La Festa è finita

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di Vincenzo Vinciguerra

La festa è durata a lungo per Felice Casson.
È iniziata quando il procuratore della Repubblica di Venezia ha assegnato a lui, che aveva solo due anni di esperienza in magistratura, la torta rappresentata dall’inchiesta sull’attentato di Peteano di Sagrado del 31 maggio 1972.
La torta era per lui ma l’inchiesta, riaperta nell’autunno del 1978 per volere di Giulio Andreotti e degli affiliati alla loggia P2 (Santovito, Gelli, Tedeschi, ecc.) è stata affidata di fatto al vicequestore Giuseppe Impallomeni, affiliato alla loggia P2.
I due si sono suddivisi i compiti: Impallomeni fingeva di indagare per depistare e Casson rilasciava interviste e menava vanto di «scoperte» quanto mai presunte.

Protetto dal Pci, dagli affiliati alla P2, dai servizi segreti prima militari (generale Ninetto Lugaresi), poi da quelli civili (prefetto Vincenzo Parisi), il Casson viene trasformato dall’asservita stampa italiana in un giudice intemerato, geniale, eroico che rischia addirittura la vita per combattere contro i poteri forti e quelli occulti.
Lui, il Casson, si esalta, si complimenta con se stesso, si autoelogia, forse finisce per credere veramente di essere il «Giudice» per eccellenza così che viene scelto per essere utilizzato per una seconda operazione politico-giudiziaria (la prima era stata quella su Peteano) finalizzata a estromettere Francesco Cossiga dalla presidenza della Repubblica per fare posto a Giulio Andreotti.
L’inchiesta è quella sulla cosiddetta «Gladio», scoperta in effetti dal giudice istruttore veneziano Carlo Mastelloni nel 1988, bloccata dal segreto di Stato.
Imbeccato il 6 dicembre 1989 dal generale Pasquale Notarnicola, già responsabile della prima sezione del Sismi, che ipotizza un collegamento fra la struttura e l’attentato di Peteano, il Casson non compie alcuna indagine ma stabilisce un collegamento diretto con il presidente del Consiglio Giulio Andreotti.
Bisognerà ridimensionare la leggenda sulla furbizia estrema di Andreotti perché costui, invece, forse perché tradito dall’ambizione di essere eletto presidente della Repubblica, cade come un pollo nella trappola tesa da Felice Casson il quale gli garantisce che è in grado di provare il collegamento fra Peteano e Gladio.
Andreotti ci crede e nel mese di luglio del 1990 lo manda a «scoprire» Gladio a Forte Braschi, sede del servizio segreto militare, benché sia ormai il classico segreto di Pulcinella come la rassegna stampa del primo semestre del 1990 prova senza dubbio alcuno.
Ufficializzata la «scoperta», tocca ora al Casson scoprire le carte e provare il collegamento fra me e «Gladio». Andreotti ci crede tanto da mandare la relazione sulla struttura non al Comitato parlamentare di controllo sui servizi segreti bensì alla Commissione parlamentare di inchiesta sul terrorismo e le stragi.
Mentre la reazione degli ambienti militari nazionali e internazionali segna la fine politica di Giulio Andreotti, che da aspirante presidente della Repubblica si ritroverà nel volgere di qualche anno imputato per mafia e omicidio, il bluff di Felice Casson si evidenzia con la consegna da parte sua degli atti fino a quel momento compiuti alla procura della repubblica di Roma, la sola competente per territorio a indagare sulla struttura Gladio.
Difatti, il Casson avrebbe potuto indagare sulla struttura Stay-behind solo se avesse avuto almeno un indizio su un collegamento fra me e la stessa: non aveva nemmeno quello, non aveva nulla al di fuori della sua assoluta mancanza di scrupoli che lo aveva indotto a trasformare un «sospetto» suggerito da un ufficiale del Sismi in una certezza addirittura probatoria.
Nessun problema: forte del sostegno del Partito democratico (ex comunista), del ministero degli Interni e degli amici della loggia P2 rimasti sconosciuti e impuniti, il Casson vince sul piano mediatico quello che aveva perduto su quello giudiziario.
