Un Trentennale

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di Vincenzo Vinciguerra

In un brillante e lucidissimo articolo pubblicato sul sito clarissa.it il 19 giugno scorso, Gaetano Sinatti ricorda che sono passati 30 anni dalla pubblicazione di Ergastolo per la libertà. Verso la verità sulla strategia della tensione, di cui lui ha scritto l’introduzione che tanti consensi ha avuto nel corso di questi anni.
Sinatti non celebra un anniversario ma ne ricorda la pubblicazione nella acuta analisi del contenuto del libro di Aldo Giannuli La strategia della tensione.
Una recensione nella quale Sinatti espone i motivi di consenso e di dissenso dallo scritto dello storico Aldo Giannuli che è il più preparato sull’argomento, sull’estrema destra e i servizi segreti, ma anche il più intellettualmente onesto.
Perché ricordare la pubblicazione di Ergastolo per la libertà, scritto nell’infame carcere di Sollicciano nell’estate del 1989 e pubblicato nel mese di ottobre dello stesso anno?

Perché in quel libro sono illustrate in sintesi le linee fondamentali a una ricostruzione della storia italiana che, oggi, è riconosciuta come valida da tanti e, in modo esplicito e coraggioso, dallo stesso Aldo Giannuli che non esita a scrivere che

«oggi si può dire che non sia possibile fare una storia della strategia della tensione in Italia prescindendo dal contributo di Vinciguerra».

Un contributo che, iniziato il 20 giugno 1984, ha trovato il punto di partenza proprio in Ergastolo per la libertà di cui Gaetano Sinatti condivise il contenuto e di cui rese possibile la pubblicazione.
Non è, questo autorevole riconoscimento, un punto di arrivo perché la battaglia per la verità è ancora in corso resa ancora più difficile e aspra dal riemergere di forze che si dicono «sovraniste» ma che sono asservite, come sempre e forse più di sempre, a quelle forze nazionali e internazionali che dall’8 settembre 1943 hanno imposto all’Italia un regime che a esse è stato sempre subalterno.
Una subalternità che e una conseguenza diretta della guerra civile italiana svoltasi dall’8 settembre 1943 al 2 maggio 1945, che ha tolto all’Italia, come scrive giustamente Gaetano Sinatti, «la sua possibilità di recuperare in pace la propria sovranità».
Perché, sotto la direzione degli Stati Uniti d’America, finita la guerra civile fra fascisti e antifascisti si è ravvivata quella tra comunisti e anticomunisti che era stata solo parzialmente sopita nel corso del conflitto.
E, in questo nuovo conflitto civile, non c’è stato posto per i fascisti o per i neofascisti che sono stati, quando sopravvissuti ai massacri della primavera del 1945, emarginati politicamente proprio da quel Movimento sociale creato dalle forze reazionarie, conservatrici e clericali sotto la direzione dei servizi segreti americani, per bloccare l’esodo dei fascisti, quelli veri, verso i partiti di sinistra, socialista e comunista, e concorrere alla riunificazione delle Forze armate.
La «strategia della tensione» non ha mai visto, pertanto, fra i protagonisti e i comprimari fascisti, neofascisti o presunti tali, ma solo anticomunisti postisi al servizio dello Stato e del regime alla pari delle organizzazioni della criminalità organizzata.
Gaetano Sinatti tocca poi uno dei punti fondamentali della storia italiana, quello relativo al sequestro di tutta la documentazione in possesso dei servizi segreti militari e civili e delle forze di polizia politica da parte degli Stati Uniti.
La storia segreta d’Italia è custodita negli archivi di Washington e nessuno ne ha mai richiesta la restituzione.
Scrive giustamente, Gaetano Sinatti che sarebbe giunto il momento che

«governi italiani veramente “sovranisti”, magari con l’aiuto di storici onesti come Giannuli, richiedessero formalmente ai nostri a quanto sembra irrinunciabili alleati di restituire all’Italia questo patrimonio storico-documentale che per gli Stati moderni, piaccia o non piaccia, rappresenta la base essenziale non solo di un’effettiva sovranità storica popolare, ma prima di tutto e soprattutto di una reale indipendenza politica, economica e culturale».

In altre parole, siamo un Paese il cui passato è custodito dai vincitori della Seconda guerra mondiale di cui noi ci proclamiamo, unilateralmente, alleati ma per i quali restiamo ancora oggi un popolo sconfitto e sottomesso.
Accettare questa verità, quella di essere un popolo sconfitto al quale i vincitori hanno imposto una classe dirigente che servisse i loro interessi sarebbe il primo passo per riacquistare l’indipendenza e la sovranità perdute.
L’umiliazione subita dagli italiani nel vedere il presunto sovranista Matteo Salvini prosternarsi letteralmente ai piedi dei governanti americani, ci dice che la lotta è lunga, che la notte è fonda, che l’alba è ancora lontana.
Non vedremo l’aurora, ma non ci fermeremo e non ci fermeranno.

Opera, 3 agosto 2019

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