Le conseguenze politiche

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di Vincenzo Vinciguerra

L’avvocato civilista Alfonso Bonafede, ora ministro della Giustizia, alla cerimonia in ricordo di Paolo Borsellino, a Palermo, ha dichiarato che «lo Stato oggi c’è».
Affermazione, a dire il vero, singolare da parte di un esponente governativo che ha come collega il ministro degli Interni, Matteo Salvini, alleato di Silvio Berlusconi.
Le motivazioni della sentenza del processo sulla trattativa Stato-mafia, difatti, chiamano pesantemente in causa Silvio Berlusconi, sia nella veste di imprenditore che di presidente del Consiglio di cui è riconosciuto il ruolo, già peraltro affermato nelle motivazioni della sentenza di condanna di Marcello Dell’Utri, di favoreggiatore della mafia tramite lo stesso Marcello Dell’Utri che per anni è stato senatore della Repubblica, seduto nei seggi del Senato accanto a quelli della Lega Nord che mai hanno chiesto la sua cacciata dal Parlamento.

Non ci sono stati commenti da parte del presidente del Consiglio, lo sconosciuto agli italiani Conte, né di Luigi Di Maio o di altri esponenti di governo dei 5 stelle la cui parola d’ordine «onestà» è già stata dimenticata.
Hanno, difatti, i dirigenti del 5 stelle un ministro degli Interni per il quale è stata richiesta l’autorizzazione a procedere per «vilipendio alla magistratura», ma non ne hanno richiesto le dimissioni.
Oggi, nero su bianco nelle oltre cinquemila pagine delle motivazioni di una sentenza, hanno la certezza che Matteo Salvini è alleato a un personaggio che ha versato denaro alla mafia con la quale teneva i contatti Marcello Dell’Utri, ma non gli hanno richiesto di prendere le distanze da Silvio Berlusconi e da «Forza Italia».
Se i partiti tradizionali, complici consapevoli dal 1994 di Silvio Berlusconi e Marcello Dell’Utri, rimangono in silenzio dinanzi alla gravità eccezionale di affermazioni giudiziarie che avrebbero dovuto sconvolgere la vita politica del Paese, i 5 stelle fanno altrettanto perché «onestà» è uno slogan che va bene per prendere voti, non serve per governare.
Alfonso Bonafede si è impegnato a indagare sui servizi segreti, come richiesto da Fiammetta Borsellino, e come lo farà? Con un ministro degli Interni amico e alleato di Silvio Berlusconi? Con un Comando generale dell’Arma dei carabinieri che ha cercato di emarginare il tenente colonnello Massimo Giraudo, colpevole di svolgere in modo brillante indagini per conto dei giudici di Palermo e di Brescia? Con i servizi segreti che non hanno mai prodotto, almeno ufficialmente, un documento sugli ardori guerriglieri della Lega nord, guidata da Umberto Bossi, in funzione anti italiana proprio negli anni dell’operazione nella quale, questa volta, la mafia si è assunta in prima persona il compito di «destabilizzare per stabilizzare»?
Parole al vento, quelle di Bonafede, che si accompagnano a quelle, altrettanto prive di significato concreto, di Sergio Mattarella sullo Stato che «non smetterà mai di cercare la verità».
Questo presidente della Repubblica al quale lo Stato, il suo Stato, ha negato verità perfino sulla morte di suo fratello, non si rende conto di quante volte è costretto ad ammettere, in qualsiasi ricorrenza (da piazza Fontana a Ustica, da Bologna a via D’Amelio) che la verità non c’è ed è per questa ragione che lui deve affermare che lo Stato non smetterà mai di cercarla, con la consapevolezza che lo Stato la verità non potrà mai darla perché è il primo responsabile di quanto è accaduto da Portella della Ginestra in avanti.
I «comici» dei 5 stelle la storia italiana non la conoscono né hanno voglia di conoscerla, perché non riescono a comprendere che il cambiamento, quello reale e radicale, in questo Paese si potrà avere quando lo Stato delle stragi e dei depistaggi sarà stato smascherato e condannato e la sua macchina burocratica ripulita.
Il silenzio dei loro esponenti ci suggerisce che, come i loro predecessori e colleghi odierni, i «comici» dei 5 stelle si sono scoperti ipergarantisti e hanno deciso di attendere la conclusione dell’iter processuale con la speranza che in appello e in Cassazione gli amici degli amici possano stravolgere l’attuale impianto accusatorio.
Speranza non peregrina come prova l’attacco che Enrico Mentana ha già sferrato alla sentenza, affermando che non ci sono prove e che bisognerà trovarle in appello. Un modo esplicito per dettare la linea alla quale tutti dovranno allinearsi: le prove non ci sono, attendiamo fiduciosi l’appello.
Forse la mia vista, ormai precaria per il rifiuto dei secondini di Opera di farmi fare una visita oculistica da oltre 9 mesi, necessaria per acquistare un paio di occhiali, mi ha ingannato ma qualche mese fa, prima della conclusione del processo sulla trattativa Stato-mafia, mi è parso di vedere su una rete Mediaset la pubblicità di uno sceneggiato televisivo intitolato «A testa alta» con sullo sfondo la faccia del generale Mario Mori.
Se la vista non mi ha tradito, sarebbe il caso di indagare su chi ha commissionato e finanziato questo sceneggiato che, da quel poco che si è visto, dovrebbe esaltare la figura del generale Mario Mori che comunque sarebbe stato trasmesso da una rete televisiva di Silvio Berlusconi, l’amico degli amici di Marcello Dell’Utri.
L’indagine promessa dall’avvocato civilista, Alfonso Bonafede, potrebbe iniziare da qui perché lo sceneggiato a favore di Mario Mori sarebbe un indizio sull’interesse di persone e ambienti che dalla verità sui rapporti intrattenuti con la mafia hanno tutto da temere.
Se qualcuno si era illuso che qualcosa potesse cambiare è servito.
Il silenzio dei politici anche sulle motivazioni di una sentenza che confermano il marcio di uno Stato e di un mondo politico che non furono ma sono, ci dice che sul palcoscenico si alternano i comici ma è sempre cabaret.

Opera, 21 luglio 2018

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