I Difensori

Ci sono persone che nascono fortunate e, fra queste, sono da annoverare Valerio Fioravanti, Francesca Mambro, Gilberto Cavallini e quanti altri sono accusati, a vario titolo e con distinti ruoli, di avere concorso alla strage di Bologna del 2 agosto 1980.
Nella loro carriera, i primi tre hanno al loro attivo l’uccisione dell’agente di Ps, Maurizio Arnesano; dell’appuntato di Ps Franco Evangelisti; del sostituto procuratore della repubblica Mario Amato; del brigadiere dei carabinieri Ezio Lucarelli; dei carabinieri Luigi Maronese e Enea Codotto; degli agenti di Ps Carlo Buonantuono, Vincenzo Tuminello, Franco Epifanio; del capitano di Ps Francesco Straullu e dell’agente di Ps Ciriaco Da Roma, per limitare l’elenco ai soli rappresentanti dello Stato.
Nomi, questi, che dal “muro della memoria” tanto caro a Benedetta Tobagi e ai familiari delle vittime del presunto terrorismo, sono stati debitamente cancellati, per non turbare la fama mediatica dei tre che li vuole condannati innocenti per la strage del 2 agosto 1980, vittime di una giustizia ingiusta, meritevoli pertanto del sostegno di tutti i garantisti d’Italia che hanno formato una schieramento trasversale per confortarli ed aiutarli.
I “ragazzini dei Nar”, come li definiva affettuosamente La Repubblica, hanno goduto – e continuano a godere – dell’appoggio di quasi tutta la stampa italiana i cui rappresentanti mai sono andati dai familiari delle loro vittime per intervistarli e chiedere il loro parere su tutti i benefici di legge che hanno ottenuto Valerio Fioravanti e Francesca Mambro, fino ad una definitiva scarcerazione che li ha resi da anni liberi cittadini.
In questo caso, le lacrime ed il rispetto sono stati riservati agli uccisori e non agli uccisi ed ai loro congiunti.
Il fantasioso castello costruito nel corso degli anni per “provare” che la strage di Bologna è stata opera di “terroristi” palestinesi, tesi cara all’ambasciata ed ai servizi segreti israeliani, prima per scelta consapevole, poi per un incidente di percorso, si è via via sgretolata fino a crollare del tutto.
La procura della Repubblica di Bologna ha indagato per anni sui “terroristi” palestinesi senza giungere ad alcun risultato, per la semplice ragione che quella della Stazione ferroviaria di Bologna è, anch’essa, una strage di Stato, di questo Stato.
A questa conclusione, pur continuando a sostenere la tesi dell’eversione di destra, in contraddizione con quanto da loro stessi accertato, sono giunti i magistrati della Procura generale di Bologna che hanno chiesto il rinvio a giudizio di Umberto Ortolani, Umberto Federico D’Amato, Licio Gelli e Mario Tedeschi, fra gli altri, quali mandanti della strage. Una richiesta che segue la condanna all’ergastolo di Gilberto Cavallini per correità nel massacro del 2 agosto 1980.
Significativa ed illuminante è stata la reazione a questa condanna da parte del telegiornale La 7 diretto da Enrico Mentana che, nel titolo di apertura del servizio, ha specificato «ma è solo il primo grado», come a dire che Cavallini sarà sicuramente assolto in appello. Una speranza che non nutre solo Mentana, ma è fatta propria da tutto il variegato e variopinto schieramento politico e giornalistico italiano che ha, immediatamente, adottato la tattica del silenzio sull’operato dei magistrati di Bologna, che pure hanno indicato in Paolo Bellini un altro degli esecutori materiali della strage, fotografato sul posto e riconosciuto dalla moglie.
La Repubblica, quella stessa dei “ragazzini dei Nar”, ha ritenuto opportuno non pubblicare un rigo sulla richiesta di rinvio a giudizio, notizia che, a quanto pare, i suoi lettori non devono conoscere. Dal mondo della politica non si è registrato un solo commento sulla condanna di Gilberto Cavallini, prima, e sulla richiesta di rinvio a giudizio, dopo, di persone che sono entrate già nella storia più torbida ed oscura d’Italia.
È un favoreggiamento per omissione, che non può essere penalmente sanzionato, ma che prova l’interesse di quanti, ancora oggi, a distanza di mezzo secolo dalla guerra civile italiana, non ritengono opportuno pervenire alla verità.
La banda Cavallini-Fioravanti può, a quanto pare, ricattare con quanto non ha mai rivelato i suoi colleghi di partito e di organizzazione, come quelli di Terza posizione, che si sono spinti fino a fare una conferenza stampa per affermarne l’innocenza, e quanti altri?
La forza del non-detto è potentissima. Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi sono gli esponenti di quella organizzazione che, per prima, ha accusato Valerio Fioravanti di aver compiuto la strage di Bologna del 2 agosto 1980. Un’accusa lanciata in un volantino distribuito a Palermo, il 15 settembre 1980, per ricordare Francesco Mangiameli, ucciso proprio e, non a caso, da Valerio Fioravanti alcuni giorni prima, con parole inequivocabili:

«L’ignobile strage di Bologna ha forse fatto la sua ottantacinquesima vittima. Hanno ucciso Francesco perché ha avuto, come sempre, il coraggio di dire no ad ogni losco affare».

