Immunità e Impunità

I dirigenti politici italiani l’hanno sempre fatta franca nel corso dei 75 anni in cui hanno governato il Paese, sono sempre riusciti, cioè, ad attribuire ad altri i delitti che commettevano loro.
A ben vedere, difatti, lungo la storia della Repubblica italiana democratica e antifascista s’intravede un filo rosso sangue che ne attraversa la storia e la dipinge con i colori della morte.
Nata dal massacro di migliaia di italiani inermi nella primavera del 1945, questa Repubblica ha impresso fin dall’origine il marchio di Caino. E, se la pandemia di coronavirus non è, ovviamente, attribuibile alla classe politica ed alla sua inetta burocrazia, la sua gestione criminale lo è di certo, senza ombra di dubbio.
Le responsabilità sono ormai delineate, e nemmeno l’asservita stampa italiana si sente di negarle, tentando di suddividerle fra il governo centrale e i presidenti della Regioni, in modo da coinvolgere tutti gli schieramenti politici di centro-sinistra e di centro-destra cosicché nessuno, alla fine, ne venga elettoralmente danneggiato.
Non ci sarà un colpevole se tutti sono colpevoli.
Ma ci sono poi colpe?
No, rispondono all’unisono politici e giornalisti: ci sono errori di cui bisogna parlare e che è giusto denunciare per evitare che si possano ripetere in futuro.
La difesa del sistema è gia scritta, ma noi sappiamo che non ci sono stati errori ma omissioni delittuose i cui responsabili hanno nomi e cognomi.
A chi toccava aggiornare, il piano pandemico redatto nel 2010? Il piano prevedeva l’accantonamento di scorte di tute, mascherine, occhiali, guanti, igienizzanti e quanto altro era necessario per proteggere operatori sanitari, forze militari e di polizia e quanti sarebbero stati impegnati in prima linea nel contrasto dell’epidemia.
Tutto questo non è stato fatto. Dal 2010 ci sono stai governi di centro-sinistra, di centro-destra, giallo-verdi e giallo-rossi, ma nessun presidente del Consiglio, nessun ministro della Salute, nessun governo si è preoccupato di far o di far fare quanto il piano pandemico prevedeva.
E questa colpa ricade anche su quanti hanno governato le Regioni italiane, chiamate anch’esse a predisporre gli strumenti di difesa contemplate nel piano pandemico che nessuno, fra l’altro, si è curato di aggiornare in dieci anni. La noncuranza nei confronti di un popolo di 60 milioni di cittadini non è un errore, è un delitto.
C’è altro che va denunciato, perché, quando si è diffusa la notizia dell’epidemia in Cina, nessuno a livello politico si è preoccupato di verificare se ci fossero scorte di materiale protettivo e quanto, eventualmente, ce ne fosse.
C’è di peggio, se è vero che l’unica ditta italiana che produce ventilatori per la respirazione assistita da usare nelle terapie intensive, il 20 gennaio ha inviato il grosso delle scorte che aveva in magazzino in Cina perché non aveva alcuna indicazione in contrario da parte del governo.
Si pretende che la colpa del governo, dell’Istituto superiore di sanità, del comitato tecnico-scientifico sia quella di aver seguito alla lettera le indicazioni provenienti dall’Organizzazione Mondiale della Sanità, ma questa osservazione, che certo non scagiona né i politici né i tecnici,non vale se riferita alla prevenzione dell’epidemia, tant’è che la Germania ha subito aumentato i posti di terapia intensiva e accresciuto le scorte di protezione individuale, con il risultato che, se non ha bloccato il contagio, ha ridotto al minimo le perdite di vite umane.
Il 31 gennaio, il governo italiano proclama lo stato di emergenza nazionale. E che fa? niente.
Il pecorile ossequio alle linee guida dell’OMS fa sì che ci vorrà l’intelligenza e il coraggio di una giovane anestesista di Codogno, che ignora i protocolli e scopre in questo modo il primo caso accertato di Covid-19 in Italia.
Il governo, in questo caso, dispone la chiusura immediata di tutta la zona, proclamandola “zona rossa”, ma nel resto d’Italia si balla e si canta con politici di destra, come Matteo Salvini, e di sinistra, come il sindaco di Milano, Giuseppe Sala, che ostentano sicurezza e ottimismo sulla mancata diffusione del virus nel resto d’Italia.
Per i semi-infermi di mente il codice penale prevede la concessione di particolari attenuanti, ma non l’assoluzione, e tanto vale anche per chi, come Zingaretti, segretario nazionale del Pd, si è preso il Covid-19 per partecipare alla manifestazione “Milano non si Ferma”.
Ci sono voluti la competenza e il coraggio di un virologo dell’Università di Padova per contenere il contagio dell’epidemia in Veneto disattendendo le cretinissime disposizioni dell’Istituto superiore della sanità, che lo ha addirittura accusato di allarmismo, per aver fatto fare i tamponi a tutti gli abitanti di Vo Euganeo.
E la Lombardia?
Metà dei morti per coronavirus in Italia sono in Lombardia, per motivi che sono subito apparsi evidenti anche ai più sprovveduti: l’imposizione degli industriali di non proclamare la zona rossa ad Alzano Lombardo e in Val Seriana, che avrebbe comportato la chiusura di stabilimenti ed aziende.
