Un salto nel fango

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Nel dopoguerra, in Italia, non c’è mai stato un governo di destra ma solo di centro, centro-destra e centro-sinistra.
I risultati li abbiamo visti, anzi li abbiamo vissuti e li viviamo fino a oggi: disastrosi.
Una classe dirigente che ha aggravato, nel corso dei decenni, le conseguenze della sconfitta militare del 1945, che ha provocato una guerra civile permanente, che ha tolto dignità al popolo italiano e ne ha cancellato il senso morale, non ha attenuanti né giustificazioni di sorta.
L’ultimo regalo che questa classe dirigente si appresta a fare agli italiani è un possibile governo di destra guidato da Matteo Salvini.
Non è un salto nel buio, ma nel fango perché il personaggio è un dirigente della Lega nord, quella che voleva la secessione della Padania dall’Italia, negli stessi anni in cui le mafie sognavano la secessione del Meridione, che odiava e disprezzava i meridionali, che bollava «Roma ladrona» sotto la guida di un condannato per tangenti e inveterato ladrone.

L’ex comunista, ex anti-meridionalista, ex secessionista Matteo Salvini è a capo di un partito che ha rubato 49 milioni di euro agli italiani e che ha preteso e ottenuto di restituirli nell’arco di 80 anni, in pratica di non restituirli mai se non in minima parte.
Ha il senso morale, Salvini, del suo alleato-padrone di tanti anni, il pregiudicato Silvio Berlusconi, difatti ha portato al governo un condannato per bancarotta fraudolenta, un imputato per peculato poi condannato in primo grado, nemico di Paolo Arata, in affari con un imprenditore sospettato di finanziare la latitanza di Matteo Messina Denaro.
Il personaggio è stato posto dagli sprovveduti «grillini» a capo del ministero degli Interni il che gli ha consentito di presentarsi come il campione della legalità, il difensore dell’onestà, il garante della sicurezza degli italiani minacciati dall’afflusso costante di migranti di colore.
La sua fortuna politica deriva dalla battaglia contro i Mustafà e amici, condotta in maniera discutibile se non grottesca per i migranti, che, grazie a lui, continuano ad arrivare e spesso sbarcano sulle nostre coste e scappano sottraendosi all’identificazione e ai controlli delle forze di polizia.
È fra costoro che potrebbero trovarsi delinquenti e «terroristi» islamici, non fra quelli che raccolgono in mare le navi delle Ong.
Ma la guerra contro Mustafà e le Ong ha fruttato a Matteo Salvini un forte consenso, tanto da ottenere alle elezioni europee il 34 per cento dei voti mentre i suoi sprovveduti alleati sono scesi al 17 per cento.
Tanto è bastato perché Matteo Salvini si convincesse di essere l’«uomo della Provvidenza».
In fondo, Salvini è stato sempre un uomo di destra perché ne ha tutte le «qualità», prima la propensione a mancare di parola e a tradire.
Difatti, dalla vittoria elettorale alle elezioni europee ha dato inizio a un crescendo di provocazioni nei confronti degli alleati di governo nella speranza di indurli a rompere loro il contratto di governo, ma gli è andata male perché quelli hanno incassato tutto senza reagire e, così, alla fine è stato lui costretto a perdere la faccia e avviare la crisi di governo.
Quando Matteo Salvini nei giorni scorsi, durante il solito comizio balneare, ha chiesto agli ascoltatori di dargli «i pieni poteri», qualcuno gli ha ricordato che l’ultimo a chiederli era stato Pietro Badoglio.
E come Badoglio che, cinque giorni dopo aver firmato segretamente l’armistizio con gli anglo-americani, garantiva ai tedeschi, sul suo onore, che mai l’Italia avrebbe tradito gli alleati, allo stesso modo Salvini dopo aver ottenuto il via libera alla costruzione della Tav Torino-Lione, dopo aver incassato il voto di fiducia necessario per fare passare il decreto sicurezza bis, due giorni più tardi tradiva i patti, la parola e gli alleati.
È proprio un uomo di destra, Matteo Salvini.
Quella destra che, in un documento presentato alla Corte di assise di Venezia il 16 maggio 1987, definivo come un

«mondo meschino, intessuto di ipocrisia, di perbenismo apparente e formale, di morale elastica, retorica pomposa e fasulla».

Trentadue anni più tardi questa destra spera di poter finalmente governare da sola.
Oggi, in politica non è più tempo di lupi perché sono rimasti solo pecore e sciacalli, quindi non ci sono garanzie per il futuro, però una destra al governo farebbe toccare il fondo a questa Italia.
Una speranza c’è perché a me Matteo Salvini ricorda molto Alberto Sordi, e forse questa somiglianza fisica non è sfuggita ad altri, tanto che quando ha chiesto alla folla di dargli i «pieni poteri» ho riso come poche volte.
Così che se va al governo con Giorgia Meloni mi sembrerà di rivedere la coppia Alberto Sordi e Tina Pica e, almeno, mi garantirà tante risate.
Rimane amara la considerazione sulle condizioni in cui sono ridotti tanti italiani che scambiano Matteo Salvini per l’«uomo forte» solo perché, nei comizi, fa la voca grossa e usa un tono imperioso come se fosse un ritrovato Duce d’Italia.
Ma, Salvini, non è il Duce e neanche il ducino.
È solo lui: Matteo Salvini, il trasformista.

Opera, 10 agosto 2019

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