Per quasi un trentennio si presenterà (e verrà presentato) come il giudice che ha scoperto l’esistenza della struttura Stay-behind e ha provato il collegamento fra la stessa e l’attentato di Peteano, cioè il sottoscritto.
Forte della sua immeritata fama e delle sue concrete protezioni politiche, mediatiche e ministeriali, il Casson tenterà perfino di bloccare, con l’aiuto di qualche suo collega milanese, l’inchiesta sulla strage di piazza Fontana condotta dal giudice istruttore Guido Salvini perché individuava gli autori nell’ambiente ordinovista veneto, collegato ai servizi segreti americani e israeliani oltre che a quelli italiani.
Fallirà anche in questo tentativo, come in altri meno eclatanti ma non meno gravi.
Alla fine, giunge per Casson il momento della celebrità (così crede lui) politica e si presenta nel 2005 alle elezioni comunali a Venezia per concorrere alla carica di sindaco.
Gli va male, perché verrà battuto da un altro candidato di sinistra, Massimo Cacciari.
A quel punto giunge in suo aiuto il segretario nazionale dei Ds, Piero Fassino, che lo porta in Senato.
Perbacco! Senatore! Casson comincia a sognare ma, intanto, deve tagliare la lunga e vezzosa capigliatura per non essere scambiato dalla irriverente plebe romana con Vladimir Luxuria. Difatti, a Roma, non lo conosce nessuno.
Il compagno senatore farà di tutto, con l’aiuto della moglie corrispondente del TG3 a Venezia, per farsi notare ma non lo pensa nessuno, resta inchiodato al ruolo di «sherpa» parlamentare.
Tenta allora, per la seconda volta, di farsi eleggere sindaco di Venezia ma, questa volta, a batterlo sonoramente è un esponente di centrodestra.
Sindaco mancato, sherpa senatoriale, Casson non abbandona la magistratura anzi chiede al Consiglio superiore della magistratura ai essere promosso consigliere di Corte di cassazione, non per meriti ma per anzianità di servizio.
Nell’occasione è richiesto il giudizio del procuratore della Repubblica di Venezia che si esprime nei confronti del Casson con una durezza che rasenta, non solo implicitamente, il disprezzo.
Le protezioni politiche, però, gli consentono di ottenere la sospirata promozione da un Consiglio superiore della magistratura che, una volta di più, prova il suo asservimento alla politica.
Non gli servirà a nulla.
Crollata elettoralmente la sinistra, il Casson perde il seggio senatoriale ma, ancora una volta, secondo copione, cerca di restare in magistratura facendosi proporre al compagno Andrea Orlando come magistrato di collegamento a Parigi.
Furbo il Casson, anzi furbissimo. Purtroppo per lui il nuovo ministro della Giustizia boccia la proposta e per il Casson la festa finisce. E, difatti, obbligato nell’indifferenza generale a rassegnare le dimissioni dalla magistratura.
Si sono visti magistrati, i più onesti, dimettersi quando sono entrati in politica, se ne sono purtroppo visti altri rientrare nei ranghi dell’ordine giudiziario quando la loro avventura politica si era conclusa, ma Felice Casson è il primo che si dimette perché il rientro gli è precluso.
Non l’aveva fatto da candidato sindaco, non ci aveva pensato a farlo da sherpa senatoriale, anzi aveva chiesto e ottenuto la promozione a consigliere di Cassazione, aveva giocato la carta del trasferimento a Parigi come magistrato di collegamento, si dimette perché non gli viene data altra scelta da suoi ex colleghi.
La magistratura, purtroppo, non è trasparente. La sporcizia la nasconde sotto il tappeto, i panni sporchi li lava in famiglia ma l’evidenza di un individuo che, sul piano mediatico, per qualche decennio è stato presentate a torto come la gloria dell’italica magistratura, lo «scopritore» di tutto, il «giudice Felice», che si dimette al termine della sua ingloriosa carriera politica ci dice che alla fine c’è stata una resa dei conti che ha determinato l’espulsione di fatto del Casson dall’ordine giudiziario.
Meglio tardi che mai.

Opera, 20 aprile 2019

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