A passi lenti

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di Vincenzo Vinciguerra

Le menzogne corrono veloci, la verità invece procede lentamente, un passo per volta, fra lunghe soste e faticose riprese, però avanza senza clamori, spesso inavvertita, quasi sempre ignorata.
Un ennesimo passo lo compie in un articolo di Gianni Cipriani pubblicato su «Globalist.it.» del 14 gennaio 2019, sotto il titolo «Quando Andreotti mi raccontò della Cia in Italia».
Cipriani racconta, in sintesi, il contenuto di una conversazione avuta a suo tempo con Giulio Andreotti il quale, fra le altre cose, racconta le difficoltà incontrate dai democristiani obbligati «a fare una specie di slalom per tenere insieme la loro politica nell’ambito del guinzaglio imposto dalla guerra fredda» tanto che «molti di loro erano spiati e invisi a Washington non meno dei comunisti».
Fin qui Andreotti non dice nulla di nuovo, basti pensare al compiacimento dell’ambasciata americana quando Paolo Emilio Taviani venne estromesso per sempre dalla politica e dai governi nel mese di novembre del 1974.

Ma l’amico dei mafiosi aggiunge altro perché Gianni Cipriani scrive:

«Anche il neofascismo, altra cosa che mi colpì, era uno strumento utile a una stabilizzazione del potere contro possibili fughe in avanti».

La fonte è autorevole, anzi autorevolissima, perché Giulio Andreotti è stato da sempre indicato come un referente dell’estrema destra italiana, addirittura come il principale interlocutore di Junio Valerio Borghese nel tentato «golpe» del 7-8 dicembre 1970.
Una persona ben informata, Giulio Andreotti, che conferma quello che ancora oggi tanti negano: che il presunto neofascismo è stato sempre, fin dal suo sorgere, una delle colonne portanti del regime democristiano, mai all’opposizione ma sempre contro l’opposizione al sistema.
Ha omesso di dire l’amico degli amici il modo con cui il neofascismo (sempre presunto) ha concorso alla stabilizzazione del potere, impegnandosi nella destabilizzazione dell’ordine pubblico con la copertura della Democrazia cristiana e dei suoi alleati.
L’ammissione tardiva di Giulio Andreotti aggiunge un significativo tassello al mosaico che va via via ricomponendosi sulla storia del Movimento sociale italiano e dei gruppi a esso collegati e, non ufficialmente, dipendenti.
Sbiadisce sempre di più l’immagine di un «terrorismo nero» che per odio alla democrazia attacca anche militarmente lo Stato italiano sognando una rivincita sull’antifascismo vittorioso nel 1945.
Si afferma con lenta e progressiva certezza quella di una forza che, sotto i simboli esteriori del passato regime fascista usati per mere ragioni elettorali, si è posta a totale disposizione dell’anticomunismo trionfante nazionale e internazionale, concorrendo al rafforzamento di un regime «corrotto e corruttore» nel quale aspirava di entrare a far parte dei governi o, almeno, della maggioranza governativa come elemento di fondamentale supporto.
Altro che rivincita!
Una verità difficile da affermare perché se il concorso politico alla stabilizzazione del potere democristiano si potrebbe, teoricamente, riconoscere quello rivestito nella destabilizzazione dell’ordine pubblico dovrà essere sempre disperatamente negato.
Perché questo è stato il ruolo del neofascismo (quanto mai presunto) in Italia: destabilizzare l’ordine pubblico per stabilizzare l’ordine politico.
E lo ha fatto con la copertura e l’appoggio degli apparati dello Stato i quali, a loro volta, non potranno mai riconoscere le loro responsabilità così che ancora oggi puntellano un muro difensivo che occulti i delitti propri e altrui.
A passi lenti, quindi, la verità si va affermando. La dichiarazione di Giulio Andreotti spiega bene le ragioni per le quali Francesco Cossiga chiese il condono solo per i militanti della sinistra armata chiedendo di escludere gli estremisti di destra perché «mascalzoni».
Cossiga, difatti, dall’alto della sua conoscenza e delle sue gravissime responsabilità ben sapeva che a destra non c’erano mai stati oppositori ma solo personaggi che avevano a un certo punto tradito, per ragioni personali e non politiche, la fiducia di quegli apparati che li proteggevano o di cui addirittura, come Mario Tuti, avevano fatto parte sia pure in forma clandestina.
«Mascalzoni» che il Movimento sociale italiano non ha mai abbandonato (e come avrebbe potuto?) fornendo loro avvocati, buona stampa, sostegno politico e parlamentare.
Ognuno ha ricoperto un ruolo a esso congeniale fra mandanti, organizzatori ed esecutori, tutti uniti anche quando marciavano, ufficialmente, divisi.
Si spiega così la rabbia di Francesca Mambro quando pensando ai dirigenti del suo partito, il Movimento sociale italiano, dichiara ai giornalisti «noi in galera, loro al governo».
Non poteva esserci accusa di correità più esplicita.
Prendiamone atto.

Opera, 22 febbraio 2019

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