Il Ritorno

Una figlia d’Italia torna in questo Paese, dopo 18 durissimi mesi di prigionia in Somalia, in totale isolamento, superando una prova che ad altri, meno forti e motivati, avrebbe potuto essere fatale.
Silvia, invece, torna bella, sorridente, serena, indossando le vesti delle donne somale e il velo islamico perchè si è convertita, per libera scelta, all’Islam.
Non hanno successo i tentativi degli uomini dell’Aise fatti per indurla a scendere dall’aereo con il quale l’hanno riportata in Italia, senza il velo per non imbarazzare il presidente del Consiglio, Giuseppe Conte, e il ministro degli Esteri, Luigi Di Maio, che l’attendono sul piazzale dell’aeroporto.
Silvia rifiuta di togliersi il simbolo della libertà che ha scoperta da prigioniera in una capanna somala, e scende esibendolo con orgoglio e fierezza.
Apriti cielo!
Dalla destra, in particolare quella leghista, si scatena il linciaggio nei confronti di Silvia definita, perfino, “neo-terrorista”, colpevole di aver abbracciato una religione diversa da quella cattolica.
In dibattiti giornalistici e televisivi si affannano in tanti a dare una spiegazione “razionale” ad una scelta che ai loro occhi appare irrazionale.
Nella più benevola delle ipotesi scomodano la sindrome di Stoccolma, che vede Silvia come vittima che, nel corso dei lunghi mesi di prigionia, ha finito con l’identificarsi con i suoi sequestratori, abbracciandone ideali e religione.
Con buona pace di esperti, commentatori, ciarlatani e oliatori, la verità, che potrebbe essere detta dalla sola Silvia ancora costretta al silenzio per via della quarantena, ci appare ben altra – che non si può dire, anzi non si deve nemmeno ipotizzare.
Silvia non è la prima occidentale che si converte all’Islam dopo essere stata sequestrata da combattenti islamici, a conferma che qualcosa cambia nella mente e nel cuore di quanti, pur in condizioni di prigionia, addirittura esposti al rischio di essere uccisi, vengono a contatto con una realtà ed una verità che gli erano sconosciute perché occultate dalla propaganda occidentale.
Anche Silvia è andata in Kenya convinta di doversi guardare dai “terroristi” islamici della vicina Somalia, i massacratori di innocenti, i mostri capaci di ogni abominio in nome di Allah, gli oppressori delle donne, gli uccisori di bambini.
Una verità che si è sgretolata nel tempo nella mente di Silvia che, quando è sequestrata, scopre che i suoi rapitori, pur avendo compiuto una azione indegna (perché le donne non si toccano), non sono mostri, non sono belve assetate di sangue ma uomini che la rispettano e che giustificano il loro operato con argomenti che sono certamente convincenti. Silvia scopre che gli uomini di Al Shabaab non sono terroristi, sono somali che combattono per fare della loro nazione uno Stato islamico e rendere il loro popolo libero dallo sfruttamento del capitalismo occidentale, cinese, e anche arabo, che lo opprime.
Viene, Silvia, a contatto con una realtà che in Occidente è ignorata, taciuta, negata: quella di una ferocia e di una crudeltà senza pari da parte dei difensori della democrazia e dei diritti umani che vengono esercitate lontane dalle telecamere e con il complice silenzio di tutti.

Gli uomini di Al Shabaab avevano conquistato di fatto, con il sostegno della stragrande maggioranza della popolazione, il potere in Somalia. Mancavano pochi giorni alla conquista di Mogadiscio, ultimo avamposto nemico, quando gli Stati uniti, a suon di milioni di dollari, inducevano gli Stati africani vicini ad intervenire militarmente in Somalia, innescando la guerra che è ancora in corso.
La Francia ed i suoi alleati occidentali avevano già fatto la stessa operazione in Algeria, nei primi anni Novanta, facendo intervenire, a pagamento come sempre, i generali contro gli islamici che avevano ottenuto la maggioranza elettorale ed erano, pertanto, legittimati a governare il Paese.
Duecentomila morti furono il prezzo di una guerra civile imposta all’Algeria delle democrazia occidentali che, per i loro interessi, preferiscono creare Stati liberticidi che si mantengono con le armi, la repressione e la corruzione.
L’Algeria non poteva essere uno Stato islamico, così come non deve esserlo la Somalia che deve restare di sfruttamento per le mire di democrazia e multinazionali.
Non sappiamo ancora, e forse mai lo sapremo, quante migliaia di morti è costata e continua a costare al popolo somalo la guerra imposta dagli Stati uniti e dai loro alleati, ma sappiamo, con certezza, con quali metodi le truppe mercenarie africane agiscono in quel territorio.
Silvia ha, pertanto, preso atto che nell’Italia democratica la menzogna e la falsità sono regole di vita politica, che la guerra, i massacri, la ferocia sono i mezzi con i quali le democrazie ottengono nei Paesi del Terzo mondo quanto gli serve e che, sempre, la crudeltà che gli uomini di Al Shabaab hanno dimostrato in numerose occasioni è la risposta ad altre subite dalle popolazioni somale, con la differenza che su quest’ultime esiste un muro di silenzio e di omertà, mentre le prime sono propagandate in maniera assillante per creare l’immagine dei “terroristi” assetati di sangue innocente.
Ha funzionato, questa propaganda, anche con Silvia, fino a quando lei ha preso contatto, non per sua scelta, con i presunti “mostri” islamici, ha scoperto la loro verità, la loro realtà e la loro umanità. È stata trattata bene Silvia, con rispetto, con amore, tanto da farle mangiare, oltre a capretto e verdure, anche un piatto di spaghetti, ben diversamente da quello che è accaduto a tante donne italiane sequestrate e violentate dai cattolici banditi sardi e calabresi in Italia.
In questo modo Silvia ha compreso le loro ragioni, la loro necessità di prenderla per ottenere un riscatto, il loro desiderio di libertà per un popolo che mai l’ha conosciuta.
Da qui la conversione e quel velo, esibito come una sfida da Silvia all’aeroporto di Roma, simbolo di un popolo oppresso e delle sue donne.
Torna libera questa figlia d’Italia ed il suo sorriso radioso ci dice che si è liberata di tutte le menzogne e le falsità di questa democrazia italiana che, per averlo compreso, le ha subito mostrato il suo volto becero e codardo per occultare quella che per essa è una bruciante sconfitta.
La verità rende liberi, come ha reso Silvia, il cui velo islamico non è simbolo di sottomissione ma di coraggio, di forza e di libertà, che trascendono dal suo significato religioso.
Libertà e verità camminano appaiate, una accanto all’altra, una dipendente dall’altra e viceversa.
Non resta che sperare che altri, non solo Silvia, pur senza fare esperienze negative, vorranno comprendere la realtà del mondo in cui vivono e vorranno decidere di rifiutarla e di combatterla.

Opera, 20 maggio 2020.

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