“Tribunali del Popolo”

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di Vincenzo Vinciguerra

Così li chiamavano nella primavera del 1945 per dare una giustificazione più o meno legale a processi farsa che, inesorabilmente, si concludevano con la condanna a morte dei fascisti accusati.
Quando giudicarono Roberto Farinacci, il cosiddetto «tribunale del popolo» non cercò nemmeno di salvare la faccia, infatti tutti i giurati erano familiari di partigiani uccisi dai fascisti e dai tedeschi.
Oggi, 74 anni più tardi, è la destra che riedita la «giustizia popolare» o, per meglio dire, quella familiare che dovrebbe decidere se un presunto terrorista debba morire o meno in carcere.
La «sguaiata esibizione» del ministro degli Interni Matteo Salvini all’aeroporto di Ciampino, all’arrivo di Cesare Battisti, che, secondo lui, «dovrà marcire in galera», inaugura il nuovo corso di questa singolare giustizia.

I familiari delle vittime della guerra civile, di tutte le vittime dell’una e dell’altra parte, meritano rispetto perché lo impone il loro dolore ma non si devono nascondere dietro l’ipocrita richiesta di giustizia perché quella che cercano è vendetta.
Ed è sulla base di questo sentimento di una parte dei familiari delle vittime del «terrorismo», debitamente strumentalizzati e usati dai giornali e dai telegiornali, che l’attuale dirigenza politica cerca di chiudere i «conti con il passato».
Un’azione di puro sciacallaggio quella in atto perché, da un lato, vuole presentare come un’azione di giustizia l’arresto e il rientro in Italia di pochissimi latitanti mentre, dall’altro, si fa beffe della stragrande maggioranza dei familiari delle vittime che vedono gli uccisori dei loro congiunti da anni in libertà.
Perché, sia ben chiaro, fra pentiti giudiziari e dissociati di fatto e di diritto in carcere sono rimasti quattro gatti, e per loro scelta, non per imposizione dello Stato.
Lo Stato e i governi italiani hanno badato al loro esclusivo interesse, quindi hanno promosso il pentitismo e, soprattutto, la dissociazione, con buona pace dei familiari delle vittime ai quali non hanno certo richiesto il permesso per il varo di queste leggi.
Hanno salvato i loro «terroristi» quand’anche riconosciuti, sul piano giudiziario, colpevoli di strage e i loro amici per i quali hanno fatto sentenze aberranti e leggi ad personam, hanno rimesso in libertà nei tempi minimi previsti quanti potevano rivelare segreti pericolosi per lo Stato e il regime, per non parlare, infine, di quanti sono stati assolti, sempre con formula dubitativa, per i depistaggi posti in essere dagli apparati di sicurezza e la disonestà di tanti giudici inquirenti e giudicanti.
Oggi vorrebbero far dimenticare tutto questo spacciando per ansia di giustizia la cattura di latitanti, alcuni dei quali fuggiti con l’autorizzazione dei governi (vedi Alessio Casimirri e Giorgio Pietrostefani), per dichiarare concluso il capitolo degli «anni di piombo».
Fino a questo momento hanno arrestato un signor nessuno che li ha già fregati dissociandosi di fatto per aprirsi la strada per ottenere tutti i benefici di legge, fra l’esultanza di tutte le forze politiche, prime quelle di sinistra.
Insomma, i «Tribunali del popolo» con i familiari delle vittime in veste di giudici, giurati e pubblico ministero con buona pace di Matteo Salvini e della marmaglia di destra ed estrema destra, non sono destinati a entrare in funzione vanificando le intenzioni di quanti tentano di promuoverli.
Le apparenze dicono il contrario, affermano che la canea montante della destra, debitamente sostenuta sul punto dalla sinistra, pretende di riscrivere la storia italiana a proprio uso e consumo, ma la Storia, quella vera, quella che si scrive con la maiuscola, procede a passi lenti, troppo lenti, verso l’affermazione della verità su una tragedia che dura da 76 anni.
Un cammino ancora incerto e faticoso, questo della Storia, ma inesorabilmente proteso verso il raggiungimento di una verità che, quando affermata, restituirà a questo popolo la dignità che non ha ancora ritrovato.
E, a proposito di dignità, è giusto concludere questo breve scritto rendendo merito e omaggio alla signorilità e all’eleganza della vice dirigente della Digos di Milano e capo della sezione Antiterrorismo, Cristina Villa.
Intervistata, la funzionaria che ha coordinato le indagini che si sono concluse con l’arresto di Cesare Battisti, alla domanda se avrebbe festeggiato, ha risposto:

«Lo faremo, ma sia chiaro che festeggiamo un successo professionale, non la sua perdita della libertà. Catturarlo era il mio lavoro, e l’ho fatto. Ma io non brinderò mai alla tristezza altrui».

In un futuro Stato italiano libero, indipendente e sovrano, Cristina Villa sarebbe un ottimo ministro degli Interni, mentre oggi, ahimé, ci dobbiamo tenere Matteo Salvini e le sue «sguaiate esibizioni». 
Non è giusto.

Opera, 01 marzo 2019

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