Pandemia e Oblìo

È tempo di pandemia, di paura, di miseria e di morte.
Mentre assietiamo impotenti ai crimini di una classe politica che non ha saputo – e in parte voluto, come in Lombardia – affrontare una pandemia annunciata, noncurante della vita e della salute degli Italiani, sentiamo il dovere di proseguire nella ricostruzione della vera storia d’Italia, che in tanti vorrebbero, oggi, far cadere nell’oblìo perché altre sarebbero oggi le esigenze di questo popolo, impegnato ormai a sopravvivere e non più interessato ad un passato che appare remoto dinanzi al presente vissuto e al futuro che si dovrà vivere.
Anche la pandemia, fra qualche anno, apparterrà al passato ed anche per le sue cause e le sue devastanti conseguenze si tenterà di cancellare le colpe e di assolvere i colpevoli.
Come sempre si è fatto e sempre si pretenderà di fare.
È un gioco sporco al quale noi non ci siamo prestati e, tantomeno, lo faremo in futuro, anche per quanto riguarda questa ennesima tragedia italiana.
Per questa ragione, riprendiamo l’atto di accusa nei confronti della classe politica e dello Stato per quanto hanno fatto contro questo popolo, in nome dei propri interessi e di quelli dei loro alleati internazionali.
Parliamo di ieri, ma la battaglia per la verità è più attuale che mai perché conserva intatta la sua carica dirompente, tale da far vacillare i sempre più fragili equilibri politici interni ed internazionali. Non sono ancora pubblici gli elementi indiziari e probatori che hanno indotto i magistrati della Procura generale di Bologna a richiedere il rinvio a giudizio quali mandanti della strage del 2 agosto 1980, alla stazione ferroviaria, di Umberto Ortolani, Licio Gelli, Umberto Federico D’Amato e Mario Tedeschi, ma è significativo che, per la prima volta, in un’inchiesta per strage siano emersi fatti suscettibili di portare sul banco degli imputati personaggi che, tranne Licio Gelli in veste di depistatore, mai erano stati direttamente ed esplicitamente indicati come correi, anzi in questo caso come mandanti di strage.
C’è da dire che, tranne Umberto Ortolani, che Clara Calvi indicò come il terzo nella gerarchia della loggia P2 dopo Giulio Andreotti e Francesco Cosentino, coinvolto nel crac del Banco Ambrosiano, e Mario Tedeschi, direttore della rivista Il Borghese, senatore del Msi e promotore di “Democrazia nazionale”, sul conto di Licio Glli e Umberto Federico D’Amato la certezza della loro partecipazione a livello di vertice, alla guerra politica italiana c’è sempre stata.
Non ci sarebbe stato bisogno di procedere a loro carico post mortem perché gli elementi di accusa a carico, ad esempio, di Umberto Federico D’Amato, sono da sempre nei fascicoli processuali dei magistrati italiani, a partire dell’operazione “manifesti cinesi”, affidata per l’esecuzione, tramite proprio Mario Tedeschi, agli uomini di Avanguardia Nazionale.
Per tacere della strage di piazza Fontana del 12 dicembre 1969, quando addirittura i magistrati milanesi, Gerardo D’Ambrosio e Emilio Alessandrini, ebbero in mano le prove dei depistaggi eseguiti dalla divisione Affari Riservati del ministero degli Interni, all’epoca diretta da Elvio Catenacci, che aveva come vice proprio D’Amato, e decisero di prosciogliere il primo, insieme ai responsabili dell’ufficio politico della questura di Roma, Bonaventura Provenza, e di Milano, Antonino Allegra, ed omisero di incriminare il responsabile dell’ufficio politico, della Questura di Padova, Saverio Molino, pur avendo a suo carico le prove certe del favoreggiamento nei confronti degli ordinovisti veneti, primo Franco Freda.
Fu una scelta politica quella operata dai magistrati italiani, non solo da D’Ambrosio e Alessandrini, ben decisi a “provare” che esisteva in Italia un “terrorismo nero” nemico dello Stato e della democrazia per abbattere la quale non rifuggiva dal compimento di stragi indiscriminate.
Una scelta che ha pregiudicato fino ad oggi l’emergere della verità sulla guerra politica italiana, tant’è che ancora si parla di “destra eversiva” quando, viceversa, si dovrebbe parlare di destra di Stato e di regime.
Prova ne sia che i presunti “terroristi neri” lavoravano per tutti i servizi segreti italiani, senza distinzione fra quello militare e quello civile, come dimostra l’appunto a carico di Franco Freda ritrovato nell’appartamento in cui abitava Stefano Delle Chiaie a Caracas, in Venezuela, e da lui stesso redatto, il 23 marzo 1987, nel quale si fa riferimento ai legami di Freda «con il Sid diretti attraverso Giannettini e Fachini, quali le sue complicità con il ministero degli Interni… D’Amato, Russolan (?), stabilite attraverso il figlio di un magistrato di Padova… Delfo Zorzi e Giovanni Biondo».
E Massimiliano Fachini collaborava solo con il Sid tramite il capitano Antonio Labruna?
No, perché il 15 dicembre 2009, il maresciallo di Ps, Giuseppe Mango, memoria storica della divisione Affari riservati dichiara in sede giudiziaria che Umberto Federico D’Amato «aveva relazioni con Stefano Delle Chiaie, Delfo Zorzi e Massimiliano Fachini».
E che dire del segretario personale di Pino Rauti, Armando Mortilla, che per decenni ha fatto l’informatore per il Sid e per la divisione Affari Riservati?
