Doveva morire

Il prossimo 9 maggio, fra due giorni, si svolgerà a Roma, in via Caetani, l’ennesima ipocrita cerimonia di commemorazione di Aldo Moro, nel quarantunesimo anniversario della morte.

I mafiosi partecipavano con aria compunta e corone di fiori ai funerali di quelli che avevano ammazzato, i politici italiani, ai quali la vedova di Aldo Moro proibì di prendere parte alle esequie del marito, si rifanno partecipando ogni anno alla commemorazione del defunto presidente della Democrazia cristiana.

In realtà, se pure non esistono, allo stato, prove a loro carico per concorso nel sequestro e nell’omicidio di Aldo Moro e degli uomini della sua scorta, anche se dall’ottobre del 1977 i servizi segreti dipendevano dalla presidenza del Consiglio e questa avrebbe dovuto rispondere dei loro comportamenti omissivi, gli estremi del reato di favoreggiamento nei confronti degli autori dell’omicidio dell’esponente democristiano ci sono tutti sia a carico dei politici del tempo che di quelli attuali.

Non si può, difatti, fingere che la verità sulla strage di via Fani e l’omicidio di Aldo Moro sia stata affermata sul piano giudiziario quanto in tempi recentissimi giornalisti e storici come Paolo Cucchiarelli, Stefania Limiti, Simona Zecchi hanno posto in evidenza i tanti «buchi neri» di inchieste giudiziarie e parlamentari che provano, al di là di ogni ragionevole dubbio, la responsabilità in quei fatti di servizi segreti di Paesi amici e della criminalità organizzata calabrese.

Politici, servizi segreti e brigatisti rossi hanno costruito insieme una menzogna che, sul piano storico, non potrà reggere per sempre, così che sarebbe necessario oggi riscrivere ex novo i capitoli di una vicenda che tutti i poteri dello Stato preferiscono mantenere oscura e indefinita.

Ci sono mandanti, organizzatori e complici rimasti sempre sconosciuti ai quali sarebbe doveroso dare nomi e volti, non garantire il loro anonimato e coprire le loro responsabilità.

Non è compito che appartiene solo agli uomini del passato, bensì a quelli del presente, agli stessi che si preparano per presentarsi compunti dinanzi alla lapide che ricorda Aldo Moro e che stanno già redigendo i messaggi da inviare agli italiani per ricordare la vittima dei «terroristi rossi» tacendo che hanno pagato questi ultimi per tacere e mentire.

Il favoreggiamento è un reato ancora in corso, mentre invece è prescritto o non più perseguibile per «morte dei rei» quello di concorso nell’omicidio di Aldo Moro compiuto da persone che ricoprivano, a quel tempo, altissime cariche istituzionali e politiche.

Le ultime rivelazioni del camorrista Raffaele Cutolo sull’intervento di politici democristiani di primissimo piano, come Antonio Gava, per bloccare i suoi tentativi per salvare la vita di Aldo Moro, passate sotto silenzio da giornali e telegiornali, non aggiungono nulla di nuovo a quanto già si conosceva sul punto.

Esistono negli atti processuali e giudiziari nonché in quelli delle varie commissioni parlamentari d’inchiesta sul «caso Moro», da anni, decine di testimonianze sull’intervento, a fine marzo o primi di aprile del 1978, dei politici democristiani per bloccare i tentativi posti in atto dalle organizzazioni della criminalità organizzata (mafia, ‘ndrangheta e camorra), inizialmente sollecitati da altri democristiani, per individuare la prigione di Aldo Moro e liberarlo.

Il comportamento di questi politici democristiani si configura come concorso in omicidio perché avevano la possibilità, utilizzando i loro alleati di sempre (mafiosi, ‘ndranghetisti e camorristi), di liberare Aldo Moro e, viceversa, hanno deciso di non farlo per renderne possibile l’eliminazione fisica.

Hanno deciso un omicidio a sangue freddo, a tavolino, così che Aldo Moro non è una vittima del «terrorismo rosso» bensì di quello «bianco», di Stato e di regime, di un potere criminale che decide di far uccidere uno dei propri elementi di punta divenuto politicamente scomodo sul piano nazionale e internazionale.

C’è una serie di azioni concordanti per giungere all’obiettivo finale, cioè alla soppressione fisica di Aldo Moro, da parte di Giulio Andreotti, Francesco Cossiga e altri ancora, perché sono gli stessi che hanno impedito al presidente della Repubblica, Giovanni Leone, di concedere la grazia alla brigatista rossa Paola Besuschio, mentre i servizi segreti ai loro ordini fingevano di non pedinare Lanfranco Pace e Franco Piperno quando s’incontravano con Valerio Morucci e Adriana Faranda, e forse Mario Moretti.

Esiste un’impressionante serie di elementi no solo indiziari sulla precisa volontà politica di far concludere il sequestro di Aldo Moro con il suo omicidio.

Quando, nel mese di luglio del 1988, per la prima volta rivelai l’incontro a casa di Frank Coppola, fra «Rocco il calabrese», impegnato nella ricerca della prigione di Aldo Moro, e un emissario della Democrazia cristiana suscitai incredulità interessata da parte di alcuni magistrati della procura della Repubblica di Roma che, poi, furono obbligati a ricredersi.

Cosa aveva detto a «Rocco il calabrese», alias Francesco Varone, l’emissario democristiano? Lo aveva invitato a cessare le ricerche della prigione di Aldo Moro perché, testuale, «quell’uomo deve morire».

Detto e fatto!

Opera, 7 maggio 2019

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