Il coraggio e la paura

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di Vincenzo Vinciguerra

È mai esistita una «destra eversiva» in Italia? Un «neofascismo» che voleva distruggere la democrazia? Un «terrorismo nero» che ha attaccato militarmente lo Stato e il regime?
Abbiamo sempre detto e scritto che no, che non è mai esistita a partire dal 25 aprile 1945 una forza di opposizione «neofascista» alla democrazia in Italia.
Abbiamo già scritto tanti anni fa che il Movimento sociale italiano e i gruppi a esso collegati e da esso dipendenti hanno rappresentato il «polo occulto» del potere politico italiano.
Un «polo occulto» che pregiudicati del calibro di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri hanno sdoganato ufficialmente nel 1994 quando, gettata la maschera dei «fascisti del Duemila» eredi della Repubblica dell’onore, il Movimento sociale italiano-Destra nazionale si è accomodato, con i suoi principali esponenti sulle poltrone governative e nei seggi parlamentari della maggioranza.

È stato, quello, l’ignobile momento di una verità che politica, magistratura e mezzi di comunicazione avevano sempre negato, perché fosse stato vero almeno parzialmente il teorema del neofascismo che aveva prosperato nel dopoguerra sognando la rivincita sulla democrazia, i Fini e compari avrebbero dovuto essere emarginati dalla politica.
Conclusa la «guerra fredda» anche questi suoi rottami avrebbero dovuto scomparire dalla scena politica e molti di loro avrebbero dovuto finire anche nelle patrie galere.
Invece, così come le mafie riprendevano forza e animo con Berlusconi e Dell’Utri, anche gli ex neofascisti, ora a tutti gli effetti antifascisti, potevano soddisfare le loro personali ambizioni occupando le poltrone del governo.
Da allora, tutti insieme compatti e decisi, gli esponenti del centrodestra e del centrosinistra hanno cercato di riscrivere il passato cancellando crimini e complicità.
Il risultato lo vediamo oggi, quando il direttore di Estreme conseguenze, William Beccaro, riferendosi all’intervista fattami dalla bravissima giornalista Raffaella Fanelli in questo grottesco carcere di Opera, si vede costretto a scrivere di aver ricevuto «tanti bravi da colleghi più o meno blasonati per questa intervista» ma, aggiunge,

«la notizia la troverete solo da noi, molti di quelli che ci hanno detto bravi hanno aggiunto che non la  riprendevano sulle loro testate perché riprendere oggi una storia che riguarda l’eversione nera non è opportuno. Perché è un pezzo di storia che è ancora attualità, i cui protagonisti sono ancora in vita e operano, hanno potere».

È una notizia che, conclude amaramente Beccaro, «è troppo controcorrente, pare».
Nel 2019, quindi, serpeggia la paura di dare spazio a una notizia – e a un’intervista – che riguarda un passato che è ancora presente, perché se molti invecchiati protagonisti di quei fatti – omicidio Pecorelli compreso – sono ancora in vita, i loro eredi non sono da meno nell’impegno di difendere le verità fasulle di cui sono portatori.
L’omicidio di Mino Pecorelli non può avere oggi ripercussioni giudiziarie perché, a distanza di 40 anni, i mandanti sono morti, mentre organizzatori, esecutori e complici sono protetti dalla intangibilità del giudicato e dalla prescrizione dei reati.
Oggi, sull’omicidio del giornalista caduto vittima delle troppe cose sporche che sapeva sul conto di persone che allora erano ai vertici del potere politico e militare, la sola verità che può emergere è quella storica.
Ed è proprio la verità storica a far paura.
Inseriti nel mondo politico e mediatico, gli antifascisti dell’estrema destra avvertono il dovere di occultare la verità, quella che potrebbe spiegare perché da «eversori neri» si sono trasformati in uomini di potere che, nel 2019, incutono timore tanto da condizionare la diffusione di notizie che ritengono scomode per loro e per il loro passato.
Così, mentre i conigli dell’estrema destra, quelli che come Adriano Tilgher non esitano a definirsi ancora fascisti senza mai esserlo stati, negano tutto, i direttori delle testate giornalistiche scelgono il silenzio lasciando soli i loro colleghi che hanno il coraggio di parlare.
È un risultato che denuncia l’esistenza di un potere mafioso di cui tutti sanno e nessuno parla.
Rimane il coraggio di pochi, di quelli che come Raffaella Fanelli, William Beccaro e altri rifiutano di farsi condizionare dalla paura che ispira un potere criminale che vuole imporre omertà e silenzio.
La stessa, identica omertà silente che circonda le interviste di Fiammetta Borsellino, figlia del giudice Paolo Borsellino ucciso dallo Stato mafioso nel luglio del 1992.
Non è vero, pertanto, che qualcosa sia cambiato in questo Paese perché le mafie politiche, finanziarie, mediatiche cambiano maschera ma non i volti.
L’essenza del potere criminale è immutata, così come i suoi metodi e le sue armi, quelle dell’intimidazione, dell’omertà, della calunnia, della falsificazione delle notizie.
Ma contro gli innumerevoli conigli che della paura e della codardia hanno fatto una ragion di vita, si contrappongono i pochi che del coraggio fanno uno stile di vita e una ragion d’essere.
La speranza, quindi, non muore.

Opera, 14 marzo 2019

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