Cavallini e Mambro (Fioravanti è ormai in carcere) rispondono con la rivendicazione esplicita dell’omicidio di Francesco Mangiameli, il 23 ottobre 1981:


«…abbiamo giustiziato il demenziale profittatore Francesco Mangiameli, degno compare di quel Roberto Fiore e di quel Gabriele Adinolfi rappresentanti naturali della vigliaccheria cronica».

A rincarare la dose ci pensa Valerio Fioravanti, che accusa dinanzi ai magistrati quelli di Terza posizione di avere una struttura che volevano affidare al suo comando. Le dichiarazioni di Fioravanti saranno ritenute decisive per giungere alla condanna di Fiore, Adinolfi ed altri per associazione sovversiva e banda armata.
Contro il delatore in questione, quelli di Terza posizione cercheranno di vendicarsi nell’aula del processo, dove compare insieme a loro, aggredendolo e costringendo i carabinieri a salvarlo dal pestaggio portandolo in un’altra gabbia.
Una storia esemplare: gli ammazzano un amico, li definiscono sprezzantemente vigliacchi cronici, li accusano sul piano processuale, determinando la loro condanna, e che fanno Roberto Fiore e Gabriele Adinolfi? Indicono una conferenza stampa per difenderli dall’accusa di aver compiuto la strage di Bologna.
Una difesa tanto più strana quanto più si consideri che Valerio Fioravanti e Francesca Mambro sono liberi da anni per aver scontato la pene, e Gilberto Cavallini non sconterà mai l’ergastolo che potrà essergli inflitto perché assorbito dal cumulo delle pene di cui ha espiato per la sua propensione a delinquere, ormai 37 anni.
Insomma, Fiore e Adinolfi s’impegnano a difendere due persone libere e una in procinto di esserlo, che peraltro gode dei benefici di legge, cosicché la condanna a suo carico sarà solo virtuale.
Possiamo anche condividere il giudizio espresso, nel 1981, da Gilberto Cavallini sul conto di Fiore e Adinolfi («rappresentanti naturali della vigliaccheria cronica») ma non lo troviamo adeguato per spiegare un comportamento che non è certo dettato da amore di giustizia e di verità, né da amicizia e solidarietà.
Troviamo più aderente al vero pensare che Fiore e Adinolfi siano stati obbligati ad intervenire in difesa di Cavallini e soci per la paura che possano dire quello che mai hanno detto fingendosi dissociati.
Del resto, in un mondo in cui l’ignominia è la regola, è proprio quello che hanno taciuto che li obbliga a difendersi reciprocamente, cosicché Cavallini, a1 quale è stato proprio Valerio Fioravanti a procurare l’ergastolo per l’omicidio del brigadiere dei carabinieri Ezio Lucarelli, non può fare altro che esprimere il proprio odio in privato e proclamare la propria amicizia per in lui in un’aula di Tribunale.
Rimane un’interrogativo, che per noi è tale, sulle ragioni per le quali il potere politico e quello mediatico, dipendente quest’ultimo da centri di comando politico-finanziario, coprono le responsabilità della banda Cavallini-Fioravanti, benché oramai i fatti siano sottoposti al solo giudizio della storia.
La risposta risiede nella consapevolezza che la verità sulla strage di Bologna non potrà mai essere svelata del tutto, come del resto quella sulla strage di Piazza Fontana e via dicendo, perché in definitiva emergerebbe la responsabilità di una classe dirigente tutta che ha scatenato in questo Paese una guerra civile che ci si ostina a negare per la paura delle conseguenze che deriverebbero dalla sua affermazione.
Questa è una Repubblica fondata sulla menzogna e sul sangue, che sopravvive alimentando menzogne, pronta – quando necessario – a spargere altro sangue.
Quando giungerà il momento di prendere atto di questa realtà, potrà essere troppo tardi.
Oggi è il momento di costruire un domani diverso per le generazioni a venire, che hanno il diritto di vivere nella verità, e, con la verità, di riscoprirsi popolo libero e Nazione indipendente.
Oggi, non domani, perché si possa uscire dall’oscurità e rivedere ancora l’alba.
Alba di verità e di libertà.

Opera, 27 maggio 2020

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