Stragi di Stato

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di Vincenzo Vinciguerra

Leggo il libro dello storico savonese Massimo Macciò, Una storia di paese, pubblicato a Savona nel mese di giugno del corrente anno.
Macciò ricostruisce in maniera analitica e dettagliata il periodo in cui, a Savona, nel 1974, sono esplose dodici bombe, alcune con intenti palesemente stragisti, senza che la magistratura sia mai riuscita a identificare mandanti e autori.
Massimo Macciò che, nel 2008, sullo stesso argomento aveva pubblicato il libro Le bombe di Savona: chi c’era racconta, riannoda minuziosamente i fili di indagini che, sebbene si siano concluse con un nulla di fatto, consentono all’autore di circoscrivere con assoluta certezza l’ambiente nel quale il progetto è stato posto in essere, quello della estrema destra legata e dipendente dagli apparati di sicurezza dello Stato.

Una verità confortata dalle numerose carenze investigative attribuibili sia agli organi di polizia che alla magistratura che hanno compiuto indagini svegliate, disattente, negligenti come sempre è accaduto quando non avevano «eversori» o «terroristi neri» da cercare ma uomini che agivano nell’ambito di uno scontro feroce all’interno dello Stato dilaniato, nel 1974, dalla guerra fra due opposte e contrapposte fazioni ognuna delle quali tentava di imporre la propria soluzione al problema rappresentato dall’inesorabile avanzata elettorale del Pci: il colpo di Stato istituzionale per imporre una «democrazia autoritaria» e il progressivo assorbimento del Pci nel sistema nella speranza di staccarlo gradualmente da Mosca fino a creare una forza di centro-sinistra in grado di garantire la governabilità del Paese, vera ossessione di Aldo Moro.
Lo scontro si svolge al più alto livello politico e istituzionale, in quelle stanze segrete dove la manovalanza di estrema destra non era mai entrata né vi poteva accedere.
La manovalanza missina, ordinovista, avanguardista ecc. ecc. si limitava a prendere ordini e ad agire di conseguenza per favorire l’avvento dello «Stato forte centro la sovversione rossa».
Chi era il nemico, nel 1974, della fazione favorevole alla soluzione autoritaria?
Uno, il principale, va identificato in Paolo Emilio Taviani.
Se c’era un uomo politico democristiano che tutto sapeva dell’altra faccia dell’Italia democratica, quella più segreta e occulta, era proprio Paolo Emilio Taviani.
Non c’era segreto che non conoscesse, Taviani, perché era stato uno dei protagonisti principali della costituzione delle «strutture parallele», prima fra tutte la cosiddetta «Gladio» e l’organizzazione segreta alle dipendenze del ministero degli Interni che inglobava un numero impressionante di militanti di estrema destra, compreso Mario Tuti che lui definirà una «cellula impazzita».
Paolo Emilio Taviani conosceva tutto e possedeva la capacità di bloccare le manovre della fazione avversa, la stessa in cui aveva militato da sempre per poi tradirla e schierarsi con l’altra, quella favorevole all’inserimento del Pci nel sistema.
Da cosa deriva il voltafaccia di Paolo Emilio Taviani?
Da considerazioni politiche, certo, ma, a nostro avviso, da un evento di cui si è sempre sottovalutato l’impatto sulla dirigenza democristiana: il tentativo di uccidere Mariano Rumor, il 17 maggio 1973, a Milano.
Tutti sapevano tutto sui mandanti di quell’attentato compiuto dal falso anarchico Gianfranco Bertoli. Lo sapevano i vertici della polizia e del servizio segreto civile e, perfino, un magistrato di Milano perché informati da dirigenti del Pci su ordine di Enrico Berlinguer, segretario nazionale del Pci, che era stato informato di quanto stava accadendo a Milano il 15 maggio 1973.
È difficile credere che Berlinguer abbia deciso di condividere il segreto su una strage che avrebbe potuto evitare se avesse scelto di rendere pubblica, già il 16 maggio 1973, la notizia che gli era stata comunicata il giorno precedente, quella che a Milano ci sarebbe stato un attentato contro un’alta personalità politica, solo con un magistrato milanese e il prefetto Umberto Federico D’Amato, direttore della divisione Affari riservati del ministero degli Interni.
Si può, legittimamente, ritenere che, in forma diretta e indiretta, personalmente o tramite intermediari, abbia informato qualche altissimo esponente democristiano.
Resta il fatto che la pretesa di uccidere uno degli uomini più rappresentativi della Democrazia cristiana avanzata da uomini che facevano parte di strutture segrete dello Stato (gli ordinovisti veneti), è stata considerata da Paolo Emilio Taviani la prova certa che la Dc aveva perso il controllo del «mostro» che aveva creato e diretto fino a quel momento.
Bisognava fermarlo, ma il «mostro» doveva, a sua volta, per raggiungere il suo obiettivo, fermare lui.
Ma è superfluo ribadire in queste pagine quanto già evidenziato in altri scritti anche perché Massimo Macciò, con onestà e comprensibile prudenza, riporta in sintesi le conclusioni alle quali sono giunto sia sul mondo impropriamente definito neofascista sia sulle cause delle stragi del 1974, comprese quelle tentate a Savona.
Un fatto è certo: quando si costituisce il nuovo governo, il 23 novembre 1974, si nota l’assenza di Mario Tanassi, socialdemocratico, fautore della soluzione autoritaria, e di Paolo Emilio Taviani: nessuno dei due ricoprirà più un incarico governativo.
Mentre l’amico degli amici Giulio Andreotti verrà estromesso definitivamente al ministero della Difesa.
È difficile dire, data la leggendaria omertà democristiana, chi sia stato a decretare la fine della attività politica pubblica e ufficiale di Paolo Emilio Taviani, se Aldo Moro e Amintore Fanfani in concorso con altri.
Ma per comprendere chi siano gli ispiratori e i mandanti dell’eliminazione politica di Paolo Emilio Taviani è sufficiente leggere il testo del telegramma che, il 25 novembre 1974, l’ambasciatore americano in Italia, Volpe, inviò al Dipartimento di Stato:

«Nessun amico dell’Occidente rimpiangerà l’esclusione di Taviani».

A Taviani hanno riservato la morte politica, per Aldo Moro, quattro anni più tardi, preferiranno l’eliminazione fisica.
Il libro di Massimo Macciò, con la sua dettagliata ricostruzione degli attentati di Savona, non segna la fine di una delle tante vicende oscure italiane, viceversa può essere posto alla base per una ricerca che, sfatati i luoghi comuni del «terrorismo nero» che ammazza per il gusto di ammazzare senza una finalità politica definita, punti ad affermare – e a dimostrare – la responsabilità di un regime all’interno del quale in tanti hanno cercato di fare il «bene dell’Italia e degli italiani» uccidendo italiani.
E non erano fascisti, ma i difensori dell’Occidente come configurato dall’Impero americano.
Un libro, quello di Massimo Macciò, da leggere e divulgare perché è una pagina di storia non locale, nazionale.

Opera, 11 luglio 2019

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