Uno Stato marcio

Leggo il libro di Giuseppe Lo Bianco e Sandra Rizza, con un contributo di Salvatore Borsellino, Depistato (Chiarelettere, Milano, 2019).
Si narra, nel libro, la storia del depistaggio seguito all’attentato del 19 luglio 1992, a Palermo, in cui morirono il giudice Paolo Borsellino e gli uomini della sua scorta.
È il racconto di un vicenda allucinante narrata con chiarezza espositiva che consente di districarsi nei meandri di un’operazione di cui non s’intravede la conclusione.
Una realtà che Salvatore Borsellino coglie appieno scrivendo, nella conclusione del suo contributo, che

«questa è la storia di un depistaggio che dopo Piazza Fontana, Brescia e Bologna conferma la continuità di una collaudata interferenza dei servizi nelle stragi italiane… È un vecchio copione che alla fine si ripete sempre perché funziona a meraviglia. E funzionerà ancora, almeno fino a quando i testimoni istituzionali continueranno a tenere la bocca cucita. E fino a quando tg e giornali continueranno a tacere».

Nessun testimone «istituzionale» parlerà mai, nessun telegiornale o giornale darà mai il giusto risalto a questo come agli altri depistaggi perché il potere che ha usato l’estrema destra, le mafie, il «terrorismo rosso», le stragi e i depistaggi non è mai stato scalfito dalle indagini giudiziarie, da quelle giornalistiche e storiche.
Questo potere – che è potere politico perché i servizi sono organi esecutivi, non direttivi – mantiene oggi intatta la sua forza di intimidazione e la sua capacità di controllo e di direzione che gli consente di condizionare tutti e chiunque.
Parliamo, quindi, dell’attualità di un potere che impone il silenzio, che chiude ogni breccia, sia pure minima, che incrini il muro di menzogne che ha eretto nel tempo, che fa affidamento su una magistratura dipendente e su una stampa ossequiente perché tutto sia circoscritto in basso e mai si levi verso l’alto.
Nessuno, fino a oggi, ha mai convenuto che dietro la «strategia della tensione» c’era un disegno politico di cui, per ovvia logica, i politici italiani erano perfettamente a conoscenza per esserne stati i promotori e i mandanti.
I politici sapevano tutto e nulla hanno mai detto perché tutti hanno finto di credere che i soli responsabili erano i servizi e che, nei servizi, alla fine i colpevoli non erano i direttori ma i subalterni, tanto che per la storia degli «anni di piombo» in mano a magistrati, storici e giornalisti è rimasto il solo capitano Antonio Labruna.
Il copione, scrive Salvatore Borsellino, si ripete e, difatti, nei depistaggi seguiti alla strage di via D’Amelio ci sono rimasti i soli Arnaldo La Barbera, defunto, e il vivo, ancora per poco, Bruno Contrada.
Ma dietro l’azione mafiosa di quegli anni c’era un disegno politico che non è stato ideato da boss e picciotti palermitani e calabresi, ma nelle stanze del potere che doveva ridisegnare la mappa politica dell’Italia dopo la caduta dell’impero sovietico.
Un disegno politico che sul piano operativo ha visto la liquidazione della ormai obsoleta dirigenza politica, soprattutto attraverso Tangentopoli, la secessione della Padania richiesta dalla Lega Nord che sembrava disposta a giungere perfino a un’insurrezione armata, le stragi di mafia.
Nessuna connessione apparente fra questi fatti (anche se, forse, ci si dovrebbe chiedere se il proliferare delle leghe meridionali e della Lega nord sia stato solo casuale) che hanno determinato uno scossone che ha stabilizzato i nuovi assetti politici sostituendo, per restare in tema di amici e di amici degli amici, Giulio Andreotti con Silvio Berlusconi e Salvo Lima con Marcello Dell’Utri.
Nulla è cambiato.
Attendersi che i promotori di un disegno politico che ha destabilizzato il vecchio per stabilizzare il nuovo, nel quale è giusto inserire sul piano operativo l’uccisione di Giovanni Falcone e Paolo Borsellino, possano nel 2019 e negli anni seguenti spianare la strada alla verità è impensabile.
La magistratura continuerà a cercare in basso, fra veri picciotti e presunti boss, giornali e telegiornali continueranno a tacere, e i politici continueranno a partecipare alle commemorazioni dei defunti affermando che lo Stato non cesserà mai di cercare la verità.
Rimane un libro da leggere e da far leggere e, insieme, il convincimento che la battaglia per la verità non ha per nemici i fantasmi del passato ma i politici del presente.

Opera, 19 settembre 2019

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