Ignoti, per ora, rimangono i nomi dei “terroristi neri” intruppati nell’organizzazione segreta del ministero degli Interni, voluta da Paolo Emilio Taviani, che, nel suo libro di memorie pubblicato postumo, fa trapelare solo quello di Mario Tuti, definito “cellula impazzita”.
Umberto Federico D’Amato non era un fascista, era un poliziotto che aveva iniziato la sua carriera nella Polizia Africa Italiana (Pai), che era rimasto in servizio a Roma sotto la Repubblica sociale italiana, facendo, come tanti suoi colleghi, il doppio gioco e che, infine, era diventato collaboratore di James Jesus Angleton nella caccia ai giovanissimi sabotatori fascisti inviati dai loro comandi dietro le linee del fronte, molti dei quali furono fucilati grazie alla sua solerzia.
Insomma, un pedigree antifascista di tutto rispetto, quello di Umberto Federico D’Amato, che esclude ogni sospetto di collusione con i “terroristi neri” per affinità ideologiche, e conferma che era semmai proprio lui a creare “terroristi neri” che agivano per conto dello Stato democratico e antifascista in nome della battaglia contro il comunismo ateo e liberticida.
Diverso il passato di Mario Tedeschi, che aveva aderito alla Repubblica sociale italiana prestando servizio nella divisione Decima comandata da Junio Valerio Borghese.
Finita la guerra, Tedeschi aveva convenuto che era meglio mettersi dalla parte dello Stato democratico e antifascista, anzi più esattamente dalla parte della Questura.
Difatti, sospettato di fare parte di un’organizzazione clandestina neofascista nel 1947, Tedeschi avrà l’”onore” di essere scagionato personalmente dal questore di Roma Saverio Polito, subito intervenuto in sua difesa.
I confidenti fanno carriera e fortuna in questo Paese e così, il 4 luglio 1996, il maggiore Karl Hass può raccontare ai carabinieri del Ros che «Mario Tedeschi era un agente del Cic (Counter intelligence corp), e appresi questa circostanza nel corso di un’accesa discussione che questi ebbe con Almirante sulla destinazione dei fondi americani che erano giunti al Msi».
La rivista Il Borghese diretta da lui era, notoriamente, un organo di stampa dei servizi segreti italiani e atlantici, così che Mario Tedeschi fa carriera giornalistica e politica con i servizi e per i servizi, sempre in piena e perfetta sintonia con Umberto Federico D’Amato, della cui amicizia si vanta pubblicamente, senza ritegno e pudore.
Sarebbe rimasto uno dei tanti giornalisti-spia, intruppatisi nel Msi, partito notoriamente pullulante di confidenti e spioni, se non fosse stato lui, a partire dal 1976, a pretendere da Giorgio Almirante l’abbandono da parte del partito della simbologia fascista e del richiamo costante al fascismo storico il cui utilizzo, sebbene strumentale, gli appariva ormai come superato e controproducente.
Mario Tedeschi non è solo, perché con lui e sopra di lui ci sono Giulio Andreotti e Licio Geni, ovvero tutta la P2 di cui fa, ovviamente, parte.
Tedeschi provoca una scissione all’interno del Msi e fa nascere “Democrazia nazionale” portandosi appresso un buon numero di deputati e senatori del Msi-Dn.
Esaltato, in anni recenti, come il precursore di “Alleanza nazionale”, Mario Tedeschi è gratificato dal silenzio assoluto sull’operazione condotta contro Giorgio Almirante nel 1978, accusato di aver fornito un finanziamento cospicuo a Carlo Cicuttini, segretario del Msi di Manzano del Friuli, che con una telefonata aveva attirato i carabinieri a Peteano di Sagrado il 31 maggio 1972.
Convinti, Tedeschi e la banda di “Democrazia nazionale”, di indebolire elettoralmente il Msi-Dn in vista delle elezioni politiche anticipate del 1979, accusando Almirante di favoreggiamento nei confronti di Cicuttini, ottengono da Giulio Andreotti la riapertura dell’inchiesta sull’attentato del 31 maggio 1972, compiuta dal direttore del Sismi, generale Giuseppe Santovito, che invia direttamente alla magistratura veneziana note informative e testimonianze, rilasciate tutte da appartenenti a “Democrazia nazionale”, a carico di Carlo Cicuttini e Giorgio Almirante.
Gli va male. Nonostante l’inchiesta voluta dalla P2, con a capo Giulio Andreotti, “Democrazia nazionale” è cancellata dalla sedna politica nelle elezioni politiche del 1979 e, con essa, scompare Mario Tedeschi che torna a dirigere Il Borghese senza più altre ambizioni.
Questo il personaggio, Mario Tedeschi, che per anni, si puù dire per una vita, ha affiancato il prefetto Umberto Federico D’Amato in ogni operazione “sporca” condotta contro l’Italia, gli Italiani ed i loro interessi nazionali.
Anche dopo la morte, i due sono affiancati, questa volta come imputati virtuali, in un processo per strage, quello alla stazione ferroviaria di Bologna del 2 agosto 1980.
Non è, poi, così importante se saranno rinviati a giudizio, condannati o assolti da un Tribunale, perché già la sentenza a loro carico è stata emessa dalla storia che non necessita delle decisioni della magistratura italiana che, loro vivi, ha sempre ritenuto opportuno non indagare sul loro conto perchè contigui al potere e, anzi, del potere espressione ed esecutori.
E su questo potere, i suoi sudditi ed i suoi servi, sul mandante dei mandanti, il verdetto della storia è già stato emesso: colpevole.

Opera, 06 maggio 2020

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