Legge e Ordine

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di Vincenzo Vinciguerra

Nel tempo tutto si confonde e così anche ciò che è distinto appare uniforme e omogeneo.
Il fascismo è stato una rivoluzione che si è fermata dinanzi al trono di re Vittorio Emanuele III, per trasformarsi nel corso di un ventennio in una forza politica al servizio della monarchia, accantonando la propria ideologia e le proprie aspirazioni rivoluzionarie.
È difficile oggi distinguere fra coloro che hanno aderito, ricoprendo anche incarichi di primissimo piano, al regime fascista perché «rivoluzionari» o, più semplicemente, perché il fascismo fatto regime serviva gli interessi dello Stato monarchico.
Eppure è necessario operare questa distinzione per comprendere cosa sia stato in effetti il cosiddetto neofascismo postbellico.

Diciamo subito che quest’ultimo è quello che ha visto in Benito Mussolini il presidente del Consiglio dei ministri, come riconosciuto dallo Stato che negli anni Sessanta ha riconosciuto alla vedova, Rachele Mussolini, il diritto alla pensione per il servizio prestato dal marito dal 22 ottobre 1922 al 25 luglio 1943.
Il fascismo inteso non come «rivoluzione» ma come «fazione» che si era imposta per il suo impegno vittorioso contro la sovversione rossa e, poi, si era posta al servizio di Casa Savoia per fare dell’Italia una potenza regionale e instillare negli italiani il senso dello Stato unitario: «Tutto nello Stato, nulla al di fuori dello Stato e, tantomeno, contro lo Stato».
Ma lo Stato era monarchico non fascista. Il suo capo era il re, non il capo del governo Benito Mussolini.
Quando l’Italia si alleò con la Germania, tutti coloro che vedevano nel fascismo una «fazione» iniziarono a fare la fronda perché, per la prima volta, assistevano a una deviazione del cammino in politica estera, di una Italia che, a loro avviso, doveva restare nel campo delle democrazie occidentali.
Fino a quel momento, ai loro occhi, il fascismo fatto regime aveva ben rappresentato quella forza impegnata ad affermare il rispetto della legge e dell’ordine che aveva garantito allo Stato monarchico stabilità e fortuna.
Era la visione degli uomini che, il 25 luglio 1943, faranno cadere il governo mussoliniano, scegliendo, come dirà Alfredo De Marsico, fra la Nazione, rappresentata da Casa Savoia, e la fazione guidata da Benito Mussolini.
Dirà Dino Grandi di aver avuto nella sua vita due poli: la Chiesa e la Monarchia.
Il neofascismo cosiddetto postbellico si vanterà di essere l’erede della Repubblica sociale italiana ma, in realtà, si proporrà come continuatore di una visione a-fascista che vede nello Stato la sola autorità in grado di garantire il rispetto della legge e dell’ordine.
Non era, di conseguenza, importante di quale Stato si trattasse, anche di uno Stato «vuoto» come questo, secondo Julius Evola, ma esso doveva essere la stella polare alla quale rivolgersi e riferirsi.
Non c’è quindi una cultura fascista che trasborda nello Stato post-bellico, ma la continuità di uno Stato che, senza interruzioni, fatto salvo il periodo della guerra civile, dal 1922 è impegnato nella lotta alla sovversione e nella difesa della legge e dell’ordine costituito.
È in nome e per conto dello Stato, non importa se ora democratico e antifascista, che dirigenti e militanti dell’estrema destra si schierano a fianco degli anticomunisti liberali, monarchici, repubblicani, democristiani e socialdemocratici, proponendosi come punta di diamante nella lotta alla sovversione.
I simboli esteriori, la camicia nera, il saluto romano, il grido «Duce Duce» occultano la realtà che vede i capi politici dell’estrema destra impegnati a favorire a ogni costo lo Stato borghese.
Nel mese di aprile del 1945, Benito Mussolini aveva dichiarato esplicitamente che «la rovina dell’Italia è stata la sua borghesia».
Poco più di un anno dopo, nel luglio 1946, sul giornale dei Fasci di azione rivoluzionaria, Pino Romualdi dettava la strategia del presunto neofascismo: riacquistare i favori della borghesia distinguendosi nella lotta contro il comunismo.
Cosa si trasporta della «cultura fascista» nel dopoguerra? Solo il senso dello Stato che il regime fascista aveva inculcato agli italiani insieme al rispetto per la legge e per l’ordine.
Ma questo è solo un aspetto della cultura del regime fascista, ma non rispecchia quella della «rivoluzione fascista», dell’ideologia fascista, dell’avversione al mondo borghese che, nel dopoguerra, porterà migliaia di reduci della Rsi nelle fila dei Partiti comunista e socialista.
Non è certo questo fascismo «rosso» che partecipa alla strategia della tensione, ma quello che, per comodo e codardo opportunismo, scopre che bisogna salvare l’Italia dal comunismo e per farlo è necessario mettersi agli ordini della Democrazia cristiana, della Chiesa cattolica, della Confindustria e dei servizi segreti americani.
Non è più fascismo: e un anticomunismo generico che si pone in posizione subalterna all’anticomunismo di Stato e di regime.
I missini e i gruppi a essi collegati partecipano alla strategia della tensione come manovalanza perché a dirigerla ci sono i «partigiani bianchi», i notabili democristiani, Randolfo Pacciardi ed Edgardo Sogno, Giuseppe Saragat e Mario Tanassi, solo per citarne alcuni.
L’«ideologia» della strategia della tensione è «bianca», americana, clericale, atlantica, mai «nera» perché il fascismo è caduto a Dongo e in mille strade e piazze d’Italia sotto le raffiche di mitra dei plotoni di esecuzione statali e partigiani.
Il dopo è un mondo costituito da rinnegati e da rinnegandi pronti, come dichiarò Filippo Anfuso alla Camera dei deputati, a confluire nella Democrazia cristiana.
Non sono mai stati gli eredi della Repubblica sociale, missini e compari, ma quelli di Dino Grandi e del suo a-fascismo e la loro è una storia intessuta di tradimenti, di inganni e di menzogne.
Una storia di falliti e di fallimenti condannati a tacere come si conviene ai servi e ai ricattati.

Opera, 21 febbraio 2019

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