Gli Sconfitti

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In ogni guerra ci sono dei vincenti e degli sconfitti, così in quella che da una vita mi contrappone allo Stato democratico e antifascista.
Non si può dire che lo Stato terrorista e stragista abbia perso perché la guerra è ancora in corso ma almeno una delle sue articolazioni, la meno stimabile, ha già perduto la sua sordida battaglia contro di me.
Parliamo dell’amministrazione penitenziaria.
Cos’è la vittoria per questa amministrazione? È quella di vedere il prigioniero in ginocchio, che attraverso la simulazione di un inesistente ravvedimento «provato» dal lavoro spesso servile, dalla frequentazione di corsi sulla «giustizia riparativa», «la vita di Gesù Cristo» e così via ma, soprattutto da un comportamento deferente e ossequioso, ottiene alla fine i sospirati benefici di legge.

All’interno di questa amministrazione c’è un livello consapevole di quanto fa ben dissimulato ai vertici, e uno che agisce in maniera automatica senza conoscere e, tantomeno, comprendere le reali finalità di ciò che vorrebbe ottenere.
In altre parole, i quadri inferiori dell’amministrazione penitenziaria vengono manovrati a dovere facendo leva sul loro «senso della malavita» perché non hanno il «senso dello Stato». Ed è sufficiente ricordare quanto ha scritto Giovanni Falcone sul loro conto nel libro Cose di Cosa nostra per averne conferma.
In un deserto morale, intellettivo e culturale come il carcere il modo migliore, il più efficace, per rendere difficile la vita di un prigioniero è quello ai dire che «parla».
Perbacco! Come si permette? I «bravi ragazzi» non parlano, negano, mentono, si dicono innocenti, si proclamano perseguitati dalla giustizia, simulano, lustrano a dovere scarpe, ma stanno zitti.
Per i carcerieri è questo il comportamento del detenuto che loro ammirano e per il quale si prodigano perché stia bene e abbia tutti i benefici di legge quanto prima.
In un mondo siffatto di malavita inconsapevole che custodisce malavita cosciente e consapevole, la mia azione contro lo Stato è troppo intelligente e raffinata perché possano comprenderla almeno parzialmente.
Ho l’onore di «parlare» entro certi precisi limiti e ho l’orgoglio di perseguire l’obiettivo di contribuire a dare a questo popolo la verità che lo Stato gli nega.
Estranei alla società civile e a essa ostili, i «bravi ragazzi» penitenziari, ancora oggi, non sanno quanto è invece di dominio pubblico e che persone di ben altro livello morale, intellettivo e culturale che non il loro riconoscono ormai apertamente.
È il caso dello storico Aldo Giannuli che in un libro pubblicato nel giugno del 2018 scrive che

«oggi si può dire che non sia possibile fare una storia del strategia della tensione in Italia prescindendo dal contributo di Vinciguerra».

Gli inferiori che la storia non sanno cosa sia lo ignorano , ma i loro manovratori questo hanno cercato di impedirmi di fare: dare questo contributo alla storia vera d’Italia.
Tralasciando per ragioni di spazio (dovrei scrivere un libro) tutto quello che hanno fatto a partire dal 20 novembre 1982, per concentrarmi su quello che combinano a Opera dove, purtroppo, mi trovo da oltre 25 anni, è sufficiente ricordare che dall’agosto del 2006 hanno cercato di respingere tutti i pacchi di libri che mi facevo inviare, con motivazioni addirittura grottesche; che nel mese di luglio del 2016 si sono spinti a rubare quattro libri occultando il tutto con la complicità di un lenone albanese (similia similibus), per poi impedirmi dal 17 novembre del 2017 di fare una semplicissima operazione di cataratta, nella speranza che il deteriorarsi della vista mi obbligasse a limitare, se non proprio a interrompere, il mio lavoro di ricerca storica e di affermazione della verità.
Questa opera sordida si è poi confermata e rafforzata nel rifiuto di farmi incontrare a colloquio la giornalista Raffaella Fanelli.
È una signora, e questa è già una qualità che contrasta con un mondo dove non ci sono signore ma solo brave ragazze, impegnata sul piano della ricerca storica e della verità e del contrasto della malavita organizzata.
Apriti cielo! Raffaella Fanelli, brava, bella, sincera, impegnata fino al punto di essere fatta oggetto di gravi atti di intimidazione, sul fronte della verità, non può e non deve incontrarmi.
«Ragioni di opportunità» è stata la motivazione del rigetto dell’istanza da me presentata, la seconda in quarant’anni (la prima, accettata, era stata fatta per incontrare Leda Minetti, compagna di Stefano Delle Chiaie).
«Opportunità» per chi?
La domanda è retorica perché, anche se il direttore che ha firmato il rifiuto assumendosene la responsabilità non lo sa, i manovratori sanno bene come non sia «opportuno» fare incontrare due persone che, al di là del loro diversissimo vissuto, sono impegnate a cercare e ad affermare verità scomode per questo Stato.
Verità per questa Nazione e questo popolo senza contropartita o personali interessi.
Non fermano la collaborazione che potrà proseguire per corrispondenza debitamente quanto illegalmente monitorata.
Questo rifiuto lo ritengono una vittoria e, invece, è l’ennesima dimostrazione del loro fallimento, perché non potranno ottenere quello che non hanno ottenuto in quarant’anni.
I «bravi ragazzi» penitenziari hanno perduto la loro guerra e, con loro, i loro manovratori.
Persa la speranza coltivata per tanti anni di vedermi cercare la «libertà», oggi si limitano a ostentare la loro ostilità, delusi come la volpe con l’uva. Questa era acerba, io troppo duro nell’affermazione di una libertà che è interiore e che, certo, questi poveri «bravi ragazzi» continueranno a non potermi togliere.
Sono sconfitti e non lo sanno perché per comprenderlo dovrebbero essere uomini e, invece, sono solo «bravi ragazzi».
È la loro condanna.

Opera, 18 agosto 2019

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