Gli esponenti di quello che Alcide De Gasperi definì il “quarto partito”, che non partecipa alle competizioni elettorali ma detiene le leve del potere economico e finanziario, l’hanno sempre – anche loro – fatta franca. Tutto fa prevedere che ci riusciranno anche in questa occasione perché le prove delle pressioni che hanno esercitato a livello locale, regionale e nazionale per impedire che si proclamasse la «zona rossa» in Val Seriana non ci sono, non scritte per intenderci, mentre quelle orali ce le dovrebbero fornire le testimonianze dei complici politici che, viceversa, hanno tutto l’interesse di tacere.
In Val Seriana, la «zona rossa» poteva essere proclamata dai sindaci senza incontrare l’opposizione delle prefetture e del governo, che avrebbero dovuto agire di conseguenza, schierando le forze di polizia per bloccare le strade, ma questi hanno scelto di attendere le decisioni della Regione. Rientrava nei poteri del governo regionale, guidato dal leghista Fontana, proclamare la “zona rossa” in Val Seriana ma, per la prima ed unica volta, questi ha scoperto che la responsabilità doveva ricadere sul tanto vituperato governo centrale.
A Roma, il governo di Giuseppe Conte, seguendo le indicazioni, per una volta ragionevoli, dell’Istituto superiore di sanità, si avvia alla proclamazione della «zona rossa» in Val Seriana, tanto da far affluire in zona almeno duecento fra carabinieri e poliziotti che dovrebbero sbarrare ogni accesso alla valle. Sembra tutto pronto ed invece, nel giro di poche ore, per motivi che non si conoscono, il governo Conte cambia idea e proclama «zona arancione» tutta la Lombardia.
È una furbata, infame per le conseguenza che ha comportato, perché, mentre la «zona rossa» avrebbe obbligato i residenti della Valle a restare confinati nelle loro case e all’interno dei loro paesi, quella «arancione» consente agli stessi di uscire per motivi di necessità e di lavoro. Vale a dire che stabilimenti industriali ed aziende potranno proseguire nelle loro attività così come preteso da Confindustria e collegati.
I risultati di cotanta codardìa li abbiamo visti sui camion militari che trasportavano le bare contenenti i corpi di quanti dovevano essere cremati in altre città perché a Bergamo e provincia non c’era più posto.
Gravissima è infine la responsabilita delle giunte regionali di centro-destra in Lombardia, che si sono impegnate a favorire la sanità privata a scapito di quella pubblica e ad eliminare dal territorio i medici di base. Roberto Maroni si è vantato di questa sua scelta, giustificata pubblicamente da Giorgetti, esponente nazionale della Lega Nord, che si è spinto a dire che i medici di base dovevano essere eliminati perché ormai non servivano a niente.
Con questa politica e con questa filosofia è normale che i dirigenti lombardi abbiano abbandonato ai loro destino i medici di base, ignorato il territorio, lasciato senza difesa i cittadini per concentrarsi sugli ospedali, che hanno fatto presto a saturarsi ponendo più spesso di quanto si vorrà ammettere i medici dinanzi alla scelta di chi doveva vivere e di chi doveva morire.
C’è un dato che induce alla riflessione: Taiwan, con 25 milioni di abitanti, ha avuto 400 contagi e 6 morti.La Lombardia, con 9 milioni di residenti, ha avuto più di 15.000 morti e 84.000 contagi.
L’armata Brancaleone che raduna tutta la classe politica italiana, senza eccezioni, dovrà dare una spiegazione esauriente ben diversa da quella dello tsunami che ha travolto tutto e tutti.
Oggi, giornali e televisioni comunicano con riluttanza, quasi con fastidio, il numero giornaliero dei morti, per porre l’accento sulla diminuzione dei ricoverati negli ospedali e, soprattutto, nelle terapie intensive perchè è il momento di guardare al domani, alla riapertura, alla ripartenza di un Paese distrutto.
Uno sprovveduto, uno dei tanti, ha dichiarato che l’Italia deve ripartire dai valori della Resistenza, ma si è dimenticato di dire che questa Italia è stata fondata sui valori e sui massacri della Resistenza.
E, dopo aver dato agli italiani repressioni politiche, sociali, sindacali, guerre politiche, terrorismo e stragismo di stato, mafie, corruzione e malaffare, la classe politica che nella Resistenza si riconosce, gli ha dato morte e fame.
Danno agli italiani la sola speranza di conseguire l’immunità di gregge: neghiamo, almeno, a questi politici, dopo 75 anni, la possibilità di farla franca ancora una volta, di conseguire per l’ennesima volta l’impunità.
Se il 25 aprile 1945 è stato l’inizio della loro liberazione e della loro fortuna, facciamo che il 21 febbraio 2020 sia l’inizio della nostra liberazione e del nostro riscatto.
Mandiamoli via, mandiamoli a casa e, se possibile, in galera.

Opera, 13 maggio 2020

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