La Strategia della Tensione

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di Vincenzo Vinciguerra

Aldo Giannuli è certamente lo storico meglio preparato per quanto riguarda la storia dell’estrema destra e dei servizi segreti italiani, palesi e occulti, come prova ancora una volta il libro da lui scritto, La strategia della tensione, edito da Ponte alle Grazie, nel giugno del 2018.
Per giungere alle vicende degli anni Sessanta e Settanta, lo storico inizia, giustamente, dagli anni della guerra e dal patto di Jalta per proseguire in una acuta disanima degli eventi internazionali succedutisi sullo scenario mondiale nel corso di una «guerra fredda» che ha provocato milioni di morti in tutti i continenti.
L’Italia ha pagato – e continua a pagare – la criminale scelta del governo democristiano, diretto da Alcide De Gasperi, di inserirsi nel Patto atlantico, di schierarsi cioè in posizione subordinata sul piano politico, economico, militare e culturale con gli Stati uniti, invece di fare la sola scelta possibile per una Nazione sconfitta: mantenersi neutrale ed equidistante sia da Mosca che da Washington.
In questa scelta – ha ragione Giannuli – il patto di Jalta non c’entra nulla perché nessuno obbligava l’Italia a trasformarsi in una portaerei geografica al servizio degli americani.

Se la «strategia della tensione» si configura come politica della paura essa nasce già il 26 aprile 1945 e continua fino a oggi come ritengono, a ragione, Morgan Menegazzo e la sua bellissima compagna, Mariachiara Pernisa, perché la paura paga in termini elettorali e di rafforzamento del potere.
Per provocare paura nella popolazione i detentori del potere sul piano nazionale e internazionale si sono serviti di «nemici» costruiti a tavolino, i «terroristi neri», e di altri veri, ma debitamente infiltrati e strumentalizzati, i «terroristi rossi».
Come hanno potuto farlo?
Lo spiega in maniera limpida, cristallina e convincente proprio Giannuli che torna sulla definizione di «doppio Stato», scrivendo:

«[…] Il doppio Stato non è un secondo Stato nascosto, ma lo stesso Stato in una doppia funzione: quella prevista dall’ordinamento e quella dei suoi apparati burocratici e politici, quella della Costituzione formale e quella di una Costituzione materiale retta su un’ampia sfera secretata».

Non esiste un altro Stato, magari deviato, ma è sempre lo stesso Stato per cui quello che fa la sua mano sinistra è a conoscenza e legittimato da quello che fa la sua mano destra.
Una realtà che spiega bene perché ancora oggi non ci sia una verità univoca sulla strategia della tensione e sui fatti che l’hanno contraddistinta.
La propaganda che attribuisce alla magistratura grandi meriti nella scoperta di certe verità su determinati episodi è mendace.
Sui fatti che contano, quelli nei quali non bisognava individuare solo i «portatori di valigia», la magistratura ha bloccato ogni accesso alla verità, come nel caso del «golpe Borghese» del 7-8 dicembre 1970.
In quella occasione, i magistrati romani – e non solo il sostituto procuratore Claudio Vitalone – dinanzi alla certezza che quelli di Avanguardia nazionale erano entrati nel ministero degli Interni prelevando alla sua armeria un mitra Mab, omisero di interrogare i poliziotti che quella notte erano di guardia, piantoni e funzionari.
Ed è solo un episodio che spiega bene come la «mano destra» dello Stato abbia coperto quello che ha fatto la sua «mano sinistra».
Così per la strage di Ustica, quando la magistratura penale ha stabilito che il Dc-9 Itavia è caduto per l’esplosione di una bomba, come indicato dal servizio segreto militare, per poi essere smentita da quella civile che ha riconosciuto che l’aereo è stato abbattuto da un missile.
Stesso copione per l’attentato di Peteano, per il quale il Felice Casson ha inventato che era stato ideato dalla P2 che aveva poi depistato le indagini quando, viceversa, è stata la P2 a far riaprire l’inchiesta nel 1978 e a dirigere le indagini affidate al vicequestore Giuseppe Impallomeni, affiliato alla loggia P2, con il consenso dello stesso Casson.
Tre esempi per dire che tutte le responsabilità risalgono allo Stato, non doppio né trino, e se Aldo Giannuli ha il coraggio di scriverlo, altri continuano a cianciare di «deviazioni» e di «misteri».
Amara e perfettamente condivisibile la conclusione dello storico che lo Stato, questo Stato,

«è un modo di essere del sistema politico. E il nostro sistema è ancora fortemente caratterizzato da questo modo di essere che, nella strategia della tensione, ha avuto la sua originaria spinta propulsiva».

Come a dire che la «strategia della tensione» è ormai istituzionalizzata in questo sistema politico che nessuno ancora ha osato portare alla sbarra.
Non ancora, almeno.

Opera, 22 luglio 2019

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