Ipocrisia

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di Vincenzo Vinciguerra

Il Corriere della sera dedica ben quattro pagine, le prime, alla confessione resa da Cesare Battisti, che ha ammesso di aver partecipato a quattro omicidi e tre ferimenti, e ha riconosciuto come giuste le sentenze con le quali è stato condannato.
L’esultanza dei pennivendoli del Corriere tradisce la volontà di strumentalizzare la scontata scelta di un individuo che ha deciso di non scontare la condanna all’ergastolo e che sa perfettamente che può raggiungere questo obiettivo solo genuflettendosi dinanzi allo Stato al quale chiede perdono e clemenza.
Nulla di nuovo sotto il sole italico.

In un Paese dove fanno fortuna solo i rinnegati, i voltagabbana, i ricreduti a comodo, Cesare Battisti rientra nella norma e il trionfalismo con il quale è propagandata la sua dissociazione di fatto dalla «lotta armata», con conferenze stampa, servizi televisivi e articoli e articoloni, prova la debolezza di un regime politico che spaccia per vittoria quella che, viceversa, è una sconfitta.
Dopo averlo lasciato libero per 23 anni in Francia, dopo aver impiegato 14 anni per riportarlo in Italia, lo Stato italiano deve ora fare i conti con la furbizia di un delinquente, politicizzato in carcere, che conosce bene i meccanismi che consentono a quelli come lui di ottenere i benefici di legge alla faccia di Matteo Salvini e di quanti altri avevano profetizzato che sarebbe marcito in galera.
Figurarsi!
In un mondo laido come il carcere italiano, Battisti non farà alcuna fatica a inserirsi come detenuto modello che rinnega il suo passato «deviante», che chiede perdono per i suoi delitti, che scriverà un libro nel quale esternerà i suoi rimorsi e i suoi tormenti interiori.
Oggi, Cesare Battisti aspira a essere «rieducato» e a «rieducarsi», così fra otto-nove anni potrà uscire in permesso premio, poi ottenere il lavoro esterno, quindi la semi-libertà e la libertà condizionale.
Certo, gli anni dovranno passare, libero ci potrà tornare quando avrà superato gli 85 anni di età, ma chi non ha dignità in carcere ci vive bene e, quindi, Battisti ce la potrà fare a rivedere da vecchio e magari arteriosclerotico la «libertà» alla quale aspira.
Tanti altri prima di lui – e di maggiore spessore – hanno recitato questo copione ottenendo tutti i benefici di legge previsti per le pecorelle che tornano all’ovile.
Dov’è, quindi, la tanto strombazzata vittoria dello Stato?
Cesare Battisti è nato delinquente e morirà delinquente per il quale l’onore e la dignità non hanno mai avuto significato. E dinanzi allo spettacolo di una pulce in gabbia che piange e si dispera, i toni trionfalistici suonano grotteschi.
L’ammissione della pulce di essere stato giustamente condannato per quanto ha fatto, nonostante le quattro paginone del Corriere della sera, non potrà far dimenticare che questo Stato non è si è distinto per la giustizia che condanna ma per l’ingiustizia che assolve.
Con gli strumenti investigativi a disposizione, con i «pentiti» e i «dissociati» non è mai stato difficile per la magistratura provare la colpevolezza di questo o di quello, soprattutto quando ha giudicato i quattro mentecatti che costituivano i Proletari armati per il comunismo, ma dove si è esaltata l’ingiustizia è là dove sono stati assolti o mai perseguiti colpevoli che lavoravano per lo Stato o a esso erano contigui se non dipendenti.
E questa realtà che è ancora oggi visibile nei processi ancora in corso o nelle inchieste riaperte, non può essere cancellata dalla confessione di una pulce.
L’apologia di se stessi, i magistrati di Milano se la potevano risparmiare, tanto più che oggi Cesare Battisti è nelle mani dello Stato secondino e, di conseguenza, ben conoscendo la pochezza dei rieducatori, conosce il cammino da percorrere per uscire.
Se magistrati lo hanno condannato, saranno magistrati ad aprirgli la porta del carcere perché lo Stato affida alla magistratura il controllo di tutto l’apparato repressivo con il risultato che all’ingiustizia giudiziaria si somma quella penitenziaria.
Nel mondo del carcere dove ogni infamia è possibile si ha la prova certa della dipendenza della magistratura dal potere politico e dagli apparati segreti dello Stato.
Cesare Battisti nella storia degli «anni di piombo» è il classico nessuno divenuto «qualcuno» solo per il tempo che hanno impiegato per arrestarlo.
Ne impiegheranno meno, di tempo, per farlo uscire per la decisione di magistrati di sorveglianza compiaciuti della sua «dissociazione», poco credibile ma funzionale all’esaltazione di una vittoria dello Stato.
Si accontenta di poco, questo Stato, perché non ha catturato un leone ma una pulce, che, si aggiunge a tante altre che l’hanno preceduta.
Contenti loro…

Opera, 27 marzo 2019

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