La ricerca della verità

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di Vincenzo Vinciguerra

Ho sempre saputo che in un Paese di malavita come il nostro cercare la verità sulla storia, sia pure relativamente recente, degli anni del dopoguerra sarebbe stata un’impresa difficilissima.
Avevo sperato, a dire il vero, che il divenire del tempo, il passare degli anni, la neutralizzazione dell’azione giudiziaria dovuta alla prescrizione dei reati, ammesso ma non necessariamente concesso che si debba parlare di fatti-reato, avrebbero scucito le bocche di quanti, per codardia, avevano sempre taciuto.
Non è stato così.

La prova mi giunge dall’impegno che due figure solari come Morgan Menegazzo e Mariachiara Pernisa stanno profondendo per fare un documentario sulla storia della guerra civile italiana senza che abbiano trovato, fino a oggi, interlocutori fra i protagonisti di quegli anni, a destra come a sinistra.
Stanno tutti zitti.
Le «principesse rosse» di Rebibbia e i loro compagni di Trani non ritengono o pensano di non poter parlare di se stessi, del loro passato e del loro presente forse perché condizionati dal trattamento penitenziario oppressivo nei loro confronti, forse perché no vogliono riconoscere di essere stati traditi da quanti ritenevano che fossero i loro capi o, comunque, i punti di riferimento in una battaglia che, alla fine, lo Stato che combattevano ha volto a proprio favore con personaggi infiltrati o strumentalizzati.
Se gli irriducibili di sinistra tacciono, nella destra dalla «congenita vigliaccheria» disposti a parlare sono solo dissociati e pentiti di fatto e di diritto sempre disponibili a esternare il ripudio delle loro idee e la condanna del loro passato senza dimenticare, ovviamente, i loro rimorsi.
A destra, irriducibili non ce ne sono perché quelli che sono stati sempre zitti hanno protetto se stessi e quei corpi di polizia e apparati di Stato per i quali hanno lavorato anche, se non soprattutto, mettendo bombe con finalità stragiste nella speranza di favorire l’avvento di un regime autoritario che, gli sprovveduti, non sospettavano che sarebbe comunque rimasto democratico e antifascista.
La codardia è innata nella plebe che non ha ideali ma solo ambizioni personali da conseguire non importa come, così il solo disposto a parlare – sempre e solo di se stesso – è Franco Freda, alias «mago Zurlì», che ancora non si rassegna al ruolo di informatore e confidente dei servizi segreti e della questura di Padova, di corresponsabile nella strage di piazza Fontana, di burattino perché altri sono stati i burattinai che lo hanno usato certi che mai avrebbe trovato il coraggio di denunciarli.
E quanti altri come lui in una destra politica che con la criminalità organizzata ha sempre condiviso azioni, obiettivi e viltà?
La ricerca di interlocutori sinceri e onesti fio a oggi vana, condotta da Morgan Menegazzo e Mariachiara Pernisa, prova che in quel mondo non ce ne sono.
Tutti zitti.
L’omertà nei confronti dello Stato paga dentro e fuori dal carcere.
A destra sono fisiologicamente incapaci di schierarsi contro i più forti, i cani non si ribellano contro il padrone che garantisce loro una cuccia sicura e una buona scodella in cui mangiare.
A differenza dei borghesucci della destra, i cani almeno non citano Socrate, Platone e Aristotele, non si credono Leonida, Carlo Magno e Napoleone, riconoscono di essere cani e sono contenti di esserlo.
La loro onestà però a destra non si riscontra. Qui, il più modesto si ritiene la reincarnazione di Benito Mussolini.
Se il coraggio a destra non si trova, lo troviamo altrove come nell’impegno umano e professionale della bella e bravissima Raffaella Fanelli, non a caso fatta oggetto di codarde intimidazioni che, quasi certamente, partono da ambienti nei quali la viltà è una virtù, come a destra.
Morgan Menegazzo e Mariachiara Pernisa non cercano notizie su fatti e persone, ma spiegazioni, ricostruzioni personali, giudizi basati sul vissuto degli intervistati prendendo in considerazione anche quello umano.
Cercano la verità che non riposa solo negli atti giudiziari, nelle note informative dei servizi segreti, nei verbali dei pentiti e dei dissociati ma soprattutto nei ricordi di quanti hanno vissuto quegli anni e hanno creduto in quello che facevano.
Ed è questa la ragione per la quale non possono trovare interlocutori a destra: qui non possono raccontare quello che facevano e si vergognano di dire in cosa credevano, giustamente perché volevano uno Stato che avesse come capo Giulio Andreotti.
Non è facile confessarlo, lo comprendiamo.
Io non mi sono mai riconosciuto in questo Stato.
Ho ucciso per iniziare una guerra contro questo Stato. E non me ne pento.
E continuo a combattere contro questo Stato utilizzando l’arma della verità non da ville e case borghesi nelle quali vivono i ciarlatani di destra, ma da una cella.
E questa scelta mi ha consentito di incontrare a viso aperto Morgan Menegazzo e Mariachiara Pernisa, di parlare con loro, di conoscerli e di sperare che in questo Paese ce ne siano altri come loro, le cui idee politiche non conosco perché mi è sufficiente constatare la loro onestà, la loro intelligenza e il loro coraggio.
Una certezza in più sul loro conto la nutro: non sono di destra.

Opera, 16 giugno 2019

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