadino, Carlo Maria Maggi, già all’epoca ispettore di Ordine nuovo nel Triveneto.
Cos’è stato Ordine nuovo?
Una nota informativa, redatta da un funzionario del ministero degli Interni il 14 giugno 1967, riportata dallo storico Aldo Giannuli nel suo libro Storia di Ordine nuovo, ce lo descrive come una organizzazione provvista di una «struttura clandestina», che, fra i suoi compiti, comprendeva anche quelli di

«…fornire armi e munizioni, esistendo depositi clandestini di detto materiale in varie parti della penisola. L’ubicazione di essi sarebbe nota soltanto a pochissimi elementi (peraltro non facenti parte ufficialmente di Ordine nuovo) e lo stesso Rauti e i suoi più vicini collaboratori, oltre alle notizie di carattere generale non dispongono degli elementi per l’individuazione dei depositi. l contatti tra Rauti e con Ordine nuovo avvengono a mezzo di intermediari del tutto insospettabili e che addirittura svolgono attività politiche in partiti di centro».

Il pensiero corre ai «Nasco» della struttura clandestina dello Stato e della Nato denominata «Gladio», di cui Ordine nuovo era, nella sua parte occulta, parte integrante.
Non è solo un sospetto o una ipotesi azzardata perché, il 30 dicembre 1997, il generale Vittorio Emanuele Borsi di Parma riferisce al giudice istruttore Carlo Mastelloni:

«Sapevamo dal Sifar dell’esistenza di una organizzazione paramilitare di destra, chiamata Ordine nuovo, sorretta dai servizi di sicurezza della Nato che aveva compiti di guerriglia e di informazione in caso di invasione. Si trattava di civili e militari che, all’emergenza, dovevano comunicare alla nostra Armata [la III con sede a Padova – Nda] i movimenti del nemico. Si trattava di una organizzazione tipicamente americana munita di armamento e di attrezzature radio».

È la cosiddetta «Gladio».
Una struttura occulta coperta da una ufficiale e politica di opposizione ai governi, inserita in una struttura occulta militare dello Stato e dell’Alleanza atlantica.
Questo è stato Ordine nuovo.
Non erano un «tutt’uno» con lo Stato, erano lo Stato.
Per quanto tempo ancora dovremmo vedere l’affannoso agitarsi di tanti giornalisti e storici nell’indicare in Maggi, Soffiati, Digilio, Zorzi, Portolan i «nazisti» che , in odio alla democrazia, volevano distruggere lo Stato nato dalla Resistenza?
Giunge sempre il momento di affermare la verità che, in questo caso, ci dice che le stragi non le hanno fatte i «terroristi neri», ma uomini dello Stato per lo Stato.
Li abbiamo visti sfilare, questi uomini, nelle aule dei Tribunali a Milano, a Catanzaro, a Brescia, a Bologna, a Firenze per rispondere di questa o di quella strage, assolti quasi sempre per insufficienza di prove che non dimostra la loro innocenza perché questa formula vuol dire che non sono state raggiunte tutte le prove della loro colpevolezza, qualche volta condannati come Carlo Maria Maggi e Carlo Digilio in vita, o riconosciuti colpevoli dopo la morte (Marcello Soffiati e lo stesso Carlo Digilio) o quando non erano più giudicabili per la seconda volta come Franco Freda e Giovanni Ventura.
Non costituivano una legione di «camerati», ma una compagnia di «colleghi» vuoi dei Servizi, vuoi dei carabinieri e/o della polizia, tutti, in maniera documentata, informatori e confidenti.
A depistare le indagini non sono stati i «fascisti» infiltrati nelle istituzioni (magistratura compresa) ma uomini dello Stato che erano delegati a impedire che, insieme ai Maggi e colleghi, sul banco degli imputati per strage, ci salisse anche lo Stato.
Il silenzio di questa congrega si spiega con la necessità di proteggere (lo Stato) per essere protetti (dallo Stato), in un gioco delle parti che oggi si potrebbe finalmente riconoscere e denunciare.
Non lo faranno mai gli uomini della destra «dalla congenita vigliaccheria»: toccherà ad altri, senza distinzioni ideologiche, che avranno in comune fra loro il coraggio e l’amore per la Verità.

Opera, 31 gennaio 2019

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