Leggende

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di Vincenzo Vinciguerra

Una delle leggende che, con maggiore frequenza, vengono ribadite dai mezzi di comunicazione di massa è quella relativa all’assenza di colpevoli per la strage di piazza Fontana a Milano del 12 dicembre 1969.
La notizia è, manco a dirlo, falsa perché per quell’eccidio è stato condannato a 11 anni di reclusione per lo sconto di pena previsto per i «collaboratori di giustizia», Carlo Digilio, agente informatore della Cia e stretto collaboratore di Carlo Maria Maggi.
Insieme a lui, in maniera scandalosamente tardiva, sono stati riconosciuti colpevoli anche Franco Freda e Giovanni Ventura, non più punibili per effetto del passaggio in giudicato della sentenza che li aveva assolti per insufficienza di prove.
Ora il giudice istruttore Guido Salvini rende noto che, in realtà, le prove per condannarne altri c’erano solo che i magistrati della procura della Repubblica di Milano non se ne sono accorti per non aver svolto il loro compito con la diligenza e l’impegno necessari.

Difatti, rende noto il magistrato, la Corte di assise di appello di Milano aveva assolto Carlo Maria Maggi e Delfo Zorzi perché alle dichiarazioni di Carlo Digilio era mancato il riscontro decisivo, quello relativo all’esistenza di un casolare a Paese che serviva come base logistica per gli ordinovisti e per i missini veneti che vi nascondevano armi ed esplosivi.
Digilio aveva chiamato esplicitamente in causa come correi nel deposito Marco Pozzan e Giovanni Ventura di Padova, e Delfo Zorzi di Mestre, ma il riscontro non era stato trovato dai magistrati della procura della Repubblica di Milano.
In realtà non era stato nemmeno cercato perché il riscontro c’era: si trovava nei documenti acquisiti dalla stessa procura milanese a Catanzaro, compresa l’agenda di Giovanni Ventura del 1969, e trasferiti a Milano dov’erano rimasti in archivio, senza mai essere consultati.
Solo nel 2011, su iniziativa dei magistrati bresciani impegnati nelle indagini sulla strage di Brescia del 28 maggio 1974, quei documenti e quell’agenda verranno visionati dall’ispettore di polizia Michele Cacioppo il quale aveva subito individuato il nome di Digilio e quello di un avvocato di Treviso, Sbaiz.
Sarà proprio questi, interrogato, a confermare che a suo tempo aveva stipulato un contratto di affitto tra il proprietario del casolare di Paese e Giovanni Ventura.
L’ispettore Michele Cacioppo andrà oltre individuando il proprietario del casolare e l’ubicazione dello stesso, in via della Libertà n. 1, a Paese.
Carlo Digilio aveva, pertanto, detto il vero solo che a trovare il riscontro alle sue dichiarazioni saranno i magistrati bresciani e l’ispettore Michele Cacioppo nel 2011, quando la sentenza a carico di Maggi e Zorzi era ormai passata in giudicato.
Per l’episodio gravissimo reso noto dal giudice istruttore Guido Salvini non si può parlare di un depistaggio consapevole, sotto forma di omissione, da parte dei magistrati della procura della Repubblica di Milano titolari dell’inchiesta sulla strage di piazza Fontana, ma che ci sia stata la volontà di bloccare l’inchiesta su quell’eccidio è una realtà documentata da tutti gli atti compiuti contro il magistrato da Felice Casson, Grazia Pradella e Gerardo D’Ambrosio.
È da Venezia, da Felice Casson che parte l’attacco al giudice istruttore Guido Salvini, alla sua inchiesta, ai testimoni a carico degli ordinovisti veneti.
Sarà dopo un incontro con lo stesso Felice Casson, che il sostituto procuratore della Repubblica di Milano Grazia Pradella interrompe i rapporti con il giudice istruttore Guido Salvini, che estromette dalle indagini i Ros dei carabinieri e si affida alla polizia di Stato, che ostenta incredulità dinanzi alle dichiarazioni dei testimoni di accusa, a partire da Carlo Digilio e Martino Siciliano.
Incredulità e sfiducia che stanno alla base della negligenza con la quale sono state condotte le indagini trascurando perfino di visionare i documenti acquisiti a Catanzaro.
È riduttivo il giudizio espresso dal giudice Guido Salvini che individua nell’invidia di Felice Casson per un’inchiesta che avrebbe voluto condurre lui sugli ordinovisti veneti, la causa prima degli attacchi alla sua persona a alla sua inchiesta.
La ragione vera, difatti, era politica.
Bisognava impedire che emergessero le responsabilità di persone legate ai servizi segreti americani, sia militari che civili (Cia), e israeliani oltre che italiani (Affari riservati e Sid).
Lo zelo filo-americano degli ex comunisti passati dal servizio di Mosca a quello di Washington si coniugava perfettamente con quello dei lacchè del centro-destra, di conseguenza c’erano tutte le condizioni per fermare l’inchiesta estromettendone il giudice istruttore che la dirigeva.
Un obiettivo che, con azioni concordate, Casson, Pradella e D’Ambrosio hanno cercato di raggiungere, il primo addirittura indiziando di reato Guido Salvini, i secondi chiedendone il trasferimento per incompatibilità ambientale.
Non è stata una guerra fra procure, ma uno scontro dettato da ragioni politiche condotto da magistrati che nel Partito comunista, ora ex, hanno sempre avuto un punto di riferimento e che, infine, li ha premiati portando sia Casson che D’Ambrosio al Senato.
Un epilogo scontato di cui nessuno ha tratto la logica conclusione di intervenire sul corpo malato di una magistratura che in troppe occasioni ha privilegiato la ragion politica e quella di Stato a scapito della verità e della giustizia.

Opera, 21 marzo 2019

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