Trappola per Anarchici

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Il libro di Paolo Morando, Prima di piazza Fontana (Laterza, Bari-Roma, 2019) merita di essere letto per lo stile, la chiarezza espositiva, la accuratezza con la quale ricostruisce la vicenda, pressoché ignota per gli italiani e anche per tanti storici, degli attentati del 25 aprile 1969 alla Fiera campionaria e alla Stazione centrale di Milano. Un lavoro pregevole nel quale l’autore racconta il modo con il quale gli uomini dell’ufficio politico della Questura di Milano, primi fra tutti Antonino Allegra e Luigi Calabresi, hanno incastrato anarchici certamente estranei a quegli attentati con l’utilizzo spregiudicato di testimonianze inattendibili (vedi Rosemma Zublena) e confessioni parziali su altri fatti estorte con la violenza sia fisica che psicologica, non quelli del 25 aprile. Convengo con Paolo Morando quando definisce l’operato della polizia e della magistratura una «prova generale», riferendosi alle successive indagini e processi per la strage di piazza Fontana, purché sia circoscritta genericamente agli anarchici, non mai a Pietro Valpreda. L’autore, difatti, rivela un particolare, praticamente sconosciuto ai più, relativo all’invio di un volantino di rivendicazione inviato alla Questura di Milano il 28 agosto 1968 per rivendicare un attentato alla «Rinascente» che sarà effettivamente compiuto il 30 agosto e che, non per coincidenza o sfortuna, fallirà lasciando in mano agli inquirenti l’ordigno inesploso. Il volantino portava la firma della «Brigata Anarchica Ravachol» di cui, fra tutti, era proprio Pietro Valpreda l’estimatore incondizionato, e Paolo Morando lo rileva convenendo che «il linguaggio e lo stile ne ricordano l’irruenza». Il dubbio fa onore a Paolo Morando perché rappresenta una breccia nel muro cinquantennale eretto a difesa dell’«anarchico» Pietro Valpreda, e se lo avesse coltivato Paolo Morando avrebbe certamente notato che il volantino di rivendicazione e l’ordigno lasciato inesploso alla «Rinascente» a disposizione della Questura di Milano, coincidono temporalmente con l’inizio del Congresso internazionale delle federazioni anarchiche a Carrara, al quale prendono parte camuffati da anarchici gli uomini di Avanguardia nazionale fra i quali ultimi – non a caso – compare Pietro Valpreda. Il 28 agosto è inviato il volantino alla Questura di Milano, il 30 agosto è fatto ritrovare di proposito l’ordigno inesploso, il 31 agosto inizia a Carrara il Congresso internazionale anarchico. Solo coincidenze temporali? Lo possiamo pacificamente escludere. Sappiamo che l’inizio operativo della «strategia della tensione» risale all’affissione dei «manifesti cinesi» (fine 1965-gennaio 1966) a opera di militanti di Avanguardia nazionale per conto del ministero degli Interni, possiamo ora fissare alla data del 28-31 agosto 1968 l’inizio della trappola tesa agli anarchici sempre a opera di militanti di destra al servizio della divisione Affari riservati del ministero degli Interni. Trappola che si evidenzia non solo – e non tanto – nell’invio del delirante volantino di rivendicazione alla Questura di Milano ma, soprattutto, nel consegnare alla polizia un ordigno le cui caratteristiche potranno essere rinvenute dagli investigatori in altri ordigni successivamente utilizzati, tutti, ovviamente, a firma anarchica. Sarebbe anche legittimo pensare che questi ordigni, ben identificabili dalla polizia, sarebbero stati tutti collocati da militanti di destra al servizio dei Servizi per farne ricadere la colpa sugli anarchici, ma è altrettanto legittimo ritenere che vi fosse un canale di comunicazione fra un certo ambiente di destra e un certo gruppo di anarchici che ricevevano dal primo il materiale necessario per costruire ordigni simili da impiegare per i loro attentati. Un indizio pesante in tale senso ci viene dato dal rapporto del 23 aprile 1969 della Questura di Roma che indicava i militanti di destra Enzo Maria Dantini, Franco Papitto e Marcello Brunetti quali probabili autori degli attentati compiuti a Roma contro il Senato, il ministero della Pubblica istruzione e il Palazzo di Giustizia. Il convincimento della polizia si fondava sul materiale esplosivo ritrovato a Marcello Brunetti, identico a quello utilizzato nei tre attentati, nonché su altri indizi che la indussero a perquisire la sede di «Nuova Caravella», gruppo universitario