Il dolore di tutti

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di Vincenzo Vinciguerra

La classe dirigente della Repubblica italiana ha imboccato il tunnel della menzogna fin dal suo sorgere e non riesce, pena la sua fine, a uscirne.
Così il 25 aprile 1945 rimane ancora oggi, nel 2019, il giorno della «Liberazione» dimenticando di dire che i tedeschi avevano di fatto smesso di combattere e avevano iniziato la ritirata verso le Alpi abbandonando le citta del Nord, realtà codificata il 27 aprile 1945 con l’ordine dell’Alto comando germanico del «cessate il fuoco».
La «liberazione» è la menzogna fondante di un regime che sulla menzogna vive e sopravvive.
Difatti, non c’è esternazione pubblica e ufficiale in cui non si chieda giustizia per le vittime del «terrorismo», visualizzata dall’immagine dei pochi che ancora sono in carcere e da quella dei latitanti che vi dovrebbero essere rinchiusi dopo quasi mezzo secolo.

Per i dirigenti politici italiani nella guerra civile degli anni Sessanta e Settanta i morti ci sono stati da una sola parte, quella dello Stato, e solo i loro familiari meritano giustizia.
Non è così.
In quegli anni non c’erano solo i «terroristi» a uccidere anzi, ancora prima che questi ultimi iniziassero a sparare, ad ammazzare erano gli appartenenti ai corpi di polizia dello Stato.
Ne ricordiamo alcuni:

Vittorio Giuà, ucciso a Lodè (Nuoro) il 12 settembre 1968;
Giuseppe Scibilia e Angelo Sigona, uccisi ad Avola (Siracusa) il 2 dicembre 1968;
Carmine Citro e Teresa Ricciardi, uccisi a Battipaglia il 9 aprile 1969;
Cesare Pardini, ucciso a Pisa il 27 ottobre 1969;
Bruno Labate e Angelo Campanella, uccisi a Reggio Calabria, rispettivamente il 14 luglio e il 17 settembre 1970;
Saverio Saltarelli, ucciso a Milano il 12 dicembre 1970;
Domenico Centola, ucciso a Foggia il 2 febbraio 1971;
Michele Guaresi, ucciso a Palermo il 12 giugno 1971;
Carmine Jaconis, ucciso a Reggio Calabria il 17 settembre 1971;
Giuseppe Tavecchio, ucciso a Milano l’11 marzo 1972;
Franco Serantini, ucciso a Pisa il 7 maggio 1972;
Roberto Franceschi, ucciso a Milano il 30 gennaio 1973.

Tranne Michele Guaresi che era un militante del Partito repubblicano, e Franco Serantini, anarchico, il primo ucciso mentre affiggeva manifesti e il secondo massacrato di botte durante una manifestazione il 5 maggio 1972 e morto in carcere due giorni più tardi per le lesioni riportate, gli altri erano operai, braccianti, studenti o, addirittura, semplici passanti.
Non erano «terroristi».
Qualcuno in questo Paese potrebbe affermare che questi morti (di cui abbiamo pubblicato un parzialissimo elenco) e i loro familiari hanno avuto giustizia?
Qualcuno potrebbe ricordare che presidenti della Repubblica, del Consiglio, ministri, segretari di partito, preti li abbiano citati nei loro discorsi commemorativi?
No.
Li hanno cancellati dalla memoria perché la violenza dello Stato è sempre giustificabile anche quando non è legittima, non risponde a una logica di difesa o di offesa contro i propri nemici.
I morti citati non lo erano, manifestavano per i loro diritti (al lavoro, allo studio) o per esprimere il loro dissenso dalle politiche dei governi, lo facevano senza armi, ma li hanno ammazzati lo stesso.
L’ineffabile magistratura italiana è riuscita nell’incredibile intento di assolvere tutti i dipendenti dello Stato che hanno ucciso cittadini disarmati e inermi.
In qualche caso, con un coraggio leonino, ne hanno condannato qualcuno ad alcuni mesi di reclusione con i doppi benefici (condizionale e non menzione) per eccesso colposo nell’uso legittimo delle armi.
Nessuno ha mai chiesto per loro (e sono tanti) ricordo, memoria e giustizia almeno sul piano storico.
Riportiamo, allora, qui la lettera inviata al ministro della Pubblica istruzione, il 22 aprile 1985, dalla madre di Roberto Franceschi che, preside di scuola media, allo Stato e alla giustizia credeva.
Dopo aver rassegnato le dimissioni dalla scuola, la madre di Roberto Franceschi ne illustra le motivazioni al ministro:

«Oggi dopo la sentenza della Corte di assise di appello che ha concluso un lungo iter e perverso iter giudiziario con l’assoluzione anche dell’ultimo imputato per non aver commesso il fatto, temo di dover aggiungere che la verità appartiene sì a tutti ma non al nostro Stato democratico; a questo Stato in cui si può ancora agire a livelli istituzionali con omertà e menzogne per sconfiggere la giustizia. In questo Stato, signor ministro, non sono più capace di tornare a scuola dei miei ragazzi e continuare a educarli alla dignità di cittadini».

Parole pesanti come macigni che, però, sono rimbalzate sui volti bronzei di politici, storici, giornalisti e preti.
Per queste persone, per le loro madri, mogli, figli non c’è mai stata giustizia né pietà.
La loro colpa non era quella di essere «terroristi», ma quella di essere stati uccisi dallo Stato e, come tali, da dimenticare e da far dimenticare.
Scriviamola la storia della guerra civile italiana ricordando non solo il dolore di una parte ma quello di tutti, perché almeno restituiamo a ognuno la giustizia della memoria.

Opera, 26 aprile 2019

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