Giustizia

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di Vincenzo Vinciguerra

Il presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, ha rivolto ancora una volta l’invito al governo francese perché riconsegni i latitanti italiani perché, ha detto, il Paese attende giustizia.
Stupisce che Sergio Mattarella faccia coincidere il concetto di giustizia con l’esecuzione delle pene inflitte quasi mezzo secolo fa a persone che, poi, sono state lasciate libere di rifarsi una vita all’estero.
In un Paese in cui un pregiudicato come Silvio Berlusconi ha potuto fare il presidente del Consiglio e oggi è ancora candidato al Parlamento europeo, un complice della mafia (Marcello Dell’Utri) è stato senatore, un seminatore di odio fra gli italiani come Matteo Salvini sia attualmente ministro degli Interni sia pure grazie a una rapida e opportunistica retromarcia, il concetto di giustizia va rivisto e riscoperto.
Con buona pace di Sergio Mattarella non si può avere giustizia senza verità, e a convenire che così è dovrebbe essere proprio lui che verità sulla morte del fratello Piersanti non l’ha mai avuta.

Benché potentissimo democristiano, Mattarella vive nel sospetto che i killer del fratello siano rimasti impuniti e che passeggino, felici e contenti, per le strade di Roma.
Cosa intenda per giustizia l’attuale presidente della Repubblica non è dato da comprendere, visto che si accontenta di vivere (e magari di morire) senza averne avuta, grazie ai depistaggi compiuti da uomini del suo Stato e del suo regime.
Come lui sono tanti gli italiani che attendono ancora giustizia, cioè verità non solo sui singoli e numerosissimi «misteri» italiani ma su mezzo secolo di storia.
Forse Sergio Mattarella pensa di potersi consolare nel veder riportare in Italia qualche vecchio «terrorista» pronto a dissociarsi e inondare di lacrime, come Cesare Battisti, la cella in cui verrà rinchiuso?
Sarebbe una magra consolazione che non la giustizia ha poco o nulla a vedere.
Se la giustizia è anche dare a ognuno ciò che ha meritato, in questo Paese ha sempre trionfato l’ingiustizia perché gli impuniti sono legioni, come i beneficati, i premiati, i graziati.
Se il diritto romano vieta di processare per la seconda volta persone già giudicate nei primi tre gradi di giudizio e assolte in maniera spesso fortunosa se non proprio fraudolenta, benché le prove certe della colpevolezza siano emerse successivamente non si parli di giustizia, si abbia invece il pudore di tacere.
Non si spacci per giustizia l’arresto di pochi e ormai vecchi «colpevoli», quando sono molti di più quelli che hanno goduto dell’impunità e hanno scontato pene irrisorie rispetto alla gravità di quanto avevano compiuto.
Prendere consapevolezza di questa realtà che testimonia la disuguaglianza di trattamento è il solo modo per ristabilire una giustizia tardiva in questo Paese.
S’informi, Sergio Mattarella, della sorte di Maria, Susanna, Barbara, Rossella, Vincenza, le principesse rosse richiuse ancora nel carcere di Rebibbia e dei loro compagni in quello di Trani e le paragoni a quella di Ovidio Bompressi, Valerio Morucci, Adriana Faranda, Barbara Balzerani, Franco Freda, Stefano Delle Chiaie, Mario Moretti, Adriano Sofri, Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, per citarne solo alcuni fra i tanti che da anni si fanno beffe della verità mercé l’ingiustizia che proscioglie, assolve e scarcera.
Nell’ottobre del 1978, Alessandro Pertini, uno dei protagonisti delle Fosse ardeatine e dei massacri del dopoguerra in Alta Italia, ha concesso la grazia al capo della «Volante rossa», Giulio Paggio, e al suo compagno, Natale Burato, che il Pci aveva fatto espatriare in Unione sovietica e in Cecoslovacchia.
Una grazia concessa con un gesto di arroganza che ha pochi precedenti perché i due non avevano scontato un solo giorno di carcere dell’ergastolo al quale erano stati condannati per una pluralità di omicidi commessi a Milano dall’estate del 1945 al gennaio del 1949.
Un provvedimento, quello preso da Sandro Pertini, che chiudeva il periodo della guerra civile dal 1945 al 1949, che prova come manchi oggi la volontà politica di concludere quello che è intercorso dalla metà degli anni Sessanta ai primi anni Novanta.
A rimettere in libertà le principesse rosse e i loro compagni non accadrà nulla di spiacevole per questo regime. Sarà per loro il riconoscimento della dignità che hanno saputo mantenere in tutti questi anni.
Certo, per chiudere un capitolo bellico bisogna riconoscere anche i propri torti e le altrui ragioni, è necessario ristabilire verità fino a oggi negate e, soprattutto, fare pulizia in un mondo politico e istituzionale che ancora, invece, è marcio fino al midollo.
La notte è ancora lunga.

Opera, 22 aprile 2019

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