di Avanguardia nazionale, e l’abitazione dello stesso Stefano Delle Chiaie. È lo stesso ambiente in cui militavano Mario Merlino e Pietro Valpreda il quale si poneva come cerniera fra gli anarchici e i militanti di destra. Escludere questa possibilità, quella cioè di fornitori di materiale di destra e attentatori anarchici almeno in certi casi, è sbagliato nella misura in cui ci si dimentica che gli anarchici erano decisamente anticomunisti perché non avevano giustamente mai dimenticato che i loro compagni in Spagna erano stati proditoriamente massacrati dai comunisti, e che uno dei responsabili, Luigi Longo, era ora segretario nazionale del Pci proteso a cercare un accordo con la Democrazia cristiana. Lo spettro della «Repubblica conciliare», quello dell’ingresso del Pci in una maggioranza governativa era motivo più che sufficiente per giustificare un’alleanza contingente con gruppi di estrema destra che dell’anticomunismo avevano da sempre fatto la loro bandiera e la loro ragion di vita. I rapporti fra il mondo impropriamente definito «neofascista» e quello anarchico c’erano. Un esempio significativo ci viene da Antonio Sottosanti, «Nino il fascista», che si adopera per dare un alibi a Tito Pulsinelli e frequenta Giuseppe Pinelli. Non c’era contrapposizione. In un mondo permeabile e indifeso come quello anarchico il gioco degli uomini dei Servizi con finalità informative e di provocazione non è stato difficile. Lo prova, per esempio, il fatto che il 31 agosto 1968 a Carrara, si sono presentati e hanno partecipato ai lavori militanti di Avanguardia nazionale che, a quanto pare, nessuno ha identificato e riconosciuto. In quel periodo l’ingenuità era un delitto. ln questo caso un delitto contro se stessi come le vicissitudini successive degli anarchici hanno dimostrato. Pietro Valpreda è la nota dolente di una storia che non si vuole ancora scrivere. Anche Paolo Morando, nel suo ottimo libro, spezza una lancia a favore di Pietro Valpreda ma, siamo certi, che la sua onestà intellettuale gli ha insinuato qualche altro dubbio sul conto del personaggio sebbene non espresso. Dubbio che pensiamo gli sia venuto dalla constatazione che Pietro Valpreda è stato interrogato per due giorni in Questura a Milano al termine dei quali verbalizza una sola dichiarazione:
«Ho appreso degli attentati alle chiese e ai luoghi pubblici, solo dalla lettura dei giornali borghesi».
Tutto qui! Eppure a interrogarlo sono gli stessi poliziotti che agli altri anarchici hanno riservato schiaffi, pugni, digiuni, minacce, ricatti ecc. ecc. Pietro Valpreda, invece, è stato trattato da loro con ogni riguardo legittimando il sospetto che abbia parlato, ma in via confidenziale, ottenendo così di poter firmare un verbale di copertura che sostenesse la sua vacillante fama di «duro». O, forse, Luigi Calabresi, Antonino Allegra e i loro uomini sapevano con chi avevano a che fare. Certo, a compiere gli attentati alla Fiera campionaria e alla stazione Centrale di Milano, il 25 aprile 1969, sono stati Franco Freda e Giovanni Ventura non da soli, però, perché un appoggio almeno logistico lo hanno avuto da persone rimaste sconosciute. Chi erano? «Neofascisti» o anarchici? Fa riflettere la tardiva dichiarazione di Antonio Sottosanti che ha ricordato di aver visto Giovanni Ventura, l’11 dicembre 1969, entrare con due borse in mano nello stabile in cui abitavano i coniugi Corradini e Giangiacomo Feltrinelli. Fa riflettere la dichiarazione di Giovanni Ventura rilasciata a Il Mattino di Padova il 20 dicembre 1986:
«Sì. Il ‘68 ha prodotto le circostanze del nostro avvicinamento. Allore era normale. Valpreda, Merlino, Delle Chiaie. Il giro era così…».
Già, «il giro era così»! Fino a oggi nessuno ha mai inteso indagare, tranne parzialmente Paolo Cucchiarelli, sul probabile rapporto fra anarchici e «neofascisti» perché si è preferito escludere a priori che questo ci sia mai stato. Eppure, se non ci sono ancora prove ci sono indizi su questo rapporto e sul ruolo che può avere ricoperto Pietro Valpreda. Esplorare questo angolo buio della storia degli anni Sessanta sarebbe, a mio avviso, doveroso per chi scrive storia e cerca verità. Un contributo alla verità viene dal libro di Paolo Morando che va valorizzato e diffuso, letto e commentato. E di verità ha bisogno questo nostro Paese. Opera, 05 settembre 2019

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