Memoria corta

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di Vincenzo Vinciguerra

Eravamo in attesa di una seconda «sguaiata esibizione» del ministro degli Interni Matteo Salvini nell’aeroporto di Ciampino per salutare il ritorno in manette in Italia del brigatista di Stato Alessio Casimirri.
Viceversa abbiamo avuto la sorpresa di vedere che il Parlamento europeo ha approvato una mozione della Lega che richiede al Nicaragua di estradare il presunto – quanto mai presunto – brigatista rosso.
Un volgare espediente propagandistico, questo della Lega e di Matteo Salvini, che si rivolgono al Parlamento europeo per denunciare l’impotenza di chi, oggi, pretenderebbe di riportare in Italia una persona la cui latitanza è stata consentita da tutti i governi in carica dal 1980 al 2014-15.
Perché quello che Salvini vuol far dimenticare agli italiani è che il primo governo italiano a richiedere l’estradizione di Alessio Casimirri dal Nicaragua è stato quello di Matteo Renzi.

Tutti gli altri, compresi i governi di centrodestra di cui ha sempre fatto parte la Lega nord, non lo hanno mai fatto benché consapevoli che Casimirri era perfettamente integrato in Nicaragua dove gestisce un ristorante nel quale si recano a mangiare anche i funzionari dell’ambasciata italiana.
Matteo Salvini, a quanto pare, in quegli anni era troppo occupato a insultare l’Italia proprio a Strasburgo e i meridionali in Italia, per preoccuparsi della latitanza di personaggi come Alessio Casimirri e Giorgio Pietrostefani.
Oggi, da ministro degli Interni a caccia di voti e di consensi ha scoperto che anche Alessio Casimirri, condannato a 6 ergastoli, deve essere riportato in Italia.
Il problema, però, è che Casimirri non è un «signor nessuno» come Cesare Battisti, è uno che conta perché è uno che sa la verità in tutto o in parte sul sequestro e l’omicidio di Aldo Moro, e non solo.
L’estradizione di questo personaggio in Italia rappresenta una grossa incognita perché potrebbe decidere di dire qualcosa, tutto forse non ne avrebbe la possibilità per morte per infarto o fibrillazione cardiaca, o di tacere allineandosi con Mario Moretti e compagni che per avere i benefici di legge si sono venduti anche l’anima.
In fondo, anche Alessio Casimirri è ormai vecchio e, rientrando in Italia, si scoprirebbe anche malato, non in grado di tollerare la detenzione. Non si troverebbe un Tribunale di sorveglianza disposto a concedergli il differimento della pena o la detenzione domiciliare per motivi di salute?
Certo che sì.
Il rischio di un suo ritorno in Italia rimane, comunque, elevato e, di conseguenza, chi detiene il potere – non quindi Matteo Salvini – sceglierà di lasciarlo in Nicaragua fino al giorno in cui non morirà, serenamente, libero e nel suo letto.
I «misteri d’Italia» devono restare misteriosi perché, in caso contrario, non c’era bisogno di attendere che Alessio Casimirri parlasse, sarebbe stato sufficiente dire a Mario Moretti, Prospero Gallinari e compagni che per tornare in libertà avrebbero dovuto raccontare la verità.
Facile se vogliamo, anche perché lo Stato lo fa da anni con i sequestratori di persona e con i mafiosi, solo che nel caso dei brigatisti rossi coinvolti nel sequestro e nell’omicidio di Aldo Moro lo Stato ha scelto di premiarli per farli tacere.
Dalla primavera del 1987, Mario Moretti è di fatto il vicedirettore onorario del carcere di Opera, si è fatto una famiglia con moglie e figlio, ha il conto in banca e la pensione, e la galera l’ha fatta fare ai compagni che non avevano nulla da dire e con i quali lo Stato ha potuto pertanto fare la «faccia feroce».
L’attesa del ritorno in Italia di Alessio Casimirri, nel convincimento che parlerà, è grottesca così come la mozione presentata dalla Lega al Parlamento europeo per chiedere al Nicaragua di estradarlo.
Se dovesse rientrare in Italia, Alessio Casimirri avrà un motivo in più per tacere, e dopo avergli garantito l’impunità per 41 anni, con i suoi compagni in libertà per aver taciuto, sarebbe un atto di giustizia lasciarlo dov’è, lui e tutti gli altri.
Nel Paese della memoria corta, è normale che i rinnegati e i ricreduti eccedano in zelo per far dimenticare il loro passato e con urlate e «sguaiate esibizioni» pretendano di cancellare dalla storia i loro complici silenzi.
Perché di complici si parla.
Di personaggi che, nel corso della loro carriera politica, hanno retto il sacco a pregiudicati come Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, e ai compagni di partito di Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, con i quali hanno condiviso esperienze di governo e battaglie contro la verità.
Nessuno, fino a oggi, ha sentito dall’ex comunista, ex secessionista, ex anti-italiano ed ex anti-meridionalista Matteo Salvini una parola per dire che è necessario affermare la verità sulla guerra politica italiana.
Ha scelto la via più semplice e più ignobile: quella di chiudere i conti con il passato mettendo in galera i pochi rimasti fuori.
Non tutti, solo quelli che non hanno nulla da dire.
Furbo, anzi furbissimo.

Opera, 15 marzo 2019

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