Il Tunnel

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di Vincenzo Vinciguerra

Sono passati 76 anni dalla data in cui un re di infausta memoria ha disonorato l’Italia tradendo l’alleato germanico per passare nel campo del nemico anglo-americano.
Dalla data dell’8 settembre 1943, l’Italia ha imboccato un tunnel di cui ancora non si vede la fine, quello del rapporto di totale e assoluta sudditanza con gli Stati uniti.
Nulla è stato fatto da allora per recuperare libertà, indipendenza e dignità nazionali da parte di dirigenti politici che si sono alternati alla guida del Paese siano essi stati di centro, di centro-destra e di centro-sinistra.
Il governo del «cambiamento» dove gli sprovveduti «grillini» hanno portato la forza più anti-italiana degli ultimi trenta anni, la Lega (nord), non ha modificato la propria politica di servaggio nei confronti degli Stati uniti.

I timidi dissensi dell’attuale governo nei confronti delle direttive americane evidenziati dall’accordo firmato con la Cina popolare e dal mancato riconoscimento del venezuelano Guaido come nuovo presidente di quella Nazione, le perplessità sull’acquisto di novanta inutili caccia F-135 sono stati ora cancellati dalla visita che il vice-presidente del Consiglio e ministro dell’Esterno, Matteo Salvini, ha fatto a Washington, dove è stato ricevuto dal segretario di Stato e dal vicepresidente, il quale si è dichiarato d’accordo nel sostenere in toto l’amministrazione Trump in tutto ciò che fa in politica estera.
In Italia rinnegare e tradire porta fortuna, così che Matteo Salvini da ex-comunista, ex-antimeridionalista, ex-secessionista è riuscito a imporsi come nazionalista adottando lo slogan di «prima gli italiani».
La strategia della Lega (nord) dettata dall’americano Steve Bannon risulta per ora vincente attirando i consensi dei bovari del Nord, dei bischeri del Centro e dei lazzaroni del Sud, tutti opportunisticamente dimentichi di quando Salvini, nel Parlamento europeo, gridava «Italia vaffan…» e si spellava le mani quando il suo capo, Umberto Bossi, affermava in pubblici comizi che lui il Tricolore lo usava come carta igienica.
Ormai convinto di poter essere non il Duce ma il nuovo «ducio» dell’Italia democratica e antifascista magari con il sostegno della «ducia» Giorgia Meloni, necessario per garantirsi il 40 per centro dei voti alle prossime elezioni politiche e ottenere così la maggioranza assoluta, Matteo Salvini ha compreso che per giungere fino al gradino più alto della scala gerarchica delle servitù, quello occupato dal maggiordomo, doveva necessariamente ottenere il consenso del padrone americano.
E cosa fa un aspirante maggiordomo per ottenere la sospirata promozione?
Si reca dal padrone al quale, con la necessaria deferenza e umiltà, garantisce che eseguirà senza fiatare tutti gli ordini che gli verranno impartiti.
Nulla di nuovo rispetto al passato.
Passato dall’estrema sinistra all’estrema destra, Matteo Salvini si mantiene coerente nel suo odio verso l’Italia e gli italiani dei quali nulla gli ha mai importato e che usa, oggi, come piedistallo per giungere alla presidenza del Consiglio.
Se la strategia della tensione degli anni Sessanta e Settanta ha indotto il lupo comunista a trasformarsi in una pecora socialdemocratica, quella di questi anni ha ottenuto come risultato l’emergere di un Matteo Salvini.
Perché la strategia della tensione si basa sulla logica della paura, quella di ieri ha messo in ginocchi i comunisti, quella di oggi ha indotto un buon numero di italiani a credere che il novello «ducio» li salverà dall’invasione straniera e dal dilagare della criminalità.
La paura esclude la razionalità, quindi l’evidenza che i reati sono in calo in Italia dal 2014 e che i migranti non sono i nuovi saraceni non tocca il convincimento di tanti che nessuno li deve salvare perché nessuno li minaccia.
Se l’estrema sinistra ha rappresentato per anni la «quinta colonna sovietica» in Italia, l’estrema destra si è sempre proposta di essere la «quinta colonna» americana, ben più affidabile dei partiti politici tradizionali.
Nel 2019, pertanto, si riafferma quella politica di disprezzo verso l’Italia come Nazione iniziata l’8 settembre 1943, dettata da ambizioni personali che nutrono persone di poco conto e di nessuno scrupolo, appartenenti a tutti i gruppi politici senza distinzioni ideologiche, convinte che, comunque, la loro fortuna personale e politica deriva dal consenso del padrone americano.
Pensare che l’Italia possa avere un futuro con personaggi del genere è follia.
Gli italiani continueranno a camminare lungo il tunnel in attesa che, fra qualche anno, sorga un nuovo «ducio» che sostituisce l’attuale, il nuovo maggiordomo degli Stati uniti attenti, come sempre e come ovvio, all’obbedienza delle loro direttive in politica esterna.
Il presidente americano Franklin Delano Roosevelt alle obiezioni di quanti gli facevano notare che Anastasio Somoza, il dittatore del Nicaragua, era un «cane», rispondeva serafico:

«È vero, ma è il nostro cane».

Purtroppo, i cani degli americani li dobbiamo mantenere noi e mentre li leccano e scodinzolano, qui ringhiano e mordono.
Non va bene.

Opera, 20 giugno 2019

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