Aprire gli armadi

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di Vincenzo Vinciguerra

Roberta Errico, il 21 gennaio 2019, su «thevision.com» pubblica un articolo intitolato «È arrivato il momento di fare i conti con il passato».
Il proposito è lodevole e pienamente condivisibile, così come meritevole di menzione è una sua osservazione:

«Sono due i gravi errori commessi in quegli anni e prescindono dalla vita clandestina di Cesare Battisti: in primo luogo, la politica italiana non ha mai ammesso apertamente che negli anni Settanta vi era stata una guerra civile nel nostro Paese; in secondo luogo, la sinistra di tutto il mondo ha affrontato quel periodo storico in modo non compatto e spesso incoerente, alimentando la retorica della destra internazionale che si è creata un alibi morale che dura ancora oggi».

Peccato che, poi, concluda citando il presidente della Repubblica Sergio Mattarella che si è augurato che «il conto con la giustizia venga saldato anche da “tutti i latitanti fuggiti all’estero”».
Se Roberta Errico riconosce che c’è stata una guerra civile pecca di incoerenza quando si allinea a coloro che chiedono che i pochi latitanti all’estero siano riportati in carcere in Italia.

Le guerre non si concludono mettendo in galera i vinti, ma individuando le cause che le hanno determinate e le responsabilità di quanti vi hanno concorso dall’una e dall’altra parte.
Un processo storico, non giudiziario, è quello che dovrebbero invocare quanti chiedono di chiudere i conti con il passato riconoscendo, esplicitamente, che la guerra è stata politica e politici sono stati coloro che vi hanno partecipato.
Insistere nell’affermare che la «giustizia» deve fare il suo corso fino in fondo, significa alimentare la menzogna che pretende che in Italia ci siano stati movimenti criminali che hanno attaccato lo Stato.
Le forze criminali hanno, in effetti, partecipato alla guerra civile ma erano tutte, in modo provato e documentato, dalla parte dello Stato e del regime.
La «giustizia» del regime, inoltre, ha fatto del suo meglio per sbarrare la strada alla verità sulle cause delle guerra civile e si rappresenta come «giustizia» di parte, non in grado di giudicare in modo imparziale e, in molti casi, chiamata a salvare quanti fingendosi «rossi» o «neri» agivano in nome e per conto dello Stato.
Sono pochi i latitanti per i quali le condanne non sono ancora cadute in prescrizione e il loro arresto e la loro estradizione in Italia dovrebbero chiudere un capitolo di storia di cui ancora bisogna scrivere le pagine più scottanti?
Fra questi pochi sono due i personaggi che potrebbero dare un contributo alla verità su quanto è accaduto in Italia: uno è Alessio Casimirri, di cui il primo governo italiano a chiederne l’estradizione è stato quello di Matteo Renzi; l’altro è Giorgio Pietrostefani, di cui nessuno si è mai occupato.
Se la destra, complice non solo sul piano morale e politico, di tanti terroristi di Stato camuffati da «neofascisti» e di stragisti di regime, oggi esulta perché intravede la possibilità di chiudere il capitolo sulla guerra civile senza che emergano le responsabilità di tanti dei suoi esponenti, la sinistra ha ritenuto opportuno per «cupidigia di servilismo» nei confronti degli Stati uniti e della Nato innalzare una barriera che impedisse alla verità di emergere.
Prova, fra le tante, che a cercare di bloccare l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, a Milano, condotta dal giudice istruttore Guido Salvini che stava portando alla luce le responsabilità degli ordinovisti veneti e i loro collegamenti con i servizi segreti militari americani con la Cia e i servizi segreti israeliani, è stato il «compagno» Felice Casson, con i suoi amici della procura della Repubblica di Milano.
L’interesse politico del Partito democratico a bloccare quella inchiesta – e non solo perché Felice Casson ha interferito anche con altre – è dimostrato dal fatto che sia il Casson sia il D’Ambrosio sono stati infine premiati con l’elezione al Senato della Repubblica.
Se la destra gioisce, la sinistra non si smentisce così che tutti i suoi dirigenti si sono congratulati per l’arresto di Cesare Battisti e si sono affrettati ad allinearsi alla pretesa di «chiudere i conti con il passato» arrestando anche gli altri.
Quando l’ennesimo rinnegato della politica italiana, l’ex comunista Giorgio Napolitano, venne nominato ministro degli Interni la sua prima dichiarazione fu:

«Non sono qui per aprire armadi».

E mentre lui gli armadi li chiudeva, i detentori del potere gli aprivano le porte del Quirinale.
Se non vogliamo che l’alleato fedelissimo di pregiudicati del calibro di Silvio Berlusconi, Marcello Dell’Utri, Roberto Formigoni e via via elencando, si faccia strada sbarrando definitivamente la porta alla verità, si chiudano i conti con il passato aprendo finalmente gli armadi.

Opera, 6 marzo 2019

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